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Cocaine Cowboys: The Kings of Miami – quando nevica a Miami

Docuserie su ascesa e caduta di Willy Falcon e Sal Magluta, i più grandi trafficanti di cocaina della Florida

di Livio Pacella
13/09/2025
in Documentari
cover di Cocaine Cowboys per Mondoserie
83
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Cocaine Cowboys: The Kings of Miami (Netflix, 2021) è una docuserie in 6 episodi dalla durata media di 50 minuti. La regia è di Billy Corben, che già nel 2006 aveva realizzato un omonimo film, focalizzato sulla guerra alla droga, tra gli anni Settanta e Ottanta, in quel di Miami. Il suo Cocaine Cowboy del 2006 racconta l’ascesa del consumo di cocaina negli USA, e la conseguente guerra a questa, tra gli anni Settanta e Ottanta. La nostra docuserie, invece, si focalizza sul duo – rinominato ‘Los Muchachos’ – che divenne, proprio in quegli anni, il principale distributore di droga, per conto dei cartelli colombiani, nel Sud della Florida.

Willy Falcon e Sal Magluta, questi i nomi dei due narcotrafficanti di origine cubana, protagonisti di Cocaine Cowboys, poco conosciuti in Italia, erano considerati a Miami non tanto feroci gangster, quanto leggendarie – e generose – rock star. Tra la loro ascesa e l’ineludibile resa dei conti finale, da qualche parte viene detto abbiano smerciato così tanta cocaina “da far nevicare a Miami”… 

Salvador ‘Sal’ Magluta e Augusto ‘Willy’ Falcon crescono nel quartiere di Miami noto anche come ‘Little Havana’. Entrambi figli di esuli cubani in cerca di fortuna negli USA, sono fin da giovanissimi amici per la pelle. Già al liceo, negli anni ‘70, capiscono subito di essere più portati allo spaccio di marijuana che allo studio. Del resto, lo smercio di droga è una delle attività portanti del loro quartiere. Detto ciò, va sottolineato come entrambi provengano da oneste famiglie di lavoratori. Sal è il più cauto e ponderato dei due, mentre lo scapestrato e impulsivo Willy si occupa, per così dire, delle relazioni pubbliche. 

Los Muchachos

Fin da subito sbruffoni e sprezzanti del pericolo, ma con un forte fiuto per gli affari, grazie alle loro conoscenze passano in poco tempo dall’erba alla polvere bianca. Che, rispetto alla prima, a parità di peso, rende incredibilmente di più. Gli anni sono del resto quelli giusti, la cocaina dilaga negli States, cambiando addirittura la fisionomia di alcune metropoli. La stessa Miami, ad esempio, prima che iniziasse l’immensa nevicata (tuttora nevica abbondantemente da quelle parti), non era certo nota come capitale del divertimento notturno. Incredibile ma vero, Willy e Sal sono stati tra i maggiori promotori della metamorfosi della florida città della Florida.

I due comprendono immediatamente che gli affari devono restare in famiglia, dove il legame di sangue è – o dovrebbe essere – garante della fiducia che ogni membro dell’organizzazione criminale ripone negli altri. Perché il lavoro di contrabbando e smercio di droga assume in pochissimo tempo dimensioni vertiginose. E quindi fratelli, cugini, cognati – e amici d’infanzia – diventano caporali di un vero e proprio sistema malavitoso. I cui numeri lasciano a bocca aperta: Sal e Willy vengono infine accusati di aver importato – solo negli anni ‘80 – più di 75 tonnellate di cocaina dalla Colombia. Con un guadagno stimato intorno ai due miliardi di dollari!

Questa vera e propria valanga di soldi, in buona parte reinvestiti nella comunità, nel corso degli anni trasforma Los Muchachos in celebrità assai amate dai cittadini di Miami, cocainomani e non. 

I testimoni di Cocaine Cowboys

I due sono indubbiamente padroni della strada, ma con un loro peculiare e singolare modo di gestire il business. Un modo che riesce – strano ma vero? – a tenere il sangue lontano dagli affari. Almeno per 20 anni, fino a quando – loro in carcere, in attesa di processo – i potenziali testimoni a loro sfavore non iniziano a morire come mosche, quasi tutti vittime di attentati.

Tra gli intervistati, in Cocaine Cowboys: The Kings of Miami, ci sono anche un paio di ex affiliati di primo piano ai Los Muchachos, con loro in qualche modo imparentati o in qualche altro modo a loro legati. Entrambi miracolosamente scampati ad un attentato (che doveva essere) mortale. Questo è uno degli aspetti che rende irresistibile la visione di questo documentario true crime: la continua alternanza dei punti di vista.

Che passano da Pedro ‘Pegy’ Rosello (cognato di Willy, che dopo l’intervista per il documentario verrà arrestato per aver cercato di vendere 50 chili di coca ad un agente sotto copertura!) a Patt Sullivan e Christopher Clark, vice procuratori. O da Albert Kriger, eccellente e pittoresco avvocato della difesa, a Marylin Bonachea, storica fidanzata di Sal Magluta. Quest’ultima, a suo tempo ritrovatasi tra l’incudine e il martello, come si suol dire, rivela candidamente alcuni sorprendenti retroscena. Non dimentichiamo infine Jim DeFede, il giornalista che per anni ha tenacemente indagato per suo conto e, quando possibile, reso pubbliche le malefatte legate a Los Muchachos.

Willy e Sal: gangster, rockstar, idioti

La regia di Billy Corben riesce sublimemente a fare a meno di una voce narrante unica, affidando invece di volta in volta il racconto alle prospettive dei diversi intervistati di cui sopra. Voci che ci raccontano anche il lato sfacciatamente edonista di Willy e Sal, per lo meno prima dell’arresto. Los Muchachos amano non solo le belle donne e le belle cose in genere ma hanno una vera e propria maniacale passione per i motoscafi. Quelli da competizione naturalmente: che, rispetto alle barche a motore generiche, sono come i veicoli da F1 rispetto ad un’utilitaria. I due fondano una propria scuderia, con la quale vincono svariate competizioni ad alto livello. Arrivano addirittura a contendersi i titoli l’uno con l’altro, ciascuno guidando un proprio motoscafo.

Il che, tanto per dirne una, li rende assurdamente visibili. Grazie ai canali televisivi che seguono queste gare, i loro volti diventano di dominio pubblico, con tanto di nome e cognome. Stiamo ora parlando di due criminali che sono più volte ricorsi a false identità per togliersi dai guai in diversi stati. Il che potrebbe far pensare che si parli di due idioti. Anche se in realtà la storia parla di due criminali diventati talmente potenti e famosi in quel di Miami, da arrivare a ritenersi intoccabili. A torto o a ragione?

Los Muchachos trascorrono quasi tutti gli anni ’90 in prigione, in attesa di un processo che li vede accusati di un traffico di droga come mai si era visto, almeno fino ad allora, in un’aula di tribunale. Ma, nonostante la quantità di prove contro di loro, e nonostante i testimoni dell’accusa vengano brutalmente ammazzati – a rigor di logica, su loro ordine – i due non verranno condannati. 

Cocaine Cowboys: nascondersi in un hotel a 4 stelle

Surrealmente, Sal esce di galera. Willy, invece, essendo stato trovato al momento dell’arresto in possesso di diverse armi, no. Poco importa: la parabola ha cambiato linea per entrambi, ed ora è irrimediabilmente discendente. In quello che tuttora è considerato uno dei più grandi casi di droga nella storia degli Stati Uniti, i due riuscirono ad avvalersi delle capacità di un vero e proprio legal dream team. E alcuni loro difensori sono, come già detto, tra gli intervistati. Non sempre però dicendo cose a loro difesa. Tra sospetti di omicidio e accuse di corruzione di giuria, pendente un nuovo processo, dato che la Procura non aveva nessuna intenzione di abbandonare il caso, la breve e irragionevole latitanza di Sal lascia tutti a bocca aperta. Decide di nascondersi in un hotel a 4 stelle, sempre a Miami, camuffato da una ridicola parrucca…

Una storia che, come sempre in questi casi, dimostra pienamente come sempre più, nei nostri racconti, o forse addirittura come da sempre, la realtà surclassi la fantasia. Los Muchachos sono, come nel titolo, ribattezzati (the) Cocaine Cowboys: questo perché i due, così come tutta la loro numerosa gang dedita al traffico di stupefacenti, amavano vistosamente calzare stivali e cappello, per l’appunto, da cowboy. Non facevano del passare inosservati una priorità, come ormai si è largamente evinto da quanto fino a qui scritto.

