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The Strain, pandemia e tirannide vampiresca in New York City

L'originale serie horror-distopica di Guillermo del Toro (in onda dal 2014 al 2017) continua ad impressionare con la sua inedita e audace miscela di vampirismo, contagio, realismo e distopia...

di Livio Pacella
19/07/2026
in Articoli, In primo piano
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The Strain è una serie americana horror–distopica creata da Guillermo del Toro e Chuck Hogan, andata in onda per 4 stagioni (46 episodi sui 45 minuti circa) sul canale FX (2014-17). In Italia è attualmente visibile su Disney+. Il pluripremiato Del Toro aveva iniziato ad ideare questo progetto già nel 2006, ma alcune divergenze creative con la FOX (pare che il presidente del network cercasse di imporgli di virare sul genere comedy!) ne impedirono allora lo sviluppo. 

Anni dopo, in collaborazione con Hogan, venne pubblicata una trilogia di romanzi – The Strain (La progenie, 2009), The Fall (La caduta, 2010) e The Night Eternal (Notte eterna, 2011). Dai quali è poi stata fedelmente tratta la sceneggiatura della serie. Showrunner è Carlton Cuse (già co-autore e a lungo sceneggiatore e regista della mitica Lost). 

The Strain: un nuovo modello di vampiro

The Strain è un originale e audace esperimento di moderna rivisitazione di un tema ultraclassico come il vampirismo. Che diviene qui sostanzialmente un’infezione, causata dalla trasmissione di un virus patogeno. Senza però perdere i classici tratti dark e demoniaci che da sempre contraddistinguono il genere in questione. Del Toro, il maestro messicano dell’horror fantastico (Il labirinto del fauno, La forma dell’acqua), ha impresso allo show il suo stile personalissimo, seguendone lo sviluppo anche in veste di produttore esecutivo e, occasionalmente, di regista (come nel più recente Guillermo Del Toro’s Cabinet of Curiosities, serie antologica dallo stile piuttosto discontinuo) 

Non abbiamo quindi a che fare con il romantico Dracula di Coppola e nemmeno con il Nosferatu interpretato da Klaus Kinski (nonostante l’estetica vagamente riconducibile). L’oscuro e mostruoso villain di The Strain è la balcanica figura dello Strigoi, che infetta l’umanità tramite vermi parassiti, capaci di trasformare i deboli esseri umani in orribili creature assetate di sangue e totalmente sotto il controllo del primo tra loro, chiamato il Padrone (the Master). Alle atmosfere di terrore sovrannaturale si affianca, fin dal primo episodio, un peculiarissimo approccio medico-scientifico, che tratta il contagio vampiresco come una nuova infezione virale massiva.. Lo stesso Del Toro parla a riguardo di realismo documentaristico. “Vogliamo ottenere uno stile da documentario (…) che si evolva in uno stile più elegante e horror”.

“Un mix di vari stili (…) Qualcosa che non si è ancora visto in televisione…” In effetti, nel bene e nel male, The Strain  è uno show coraggiosamente e inauditamente inedito. Nel bene e nel male. Con lo scorrere delle stagioni si ha infatti più volte la strana sensazione di stare assistendo ad un cupo e psicotico pot-pourri. Che percorre simultaneamente strade narrative eterogenee molto distanti tra loro, caoticamente dislocate nel tempo e nello spazio. In questa apparentemente confusa dislocazione spaziotemporale si muovono coralmente i protagonisti della storia. Personaggi molto diversi tra loro che, a vario titolo, avranno tutti un ruolo determinante nella battaglia finale – all’ultimo sangue, va da sé – contro il Padrone, l’antichissimo vampiro che vuole invadere e conquistare New York (per poi passare al resto del mondo, of course). 

Buoni e cattivi per una lotta all’ultimo sangue

The Strain è dunque un’opera corale. Vi sono dunque Ephraim Goodweather (Corey Stoll – Billions, House of Cards), tormentato epidemiologo alla disperata ricerca di salvare il figlio adolescente Zach (Ben Hyland nella prima stagione, Max Charles nelle successive), eletto il personaggio televisivo più antipatico dell’anno per almeno un paio di volte. C’è il carismatico e misterioso Abraham Setrakian (David Bradley – After Life, Il Trono di Spade), vecchio armeno sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti che combatte il Padrone da tutta la vita; il suo negozio di pegni sarà uno dei luoghi di ritrovo della resistenza umana al dominio degli Strigoi.

