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The Boys, super-satira superata dalla realtà | Nuovi classici
The Boys, podcast | Puntata a cura di Jacopo Bulgarini d’Elci e Livio Pacella.
Il podcast torna su The Boys per chiudere il cerchio. Dopo le precedenti puntate dedicate alle prime tre stagioni dello show e poi al quarto capitolo, quello più politico, e accanto all’articolo già pubblicato su Mondoserie. Ecco quindi una riflessione a due voci complessiva su una serie che, tra il 2019 e il 2026, è stata la più importante rilettura del mito supereroico nell’era post-MCU.
Tratta dal fumetto di Garth Ennis e Darick Robertson e sviluppata da Eric Kripke, The Boys non è mai stata solo una storia di “supereroi cattivi”. È stata soprattutto una satira feroce del potere, del culto della personalità, della spettacolarizzazione della politica, del rapporto tossico tra celebrità, media e consenso.
La quinta stagione, arrivata nel 2026 su Prime Video, chiude la serie madre. È dunque il momento giusto per discutere nel podcast non solo come finisca The Boys, ma anche che cosa ne resti nel suo insieme: se la serie abbia mantenuto fino in fondo la forza delle sue intuizioni iniziali, oppure se sia diventata in parte prigioniera della propria formula fatta di eccesso, provocazione, shock e cinismo.
Il bilancio, probabilmente, sta in mezzo. The Boys resta una delle serie simbolo del decennio, anche se non sempre all’altezza dei propri momenti migliori. Ha chiuso con coerenza più che con sorpresa, con una stagione efficace ma meno dirompente delle prime.
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Cinque stagioni di potere, violenza e decostruzione supereroica
Lanciata su Prime Video nel 2019 e conclusa nel 2026 con la quinta stagione, The Boys è stata creata da Eric Kripke e interpretata da un cast che ha avuto un peso decisivo nel successo dello show: soprattutto grazie a Karl Urban e Antony Starr, rispettivamente Butcher e Homelander. Il racconto costruisce una satira politica e culturale del presente americano, usando il genere supereroico come grimaldello per parlare di corporation, propaganda, leadership carismatica, fandom e violenza sistemica.
Le prime due stagioni restano quelle in cui la serie ha dato il meglio: invenzione continua, satira feroce, energia anarchica, sensazione di assistere a qualcosa di davvero nuovo dentro un panorama saturo di supereroi. Dalla terza in poi, però, è emersa una certa ripetitività strutturale. L’escalation permanente è diventata più difficile da sostenere, e ciò che all’inizio appariva scandaloso e imprevedibile ha finito a tratti per trasformarsi in formula. È rimasto altissimo il livello di molti interpreti – soprattutto Antony Starr, formidabile nel rendere Homelander una creatura insieme mostruosa, infantile, seduttiva e terrificante – ma la serie ha progressivamente perso qualcosa sul piano della sorpresa.
L’ultima stagione eredita tutto questo. Da un lato chiude abbastanza archi e porta alle estreme conseguenze il conflitto tra tre pulsioni opposte: l’autoritarismo messianico di Homelander, il nichilismo disperato di Butcher, il tentativo residuale dei Boys di salvare quel che resta di una società già profondamente corrotta. Dall’altro, però, non riesce sempre a ritrovare la radicalità originaria. È un finale solido, in certi punti anche coinvolgente, ma meno sorprendente di quanto The Boys sia stata nel suo momento migliore.
The Boys: quando la satira non basta più a superare la realtà
D’altra parte, la vera grandezza di The Boys non sta solo nella sua violenza grottesca o nella sua cattiveria iconoclasta, ma nel modo in cui ha intercettato il rapporto contemporaneo tra potere, politica, celebrità e spettacolo. All’inizio la serie sembrava una satira generalizzata del supereroe come brand e del leader come prodotto mediatico. Col tempo, però, Homelander è diventato sempre più chiaramente una figura trumpiana: culto della personalità, rapporto diretto ed emotivo con la base, disprezzo per istituzioni e media, capacità di trasformare scandali e abusi in ulteriore consenso.
Ed è qui che emerge il paradosso più interessante. Quando The Boys è nata, nel 2019, sembrava esasperata, quasi caricaturale. Nel 2026, invece, molti dei suoi simboli – il leader idolatrato, la retorica dell’assedio, il fanatismo mediatico, la pseudo-religione politica, il complottismo permanente – non appaiono più come satira estrema, ma come immagini sorprendentemente vicine alla cronaca. In un certo senso, non è più la serie ad anticipare la realtà: è la realtà ad avere raggiunto e talvolta superato la serie.
Che poi, paradossalmente, è il limite (incolpevole) della serie. Resta il fatto che pochi show hanno raccontato con altrettanta lucidità il nostro rapporto con il potere spettacolarizzato. E l’assurdo, contorto decennio che stiamo vivendo.
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