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Widow’s Bay ci fa ridere e terrorizza insieme, ed è ottima

La commedia horror con Matthew Rhys mescola con sorprendente sicurezza workplace comedy, folklore americano e paura autentica. E si impone come una delle grandi sorprese televisive del 2026

di Jacopo Bulgarini d'Elci
20/06/2026
in Articoli, In primo piano
Cover di Widow’s Bay per Mondoserie
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Il primo trailer mi aveva incuriosito, conquistato, lasciato interdetto (lo vedete qui sotto alla fine del primo blocco). Il secondo trailer mi era parso spaventosissimo e mi aveva fatto dubitare di aver capito che diavolo fosse Widow’s Bay. Una workplace comedy con venature dark? Un horror vero e proprio con elementi grotteschi e un bizzarro senso dell’umorismo?

Mi andrà bene comunque, avevo pensato, essendone protagonista il fantastico Matthew Rhys. E così è stato. L’attore gallese, dopo The Americans, Perry Mason e The Beast in Me, rivela qui un talento comico magnifico. Ma la vera sorpresa è l’insieme: uno show piccolo solo nelle dimensioni. Inventivo (e riuscito) come pochi altri visti quest’anno. In poche settimane, la nuova serie Apple TV è diventata – per me e per molti – l’appuntamento settimanale più atteso. Rendendo più sopportabili le giornate e le notti sempre più calde di questo inizio d’estate 2026.

Il titolo significa letteralmente “la baia della vedova”, ed è il nome di una piccola isola immaginaria al largo del New England. Un luogo isolato, senza connessioni affidabili e con pochissime prospettive, abitato da una comunità che sembra sopravvivere tra routine e superstizioni. A scuotere questo equilibrio un po’ stantio prova il sindaco Tom Loftis, arrivato anni prima dalla terraferma e deciso a trasformare Widow’s Bay in una nuova Martha’s Vineyard: una destinazione turistica elegante, affascinante, desiderabile.

Sembra l’inizio di una commedia sulla provincia americana e sulle sue stramberie. In parte lo è. Ma Widow’s Bay cambia continuamente forma, senza perdere identità: diventa horror soprannaturale, mistero, racconto familiare, slasher, avventura adolescenziale e dramma storico. E riesce in una cosa molto più difficile di quanto sembri: far ridere (davvero) e, pochi minuti dopo, terrorizzare (sul serio).

Katie Dippold, Hiro Murai e la strana genesi di Widow’s Bay

Widow’s Bay è una produzione Apple Studios composta da 10 episodi, di durata variabile tra mezz’ora e circa 50 minuti. La prima stagione è stata distribuita su Apple TV dal 29 aprile al 17 giugno 2026. Una seconda è già confermata. La serie è stata creata e guidata da Katie Dippold, che firma anche il primo e l’ultimo episodio. Il suo percorso spiega molto della peculiare alchimia dello show.

Dippold viene dall’improvvisazione, da MADtv e soprattutto dalla sala autori di Parks and Recreation, una delle grandi sitcom americane del nuovo millennio. Ha poi scritto commedie cinematografiche come Corpi da reato, Ghostbusters e La casa dei fantasmi. L’idea originaria di Widow’s Bay risale addirittura al copione campione con cui, nel 2009, cercò di entrare nello staff di Parks and Recreation: una cittadina amministrata da impiegati eccentrici, ma sottoposta a minacce molto più spaventose della burocrazia. Quella prima intuizione è stata rielaborata per anni, fino a diventare qualcosa di assai più ambizioso di una parodia horror.

Determinante è l’incontro con Hiro Murai, qui produttore esecutivo e regista di cinque episodi, compresi l’apertura e il finale. Murai ha diretto puntate importanti di Atlanta (ben 26), Barry, Station Eleven, Legion e Mr. & Mrs. Smith, oltre a vari e pluripremiati video musicali. È uno specialista di mondi realistici attraversati all’improvviso dall’assurdo. E qui costruisce una lingua visiva capace di tenere insieme dialoghi da ufficio e apparizioni demoniache senza trasformare la serie in una caricatura.

Accanto a Rhys nell’ottimo cast troviamo Kate O’Flynn, Kevin Carroll, Dale Dickey e un magnifico Stephen Root (il sulfureo Fuches di Barry). Un cast di caratteristi perfetti, essenziale per rendere credibile una comunità che sembra ridicola – finché non scopriamo che vive sull’orlo dell’inferno.