Vi sono il pragmatico disinfestatore di topi di origini ucraine, Vasiliy Fet (Kevin Durand – Vikings), Gus (Miguel Gomez – FBI: Most Wanted), il giovane messicano abile conoscitore dei bassifondi della città, e la brillante hacker Dutch Velders (Ruta Gedmintas – The Sandman)… Ve ne sarebbero ancora molti altri, ma è ragionevole fermarsi qui. 

Questo eterogeneo gruppo di persone sarà destinato ad incontrarsi e scontrarsi, a perdersi e ritrovarsi. E noi a seguire le loro avventure sparpagliate per i meandri e i grattacieli di New York, con qualche incursione in altre città americane. Oppure tramite flashback – soprattutto di Abrahim – ambientati in Europa e sparsi nel corso dei secoli. Attraverso i quali ripercorreremo lo strettissimo rapporto tra vampiri e nazisti, che caratterizzerà idealmente anche il futuro regime dittatoriale del Padrone. Premesso che nell’esercito di vampiri alle sue dirette dipendenze – per mezzo di un controllo mentale a distanza – finiscono per assomigliarsi terribilmente tutti, essendo tutti bianchissimi e di nero vestiti, il parallelo tra questi e i nazisti rischia spesso di cadere in una retorica un po’ pacchiana. Strano ma vero: pur essendo ambientata per lo più a New York, non si vedono quasi mai persone di colore.

Ma – tornando alle audaci pacchianerie – la storia riesce a spingersi anche oltre nel passato, fino a giungere ai gladiatori della Roma Antica. E ancora più in là, fino alla sapienza occulta degli Antichi Egizi (lascio queste e altre sorprese a chi voglia addentrarsi nella spassosa visione di The Strain).

Vi sono poi i cattivi, ovvero l’entourage del Padrone, per sua volontà ancora capace di intendere e volere. Qui spiccano le figure del gelido Thomas Eichorst (Richard Samme – Andorl), braccio destro umanoide del vampiresco maestro nonché sadico ex gerarca nazista, e di Eldritch Palmer (Jonathan Hyde – Il giovane ispettore Morse), miliardario che finanzia i piani di conquista della metropoli newyorchese per ottenere l’immortalità dal Padrone (un’altra delle sue caratteristiche). Quest’ultimo richiama alla mente il protagonista di “Le tre stimmate di Palmer Eldritch“, celebre romanzo di Philip K. Dick su un imprenditore galattico trasformato, dentro e fuori (per via delle protesi che lo rendono più cyborg che umano), dall’incontro con entità aliene. Last but not least, il figlio mezzosangue del Padrone, Quinlan (Rupert Penry-Jones – Black Sails), che cova da secoli un’irrefrenabile sete di vendetta nei confronti dell’orrido padre… Anche questo un quadretto variegato, non c’è che dire.

I tanti, forse troppi ingredienti di The Strain

Insomma, gli ingredienti ci sono tutti – e sono forse anche troppi. O forse no: de gustibus. I percorsi si dividono tra l’aspetto medico scientifico, poiché per ogni virus esiste potenzialmente un vaccino; la ricerca storico misterica, poiché esiste un antico libro, l’Occido Lumen, in cui è spiegato come si possa uccidere il Padrone; infine l’azione disinfestatrice, che coinvolge anche (ciò che rimane di) forze dell’ordine ed esercito, poiché gli Strigoi, i nuovi vampiri privi di personalità e libero arbitrio, temendo la luce del sole, infestano letteralmente le fogne di New York… 

Ma vi è anche lo stato di quarantena di una metropoli infettata da questo terribile virus, con tutte le fobie e le psicosi che ciò comporta, partorite in tempi non sospetti rispetto al nostro maledetto Covid. Vi è la necessità di dotarsi di una testata nucleare, da utilizzarsi eventualmente come extrema ratio. Vi sono le immancabili relazioni sentimentali (amico – amica) e famigliari (padre – figlio) dal retrogusto soap strappalacrime. Non possono mancare fragilità e debolezze dei protagonisti umani troppo umani (alcolismo, paura, corruzione, sensi di colpa ecc.). Dulcis in fundo, oh god!, le travolgenti e scontate passioni amorose, sempre dietro l’angolo quando si rischia di morire… 

