Tires è una commedia proletaria. In tutti i sensi.
Intanto perché, in epoca di sfarzo produttivo, megastar, grandi budget e grandi ambizioni, nasce piccola e rimane così. Inizialmente autoprodotta dal suo protagonista e co-creatore Shane Gillis. Senza particolari pretese, senza idee geniali, senza la volontà di fare qualcosa di particolarmente nuovo, originale o significativo.
E proletaria per la sua ambientazione, per le cose che racconta, per i personaggi che mette in scena. Una piccola officina, una catena familiare di riparazioni auto, dipendenti che sembrano sempre a metà tra il lavoro vero e il cazzeggio permanente. E poi un capo incapace di farsi rispettare, una famiglia che incombe, un business che non decolla mai davvero.
Va bene così, in fondo. Mica ogni serie deve essere per forza originale o geniale. Mica tutte le serie possono essere drammi grotteschi e fanta-visionari come Pluribus o Severance, o commedie capaci di spaziare tra i generi come Widow’s Bay. Esiste anche spazio per prodotti più piccoli, più semplici, meno ambiziosi.
Tires, con le sue brevi tre stagioni, si fa guardare. A tratti diverte non poco. E ha pure il pregio di raccontare un’America minore, spesso negletta dalla televisione più celebrata – pur essendo identitariamente e numericamente assai rilevante. L’America dei capannoni, dei parcheggi, delle officine, delle battute scorrettissime, del maschile immaturo, del lavoro senza gloria.
Non c’è niente di nobile, qui. Ma proprio per questo c’è qualcosa di interessante.
Tires: cos’è, come è nata
Tires è una sitcom/workplace comedy americana distribuita da Netflix a partire dal 2024. Al momento conta 3 stagioni e 30 episodi: 6 nella prima, uscita il 23 maggio 2024; 12 nella seconda, pubblicata il 5 giugno 2025; altri 12 nella terza, arrivata il 13 agosto 2026.
La serie è creata da Shane Gillis, Steve Gerben e John McKeever. McKeever dirige gli episodi, mentre Gillis e Gerben interpretano i due poli comici principali del racconto. L’ambientazione è la Valley Forge Automotive Center, una catena familiare di officine e vendita pneumatici in Pennsylvania. Al centro c’è Will, interpretato da Steve Gerben: l’erede nervoso, insicuro e sostanzialmente impreparato del business di famiglia. Vorrebbe rimettere in sesto l’attività, migliorarne l’immagine, allargarne la clientela, farla funzionare.
Peccato che accanto a lui ci sia Shane, interpretato da Shane Gillis. Cugino, dipendente, molestatore morale permanente, incarnazione vivente del sabotaggio quotidiano. Shane non sembra interessato in sé e per sé a distruggere il business. È quasi peggio: non riesce a fare a meno di disturbare ogni tentativo di farlo anche solo vagamente crescere.
Il cast principale comprende anche Chris O’Connor, Kilah Fox e lo stand up comedian Stavros Halkias (l’orrido general manager Dave, un personaggio in cui l’essere sgraziato raggiunge dimensioni epiche). Mentre dalla seconda stagione il parco ospiti e ricorrenti si arricchisce. Con qualche cameo di lusso come quelli di Vince Vaughn e Jon Lovitz. Ma soprattutto con l’arrivo di Thomas Haden Church (Twisted Metal), che interpreta Phil Flanagan, padre di Shane e figura destinata a diventare più stabile nella terza stagione.
La storia produttiva è coerente con l’oggetto: un pilot caricato su YouTube nel 2019, una prima stagione finanziata in proprio da Gillis, poi acquisita da Netflix. Una serie piccola anche nel modo in cui nasce.
Shane Gillis e Steve Gerben: una normalità strana
Il nome decisivo di Tires è naturalmente Shane Gillis. Comico nato in Pennsylvania, stand-up, podcaster, volto sempre più riconoscibile della nuova comicità americana (e formidabile imitatore di Trump, quando ne ha voglia).