Dalla commedia municipale all’orrore dell’isola (QUALCHE SPOILER)

Il sindaco Tom Loftis (Rhys) vuole salvare Widow’s Bay dal declino. Per riuscirci corteggia un giornalista del New York Times, nasconde le storie più imbarazzanti dell’isola e vende al continente un paradiso marittimo rimasto miracolosamente autentico. L’articolo funziona: arrivano i turisti. Peccato che proprio il loro arrivo coincida con il risveglio di una maledizione secolare.

All’inizio Tom rifiuta ostinatamente ogni spiegazione soprannaturale, scontrandosi con Wyck Crawford, il ruvido custode della memoria locale (Root). Poi gli indizi diventano impossibili da ignorare. Un pescatore torna dal mare trasformato; una locanda infestata imprigiona gli ospiti nelle proprie allucinazioni; una creatura marina perseguita gli uomini; un innocuo manuale per organizzare feste si rivela un grimorio. Intanto Patricia Mower(O’Flynn), assistente del sindaco e reietta della comunità, torna a fare i conti con il Boogeyman che l’aveva inseguita da ragazza. E che nessuno aveva mai creduto reale.

La struttura è inizialmente quasi episodica, con una nuova leggenda o minaccia in ogni puntata. Ma la stagione allarga progressivamente il quadro. Il reverendo scopre un pozzo nel bosco e muore in circostanze terribili. I funghi allucinogeni dell’isola aprono visioni sul passato. Il figlio adolescente di Tom, Evan, comprende che il padre gli ha mentito sulla morte della madre. E la sesta puntata abbandona il presente per portarci nel 1702, quando Sarah Westcott raggiunge l’isola e scopre la verità sul fondatore Richard Warren (il fantastico Hamish Linklater di Midnight Mass).

Warren non era l’eroe civilizzatore celebrato dal museo locale. Era un assassino che aveva stretto un patto con l’entità dell’isola, promettendole sacrifici umani in cambio della sopravvivenza della colonia. Da qui la serie smette definitivamente di giocare con l’ipotesi del soprannaturale: l’orrore è reale, ha fondato la comunità e continua a esigere il proprio tributo [FINE SPOILER].

Il folklore americano e il peccato delle origini

Widow’s Bay appartiene a una lunga tradizione dell’immaginario americano: quella che cerca sotto le fondamenta della comunità il peccato originario che ne ha reso possibile la nascita. Nel folk horror il paesaggio non è semplice sfondo. Conserva memorie, credenze, violenze e riti. Obbliga il presente a confrontarsi con ciò che il racconto ufficiale ha rimosso.

La cultura pop statunitense torna spesso all’atto di fondazione perché la nascita dell’America è insieme mito luminoso e trauma. La wilderness da conquistare, le colonie puritane, la violenza esercitata sulle popolazioni native. La paura religiosa. Il sospetto che prosperità e sicurezza siano state acquistate a un prezzo inconfessabile. L’horror traduce questa contraddizione in una domanda: che cosa è stato sepolto perché la nostra comunità potesse vivere?

The Witch di Robert Eggers ricostruisce il terrore religioso del New England seicentesco, dove la lotta per edificare un nuovo mondo scivola nell’ossessione demoniaca. Il racconto La lotteria di Shirley Jackson mostra una cittadina americana che preserva il proprio ordine attraverso un sacrificio annuale. In La tempesta del secolo di Stephen King, un’isola del Maine deve consegnare un bambino all’entità che la minaccia. La trilogia Fear Street lega la prosperità di una città al patto occulto stretto dal suo fondatore nel 1666. Ryan Murphy ha poi compiuto con American Horror Story un’esplorazione quasi enciclopedica del folklore orrorifico statunitense. Toccando direttamente il trauma della fondazione in American Horror Story: Roanoke e nel mistero della colonia scomparsa.

Widow’s Bay raccoglie tali suggestioni e le rende comiche senza neutralizzarle. Il museo municipale falsifica la storia, gli abitanti trasformano i traumi in folklore turistico, i sacrifici diventano quasi pratica amministrativa. Ma sotto, affiora una verità sconvolgente: la comunità esiste perché, generazione dopo generazione, qualcuno ha accettato che altri morissero al suo posto.