Chissà!, forse sto dimenticando diversi altri aspetti e contenuti, più o meno importanti. Ma l’elenco di cui sopra dovrebbe bastare a rendere l’idea del caotico intreccio narrativo che può talvolta derivarne. Comunque, alla fine dei conti, tra alti e bassi, The Strain è una serie a suo modo sorprendente e coinvolgente. A tratti addirittura sconvolgente. E tutte le strade alla fine si ricongiungeranno per chiudere unitariamente – e sensatamente – questo ricco e variegato racconto distopico, così lontano e così vicino all’attuale sensibilità riguardo zombie, vampiri e pandemie, complottismi, black out di matrice terroristica e Vive la Résistance!

Un racconto ibrido tra realismo, mitologia e splatter

Racconto che si apre con una sequenza memorabile, un incipit che riporta inevitabilmente alla mente Fringe. All’aeroporto di New York, il John F. Kennedy, è atterrato il volo proveniente da Berlino, ma l’aereo non dà segni di vita. Le porte rimangono chiuse e le luci sono spente. Al suo interno verranno trovati duecentosei cadaveri e quattro soli sopravvissuti in preda ad amnesia e ad un angosciante delirio. A fare questa macabra scoperta sono il direttore del Centro per il Controllo delle Malattie Infettive (CDC), il succitato dottor Eph, e la collega Nora Martinez (Mia Maestro – Alias). Prima che i due arrivino a comprendere in cosa realmente si sono imbattuti, l’infezione vampiresca avrà già cominciato il suo fatidico corso. 

Si parte da subito con tono deciso, puntando contemporaneamente sugli aspetti di suspense gotica e, al contempo, di indagine alla CSI. Nel corso delle stagioni non mancheranno i colpi di scena al cardiopalma e i twist esplosivi (più o meno letteralmente). Non mancheranno le visioni truculente, a volte addirittura di matrice splatter gore – sempre però impeccabilmente stilizzata dalla poetica di Del Toro.

Non solo, infatti, il look degli Strigoi agli ordini del Padrone è efficace e disturbante al punto giusto, ma il loro stesso corpo è uno spettacolo orribile, dotati come sono di un lungo e schifoso tubo pungiglione che fuoriesce dalla bocca per succhiare il sangue. Il loro sangue, invece, è bianco e vi sguazza la miriade di vermi che possiede ogni corpo infetto. La primissima cover locandina della serie mostrava uno di questi vermi mentre entra in un occhio umano, ma in seguito alle numerose lamentele ricevute negli USA il canale FX lo ha sostituito.

The Strain e la psicosi pandemica, tra finzione e realtà

Il millenario supervampiro, lo scienziato diviso tra fede e materia, il vecchio enigmatico saggio che si affida ad un vecchio enigmatico libro. Una New York sempre più in preda al contagio e alla follia isterica di massa. Infine, le musiche di Ramin Djawadi (Game of Thrones).

Anche questi sono elementi di una stralunata, caotica e brillante serie horror distopica decisamente fuori dagli schemi. 

The Strain riesce anche a raccontare in anticipo sui tempi, attraverso una radicale rilettura del classico mito di Dracula, in un mondo corrotto e malato ma comunque ancora popolato da irriducibili eroi positivi (anche se umani troppo umani, il che dà loro un po’ di spessore e profondità), la sottile, spaventosa e spropositata psicosi pandemica. Che al tempo si era insinuata, come un virus patogeno mentale, dentro la maggior parte di noi. Dimostrando, per l’ennesima volta, come sempre l’Arte preceda wildianamente la Vita.

A riprova di una ricchezza di stili e contenuti che, pur nei momenti di apparente (o meno) chaos & disorder, caratterizza una serie a suo modo straordinaria, e che vale sicuramente la pena (ri)vedere. 

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Tags: epidemie e malattiehorrorNew Yorkvampiri e vampirismo
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Livio Pacella [altrove Al Lecap o liviopacella]. Attore, autore, regista, filosofo ballerino, poeta maledetto, bohemien, da tempo impegnato nella stesura del proprio curriculum, continua a vivere, tra lo stupore generale, al di sopra dei suoi mezzi.

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