Il declino di Willy e Sal, costruttori di uno dei più grandi imperi del traffico di droga della storia americana, almeno di quella (serialmente) documentata, è affascinante e complesso almeno quanto la loro scalata al successo criminale. Soprattutto perché la narrazione continua ad essere affidata a  questo coro di voci (più o meno) dissonanti. Dai poliziotti agli avvocati, dai collaboratori – loro e di giustizia – ai federali, dai procuratori alle amanti… 

Robin Hood e la corruzione di Miami

Protagonisti assoluti (più Sal che Willy in verità), i due Robin Hood di origine cubana hanno trasformato la soleggiata Miami in una capitale di bianca tossicità. Due ragazzi in cerca di soldi facili, in un paese che promette sogni a chiunque abbia l’ardore di realizzarli, non importa a che prezzo. Prezzo che, ad ogni modo, almeno per quanto concerne la moneta sonante, sono stati più che felici di pagare a tutte le autorità che, negli anni, sono riusciti a corrompere. Perché, prima ancora dei giurati e dunque prima dei processi, sono stati in grado di costruire un impero proprio in virtù delle mazzette abbondantemente elargite.

Il sistema criminale non era composto solo da familiari et simila, con la responsabilità del trasporto, stoccaggio, smercio, contabilità, riciclaggio ecc. Era composto anche, e soprattutto, da agenti di polizia e funzionari vari, tutti disposti a chiudere un occhio, regolarmente o quando necessario. Los Muchachos, non dimentichiamo, sono riusciti nell’impresa di essere assolti in un processo per droga tra i più famosi ed eclatanti nella storia americana. L’articolato e dettagliato racconto di come questo sia stato possibile è la vera materia narrativa di Cocaine Cowboys: The Kings of Miami. 

Ricordiamo un’ultima volta che Magluta e Falcon riuscirono nell’impresa di creare un traffico da miliardi di dollari, senza versare una goccia di sangue (strano, dato che le strade di Miami sembravano una guerriglia continua a quel tempo). Sangue che invece venne copiosamente versato quando i due si trovarono con le spalle al muro. E si ritrovarono in quelle condizioni perché sfacciati ed esuberanti fino all’ultimo. 

Scarface & Cocaine Cowboys

Sal avrebbe più volte avuto, così come Willy, la possibilità, prima di essere arrestato – e anche dopo – di andare a vivere in un paese senza estradizione, portandosi dietro la spropositata ricchezza accumulata. Invece, niente. Come il mitico protagonista di Scarface, interpretato da Al Pacino, fino alla fine rimangono nel loro territorio, in quello che considerano il loro impero. Vivendo bellamente tra gli eccessi alla luce del giorno, anzi: sotto i riflettori, ripresi dalle telecamere! 

Se tra le piattaforme streaming c’è un luogo principe dove le narrazioni legate al mondo del narcotraffico generano contenuti su contenuti e interesse inesauribile, quello è Netflix. Che,da lungo tempo ormai, regala perle docuseriali, o anche solo film documentari, true crime. Genere che spazia dal serial killer al brillante truffatore, dal marito che uccide la moglie alla storia dei grandi trafficanti di droga. Ogni viaggio è naturalmente un viaggio a sé, dipendendo dal taglio registico e, prima ancora, autoriale.

In questo senso, Cocaine Cowboys: The Kings of Miami può talvolta cedere all’enfasi, talaltra sembrare fin troppo scanzonato. Riesce però pienamente nell’intento di raccontare le contraddizioni di quello che fu l’impero de Los Muchachos, con base a Miami. Impero costruito dal nulla da due giovani di origine cubana, che arrivò a fruttare – e far girare – miliardi di dollari (si dice almeno 2).

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Tags: documentariodroga e narcotrafficotrue crimeUSA
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