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The Boroughs, podcast | Puntata a cura di Jacopo Bulgarini d’Elci e Livio Pacella.
The Boroughs rappresenta una svolta interessante nell’orbita creativa dei fratelli Duffer, che della serie uscita nel 2026 su Netflix sono produttori. Se Stranger Things metteva al centro adolescenti alle prese con il Male, qui il punto di vista si sposta all’estremo opposto dell’esistenza: i protagonisti sono anziani. E già solo questo basta a renderla una serie rara.
La televisione contemporanea racconta continuamente l’adolescenza, i trentenni, le giovani famiglie, le crisi di mezza età. Molto più di rado sceglie di affidare il fantastico, l’avventura, il mistero a personaggi che stanno nell’ultima parte della vita. Ed è proprio qui che, come spieghiamo meglio nel podcast, The Boroughs trova la sua intuizione migliore.
In questa tranquilla comunità residenziale nel deserto, dove una presenza misteriosa incrina la routine, il soprannaturale non arriva a sconvolgere vite appena iniziate, ma biografie già dense di memoria, rimpianto, amicizia, malattia, perdita.
La serie non è del tutto risolta, e forse non è un caso che questo tentativo di spostare il fantastico sul terreno della terza età sia stato interrotto così presto (lo show, che pure narrativamente si è concluso, non proseguirà). Ma pur nella sua parzialità The Boroughs resta interessante.
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Cos’è The Boroughs: produzione, cast, trama
Distribuita da Netflix nel 2026 e composta da 8 episodi, The Boroughs nasce sotto l’ombrello produttivo dei Duffer ma sceglie una strada abbastanza diversa dal loro immaginario più noto. L’ambientazione è una comunità per anziani immersa nel deserto del New Mexico, apparentemente placida e autosufficiente. Proprio lì si manifesta qualcosa di inspiegabile, che incrina la quotidianità e spinge un gruppo di residenti a indagare.
Ne nasce un racconto corale che mescola mystery, fantascienza, soft horror e dramma umano. Ed è soprattutto il cast a dare forza e credibilità all’operazione: Alfred Molina, Geena Davis, Alfre Woodard, Bill Pullman, Clarke Peters, Denis O’Hare. Un gruppo di interpreti prestigiosissimo, e non solo per età media, che conferisce peso emotivo, ironia, fragilità, storia vissuta a personaggi che altrove sarebbero stati forse semplici comparse o figure decorative.
La premessa è semplice, ma fertile. Invece di mettere al centro ragazzi che devono crescere, The Boroughs – come discutiamo più approfonditamente nel podcast – sceglie persone che hanno già attraversato molto, e che proprio per questo affrontano il mistero in modo diverso. E il racconto acquista così un tono particolare: meno frenetico, più malinconico, più riflessivo.
Tempo, memoria, comunità
Il vero protagonista di The Boroughs è in effetti il tempo. In questo senso la serie usa il fantastico per dare forma a qualcosa di molto concreto: la sensazione che nell’ultima parte della vita il tempo non sia solo diminuzione, ma anche ritorno, riapertura, resa dei conti.
Qui sta anche il suo valore più interessante. La comunità degli anziani non è raccontata come spazio marginale o residuale, ma come luogo pieno di storie, ferite, desideri, legami. Malattia, amicizia, morte, rimpianto diventano il motore dell’avventura. La minaccia misteriosa arriva a toccare un tessuto umano già segnato dal passare degli anni. E così il fantastico smette di essere puro intrattenimento e diventa un modo per parlare della nostra relazione con la fine, con il ricordo, con la possibilità di essere ancora sorpresi.
Per questo The Boroughs merita di essere discussa, come facciamo nel podcast, anche se solo parzialmente riuscita. Perché prova ad allargare i confini della serialità di genere. Suggerendo che il mistero, l’avventura, perfino il soprannaturale, non appartengano solo alla giovinezza – l’età in cui tutto è possibile.
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