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Fino a qualche anno fa, il nome di Isao Takahata risultava sconosciuto ai più, oscurato dal successo del suo più celebre amico Hayao Miyazaki. Eppure i due hanno tracciato il solco che, tra gli anni ‘60 e ‘70, ha trasformato l’industria dell’animazione giapponese in una fabbrica di sogni. Prima come maestro e allievo, poi come pari. Insieme fondano lo Studio Ghibli. E danno vita a un dualismo prodigioso in termini di qualità di scrittura e messa in scena: una vera e propria sfida tra titani.
Oggi, grazie alla sovrabbondanza di contenuti e a piattaforme come Netflix, i film che Isao Takahata ha scritto e diretto per lo Studio Ghibli arrivano finalmente anche in Italia. Non sorprende che, sul finire del 2025, un film prima noto solo agli appassionati, lo straziante La tomba delle lucciole, risulti campione del box office nel suo breve weekend di programmazione. Scompare subito dopo, come la fiamma di un fiammifero. E questa è una metafora calzante per descrivere la straordinaria veemenza dell’opera di questo regista, unita a una grazia sconosciuta a chiunque altro.
Con un certo ritardo, anche il nostro Paese si appassiona a Isao Takahata: un genio, un ribelle, un regista scomodo, che con i suoi film punta il dito contro la progressiva disumanizzazione della società giapponese. Mentre Miyazaki fa breccia nei nostri cuori grazie al suo respiro europeo, alla magnificenza della messinscena e alla sua narrativa senza eguali, le opere del suo amico/rivale sono più difficili da digerire. Sono permeate da una cultura nipponica complessa, perché non tendono a un mondo ideale, ma sono il grido gentile di un artista dalla sensibilità sconfinata.
Il carattere spigoloso e la poetica
Paku-san è noto per il carattere spigoloso, per le scelte mai in linea con il gusto del pubblico. Per tutta la vita ha abbracciato l’ideologia comunista ed ecologista, criticando apertamente le scelte politiche del proprio Paese. È antimilitarista, contro l’industrializzazione. Cerca lo straordinario nel quotidiano, rifiutando il racconto eroico per concentrarsi sulla gente comune: i bambini in tempo di guerra, le office girls, gli animaletti del folklore. A differenza del più illustre collega, Isao non è un disegnatore. Ma questo non è mai un limite. Anzi, proprio il potersi concentrare sulla regia gli permette di sperimentare forme grafiche diverse: dal crudo realismo di La tomba delle lucciole fino ai disegni che paiono appena abbozzati de I miei vicini gli Yamada.
Sono leggendari i tempi lunghissimi e le mille riscritture cui sottopone le sue opere, urtando spesso i nervi degli altri due soci dello studio. Ma la stessa leggenda vuole che ogni proiezione privata finisca in un fiume di lacrime. Si racconta che abbia ritratto tutti i suoi amici dello studio Ghibli in Pom Poko, ovvero la battaglia che i Tanuki— i cani procione magici della tradizione popolare giapponese — intraprendono contro l’avanzare della modernità.
L’opera è satirica ed ecologista, animata mirabilmente con momenti sì spettacolari, ma tutt’altro che epici. I Tanuki cercano di opporsi alle volgari ruspe della speculazione edilizia con le loro trasformazioni nelle forme più disparate, l’evocazione di finti spettri e la loro caratteristica più originale: gli enormi, duttili, magici testicoli che vengono utilizzati come armi, tamburi, ventagli o persino per volare. Ma siccome i Tanuki non sono poi così differenti dagli uomini, faticano a unire le forze, emarginano i più deboli, si lasciano sedurre dai vizi e sono rissosi. La favola comica si scopre essere colma di amarezza.
Crudeltà e bellezza nell’opera di Isao Takahata
Nulla, però, in confronto a La Tomba delle Lucciole, la straziante storia della morte di due piccoli orfani nell’indifferenza del Giappone alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Alla precisione assoluta dei disegni e alla grazia nell’animazione – ormai cifra stilistica dello Studio Ghibli – fa da contraltare una storia che grida vendetta verso la società ad ogni inquadratura.
Sarebbe troppo facile vederne solo l’intento antimilitarista. La tomba delle lucciole è la rivendicazione del diritto a essere bambini, a sognare, ad avere sentimenti puri. E mostra come, di fronte alla fame e alla tragedia, gli uomini diventino peggio delle bestie, trasformandosi in esseri cinici e indifferenti. Quando la propria sopravvivenza implica, anche solo indirettamente, la morte di un bambino, la cosa diventa terribilmente normale in tempi estremi.
Isao Takahata colpisce nello stomaco il suo Paese, che da anni applica la rimozione culturale, ignorando deliberatamente il ruolo avuto nei conflitti del passato. Ricorda che milioni di innocenti si sono immolati o sono stati falciati dall’assurdo orgoglio delle proprie classi dirigenti. Ma Paku-san sa anche dipingere con tocco delicato la rara bellezza del quotidiano.
Pioggia di ricordi e I miei vicini gli Yamada
In una narrazione antieroica, Pioggia di ricordi si focalizza su due tempi: il presente di una giovane donna che vive una volta l’anno come contadina e il passato di fanciulla che la campagna le fa rivivere. Non si tratta di ricordi bucolici di un tempo ideale, bensì dell’infanzia di una bambina di città, con i suoi imbarazzi, le frustrazioni e i momenti di gioia assoluti. Il tratto si alterna tra realismo e stilizzazione; Takahata gioca con il quotidiano e con l’effimero. Accende un mondo interiore fatto di momenti di purezza, nel bene e nel male.
Lui è un puro, un vecchio fanciullo che se ne frega dello stile. Lo Studio Ghibli era famoso per le ambientazioni pittoriche e i personaggi carismatici? Lui se ne esce con I miei vicini gli Yamada, realizzato in larga parte in computer grafica, ma per ottenere l’effetto contrario: sketch abbozzati, da striscia umoristica, con protagonista una famiglia comune. Canta le guerre quotidiane, il miracolo della nascita, e le piccole e simpatiche meschinità del matrimonio. Non ci si può non innamorare degli Yamada.
Il testamento filmico di Isao Takahata
Come non si può restare indifferenti di fronte alla tenera magia che permea il testamento filmico di Isao Takahata, La storia della principessa splendente, la summa di tutta l’arte del maestro del maestro Miyazaki. Dalla fiaba tradizionale Il racconto di un tagliabambù nasce una delicatissima allegoria dei valori perduti del Giappone.
I poveri contadini credono che la loro figlia, generata da un prodigio magico, debba vivere tra gli alti ranghi e investono ogni sforzo per trasformarla in una principessa. Persino l’Imperatore brama la sua mano. Ma ogni cosa è effimera, ogni desiderio è nulla di fronte all’impermanenza.
Paku-san suggerisce che si deve amare ciò che ci circonda, che si debba tendere al meglio, ma focalizzandosi sempre su ciò che realmente significa pace e amore.
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