Gillis ha qualcosa di quasi ostinatamente ordinario. Fisico da ex giocatore di football, aria da regular guy, postura da amico del bar che ha bevuto troppo ma ha ancora la battuta pronta. La sua comicità lavora spesso su stereotipi etnici, culturali, razziali, politici, familiari, sessuali. Sui confini del dicibile. Sulla possibilità di scherzare proprio dove oggi molti pensano non si debba più scherzare.
Il caso che lo ha reso più controverso è noto. Nel 2019 viene annunciato come nuovo membro del cast della mitica Saturday Night Live, ma viene rimosso pochi giorni dopo per alcune frasi offensive riemerse da vecchi podcast. Ne avevamo parlato anche nel nostro articolo su SNL – Saturday Night Live, perché il caso Gillis resta uno degli episodi più significativi nello scontro contemporaneo tra comicità, contesto, cancel culture e percezione pubblica dell’offesa.
In Tires, Gillis porta dentro la sitcom la propria maschera comica: Shane è una specie di antagonista permanente, sempre teso alla prossima burla, alla prossima provocazione, al prossimo dispetto.
Accanto a lui, però, la vera sorpresa è Steve Gerben. Stranissimo nel corpo, nei tempi, nella recitazione, nella voce, nello sguardo. Will dovrebbe essere il protagonista positivo, quello che prova a tenere insieme il business. Ma Gerben lo interpreta come un grumo di ansia, inadeguatezza e bizzarria fisica. L’effetto è costante: non sappiamo mai se tifare per lui o assistere con imbarazzo al prossimo disastro.
Tires, The Office e il capo senza speranza
Ogni workplace comedy americana contemporanea, prima o poi, deve fare i conti con The Office. Soprattutto con la versione americana, diventata negli anni uno dei prototipi più influenti della commedia da luogo di lavoro. Ne abbiamo scritto nel nostro articolo su The Office USA: Dunder Mifflin, Michael Scott, l’ufficio come piccolo mondo chiuso, il lavoro come teatro dell’imbarazzo, della ripetizione, del fallimento e dei legami involontari.
Tires appartiene alla stessa famiglia, ma si colloca – tutto commiato volutamente – più in basso. Non solo socialmente: anche moralmente, emotivamente, perfino spiritualmente. Se The Office raccontava un posto mediocre abitato da persone buffe ma non prive di tenerezza, Tires sembra partire da un grado ulteriore di scoramento.
La differenza più interessante sta proprio nella figura del capo. Michael Scott era imbarazzante, vanesio, infantile, spesso insopportabile. Ma voleva disperatamente che Dunder Mifflin fosse una famiglia. Voleva essere amato. Voleva che le cose andassero bene, anche quando era lui il primo ostacolo al loro funzionamento.
Will, invece, è quasi più tragico. Non ha carisma, non ha autorevolezza, non ha una vera visione. È il figlio del proprietario chiamato a gestire qualcosa che gli sfugge da ogni parte. Un incapace assoluto, ma senza la grandiosa energia comica di Michael Scott. Più che guidare, sopravvive.
E attorno a lui non c’è l’illusione che il lavoro possa diventare comunità. C’è un sentimento più basso e più cupo: niente svolterà davvero. Si tira avanti come si può. Il resto, amen.
A metà tra il trickster e il cugino un po’ stronzo
A questo capo incerto in Tires fa da contraltare, e per paradosso da vero antagonista, il suo migliore amico e cugino. Che ha pure qualcosa di più: il personaggio di Shane Gillis ci ha fatto pensare nientemeno che al trickster.
La figura del trickster attraversa mitologie, racconti popolari e tradizioni antropologiche diverse: è l’ingannatore, il disturbatore, il personaggio che infrange regole, confini, gerarchie. Può essere Loki nella mitologia norrena, Coyote in molte tradizioni native nordamericane, il greco Hermes in alcuni suoi aspetti ingannevoli, l’africano Anansi. Porta caos. