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La versione di Go Nagai della Divina Commedia è un’operazione di straordinaria umiltà intellettuale e potenza visiva. Lungi dall’essere una parodia o una riduzione superficiale, il manga si inserisce nella grande tradizione delle riscritture del mito. Dimostrando che l’opera di Dante non appartiene a un’unica latitudine, ma è un patrimonio universale capace di dialogare con la violenza e la carne dell’estetica giapponese.
C’è una forma di protezionismo culturale che ci spinge a considerare i capolavori nazionali come tesori esclusivi, intoccabili da chi non condivide la nostra stessa lingua o la nostra storia. Poi arriva un artista dall’altra parte del pianeta, prende quel testo sacro e lo fa saltare in aria, restituendogli la sua originaria natura viscerale.
Pubblicata in Giappone tra il 1994 e il 1995 da Kodansha, e arrivata in Italia a metà degli anni duemila prima di trovare la sua forma definitiva grazie a J-Pop, La Divina Commedia di Go Nagai è un’opera che però sin dall’inizio è stata apprezzata sia dagli amanti dei fumetti che dai puristi della letteratura. Probabilmente perché siamo davanti a una delle trasposizioni più rispettose, lucide e brutali mai realizzate. Un viaggio visivo con cui il padre di Mazinga e Devilman è riuscito a costruire un ponte perfetto tra l’iconografia rinascimentale, le incisioni dell’Ottocento francese e il linguaggio geometrico del manga contemporaneo.
“Fumetto” è il formato del podcast di Mondoserie dedicato al mondo dei fumetti. Dai grandi classici alle opere più recenti. Italiani, orientali, occidentali.
Il ponte visivo: riempire gli spazi di Gustave Doré
Il rapporto di Go Nagai con Dante non è una folgorazione tarda, né un’operazione commerciale studiata a tavolino per il mercato occidentale. È un amore profondo, quasi un’ossessione, che il maestro coltiva fin da bambino. Nata sfogliando l’edizione della Commedia illustrata da Gustave Doré, arrivata in Giappone durante il boom delle traduzioni dei classici europei. Ed è proprio dal segno grafico di Doré che il manga trae la sua linfa vitale. Nagai non cerca di sostituirsi all’incisore francese. Usa le linee cinetiche, le inquadrature e le convenzioni strutturali del fumetto giapponese per “riempire gli spazi” bianchi tra una tavola monumentale e l’altra.
La xilografia originale di Doré lavorava su contrasti netti e tratteggi densissimi per dare volume alla pietra e alla carne dei dannati. Nagai traduce questa pesantezza attraverso l’uso del beta — le campiture di nero pieno — dei reitini e di colpi di pennino spezzati, integrando lo sfondo classico con la regia del koma-wari, la scomposizione delle tavole in vignette dinamiche. Per motivi evidenti, legati alla sensibilità dell’autore, l’adattamento concede uno spazio preponderante all’Inferno, dove l’amore per le forme grottesche raggiunge il suo apice. Ciononostante, il manga non si ferma all’orrore delle prime bolge, ma abbraccia il poema nella sua interezza, affrontando la salita del Purgatorio e la rarefazione del Paradiso.
Vedere i personaggi della Commedia con le fattezze spigolose del fumetto seriale anni Novanta può spiazzare. Eppure questa impostazione trova il proprio senso. Il volto di Dante non ha nulla della postura distaccata del saggio teologo; ha i tratti affilati di un antieroe tragico di Nagai. Un uomo comune che attraversa l’orrore provando un terrore umano, tangibile, esprimendo una profonda e costante riverenza verso la guida Virgilio. Al suo opposto, la Beatrice di Nagai diventa la sintesi perfetta dei canoni estetici del manga: una figura che esprime la massima purezza e dolcezza attraverso la sottrazione del tratto grafico. Un contrasto luminoso e quasi etereo rispetto alla carne straziata e deforme dei dannati che popolano il fondo della terra.
La Divina Commedia, la carne e il demone: il DNA filosofico di Devilman
La scelta di Nagai di misurarsi con Dante non rappresenta un’anomalia, ma la chiusura di un cerchio artistico durato oltre trent’anni. Se il grande pubblico televisivo associa il nome di Go Nagai alle storie eroiche e rassicuranti dei robot giganti che hanno segnato l’infanzia degli anni ’70 e ’80, la critica fumettistica sa che il suo lascito più prezioso risiede nelle sue opere più oscure, nichiliste e disturbanti. L’ossessione per l’Inferno dantesco è, a tutti gli effetti, il nucleo primordiale da cui è nata l’intera estetica del moderno fumetto giapponese per adulti.