L’epoca del pastiche e la libertà di mescolare i generi

Definire Widow’s Bay una comedy horror è corretto, ma insufficiente. La serie parte come workplace comedy: il sindaco, la sua assistente, lo sceriffo, gli impiegati comunali, i piccoli conflitti di un’amministrazione che cerca di tenere in piedi una comunità marginale. Poi entra nella casa infestata, attraversa il body horror, assume i codici dello slasher. Ancora: si concede una puntata storica, diventa racconto di formazione adolescenziale e infine dramma morale sul sacrificio.

La parola pastiche può descrivere questa proliferazione di forme, purché non la si intenda come accumulo casuale di citazioni. Widow’s Bay conosce molto bene i generi che convoca. Li adopera rispettandone le regole, e proprio per questo può farli coesistere. L’apparizione della Sea Hag deve essere spaventosa, non la parodia di un’apparizione spaventosa. Patricia inseguita dal Boogeyman è insieme irresistibilmente comica e una credibile “final girl” della tradizione horror. La ricostruzione del 1702 non interrompe la serie: ne rivela il cuore.

È uno dei tratti più evidenti della serialità contemporanea. Le categorie tradizionali non bastano più, perché gli autori e il pubblico sembrano cercare opere capaci di cambiare ritmo, tono e grammatica senza chiedere permesso. Ne abbiamo parlato di recente su Mondoserie ricordando Alias a 25 anni dal debutto. La serie di J.J. Abrams fu tra le prime a fondere con assoluta libertà spy story, melodramma familiare, azione, fantascienza, complotti, persino misticismo.

Widow’s Bay compie oggi un’operazione analoga. Sostituendo la frenesia globalista di Alias con l’isolamento (un’isola!). E trova la propria unità non nella purezza del genere, bensì nella coerenza dello sguardo. Tutto appartiene allo stesso mondo perché personaggi (e regia) prendono sul serio ogni sua assurdità. Lo spettatore non sa se la prossima scena lo farà ridere o urlare.

Widow’s Bay è una delle serie migliori e più divertenti del 2026

Alla fine della prima stagione il giudizio è persino più entusiasta di quello maturato dopo le prime puntate. Widow’s Bay è una delle serie più spassose che ci sia capitato di vedere da molto tempo, ma anche una delle più capaci di costruire attesa. Ogni settimana aspettavamo il nuovo episodio con un’impazienza che la distribuzione integrale ha quasi cancellato dalle nostre abitudini. E la critica si è allineata: al momento la stagione registra il 97% di recensioni positive su Rotten Tomatoes e 78 punti su Metacritic.

Matthew Rhys è formidabile. Il suo Tom è vanitoso, benintenzionato, pavido, ostinato, innamorato del proprio ruolo e insieme schiacciato da un lutto che non ha mai elaborato. Rhys trasforma la paura in comicità fisica senza togliere dignità al personaggio, e quando la storia si fa tragica porta in superficie una disperazione autentica. Accanto a lui Kate O’Flynn, Stephen Root, Kevin Carroll, Dale Dickey danno spessore a figure che avrebbero potuto ridursi a macchiette.

Il merito principale resta però di Katie Dippold. La palestra di Parks and Recreation si riconosce nella precisione con cui racconta un ufficio e una comunità attraverso comprimari eccentrici, piccole rivalità e dialoghi laterali. Ma qui quella sapienza comica viene spinta dentro un orrore vero.

Il finale è il vertice della stagione. Tom, convinto di poter spezzare la maledizione uccidendo l’ultima discendente di Warren, si trova davanti a una scelta moralmente mostruosa. Un sacrificio accidentale placa momentaneamente l’isola, ma gli otto rintocchi conclusivi annunciano che il debito è appena aumentato.

È una chiusura all’altezza di aspettative ormai altissime: tesa, divertente, crudele, emotivamente dolorosa. Apple ha già ordinato una seconda stagione. Bene: a Widow’s Bay vogliamo assolutamente tornare.

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Tags: commedia darkhorrorsoprannaturale
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Jacopo Bulgarini d'Elci

Jacopo Bulgarini d'Elci

Fondatore e direttore del progetto MONDOSERIE, prende le serie terribilmente sul serio. In una vita precedente è stato assessore alla cultura della città di Vicenza. In altre e non meno reali esistenze, si è perso sull’isola di Lost, ha affrontato i propri gemelli oscuri in Twin Peaks, ha avuto il cuore spezzato da Breaking Bad. Autore e critico tv, scrive interventi sulle trasformazioni dell’immaginario pop (Doppiozero), tiene conferenze, coordina e realizza pubblicazioni. Soprattutto, guarda e riguarda show da quasi 30 anni.

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