Nelle sue opere degli anni Settanta, Nagai compie un’operazione di decostruzione radicale della morale e del dualismo tra bene e male. Nel 1971, con Mao Dante, ribalta completamente la prospettiva teologica: Dio viene rappresentato come un’entità aliena, mostruosa e tirannica. Mentre i demoni sono i legittimi e primordiali abitanti della Terra, risvegliati per difendere il pianeta. Questo seme filosofico germoglia l’anno successivo nel capolavoro Devilman. Qui, la fusione tra l’umano Akira Fudo e il demone Amon serve a dimostrare una tesi spietata. I veri mostri, capaci di una crudeltà sistematica e priva di senso, non sono i diavoli primordiali, ma gli esseri umani spinti dal bigottismo, dalla paura del diverso e dal sospetto reciproco.
Quando Nagai disegna i diavoli delle bolge dantesche, o quando mette in scena Lucifero conficcato nel ghiaccio del Cocito, non sta semplicemente illustrando un testo straniero (La Divina Commedia “italiana”): sta tornando alla fonte originale che ha generato tutta la sua poetica della crudeltà e del sacrificio. Ritroviamo la stessa disperata violenza corporale che ha dato vita a Violence Jack, anticipando di anni l’estetica road punk e post-apocalittica di Mad Max e del Kenshiro (Hokuto no Ken) di Tetsuo Hara. L’Inferno di Dante, per Nagai, non è un luogo teologico situato nell’aldilà; è la descrizione esatta del mondo presente, quando questo viene privato dell’empatia e dominato dalla legge del più forte.
La decostruzione del mito: la lezione transmediale dell’assimilazione
Il terzo punto chiave risiede nel modo in cui la cultura nipponica si rapporta all’idea di mito e di folklore. A differenza dell’approccio occidentale, spesso bloccato da un timore reverenziale verso il testo scritto che si traduce in adattamenti scolastici e privi di anima, il sistema creativo giapponese applica la tecnica dell’assimilazione culturale. Rispetta profondamente il mito estraneo, ma non ha alcuna paura di smontarlo, privarlo della sua patina accademica e rimontarlo per adeguarlo alle proprie urgenze tematiche contemporanee.
Questa fluidità non è un limite o un atto di lesa maestà. Piuttosto, è la prova della vitalità di una storia. Lo abbiamo visto accadere regolarmente nel mercato dei manga e degli anime. Pensiamo al mito norreno del Ragnarok, utilizzato come infrastruttura politica e militare per sorreggere l’architettura de L’Attacco dei Giganti; o al folklore celtico e nordeuropeo che plasma il dark fantasy di Berserk di Kentaro Miura; fino alla classica fiaba cinese del Re Scimmia Sun Wukong, svuotata del suo misticismo per diventare lo scheletro pop di Dragon Ball.
La Divina Commedia ha sempre stimolato queste riscritture radicali anche in Occidente, quando gli artisti si sono concessi la stessa libertà. Basti pensare all’operazione editoriale di Nuages, in cui tre visioni estetiche antitetiche venivano chiamate a mappare i tre regni.
Lorenzo Mattotti, maestro del colore usato come elemento vettoriale e drammatico, ha ridisegnato l’Inferno attraverso contrasti cromatici violenti e masse plastiche. Milton Glaser, pilastro della pop art americana, ha guidato il lettore attraverso le sagome razionali eppure inquietanti del Purgatorio. Moebius, il divino Jean Giraud, ha dato una forma eterea, fantascientifica e spaziale alle visioni celestiali del Paradiso.
L’operazione di Go Nagai si colloca esattamente in questo solco di eccellenza transmediale. Il fumetto non diminuisce il valore del testo di Dante. Lo democratizza, strappandolo alle antologie scolastiche per restituirgli la sua vera forza. Quella di una storia di politica, di paura, di carne e di salvezza.
Questo adattamento è la prova che dobbiamo liberare gli occhi dai preconcetti culturali e dal nazionalismo letterario. Apprezzare il fatto che un’opera come La Divina Commedia, scritta tra le piccole province italiane centinaia di anni fa, sia diventata un patrimonio mondiale capace di toccare il cuore, l’immaginazione e la matita di un artista giapponese è l’unico modo per comprendere la vera potenza dell’arte.
Invece di perderci in sterili critiche filologiche o estetiche che variano a seconda della latitudine in cui ci troviamo, dovremmo focalizzarci sulla bellezza di una storia. Che letta, ascoltata, tradotta o trasposta in fumetto sopravvive alle epoche e travalica ogni confine geografico.
Dallo stesso autore, l’anime di Devilman
















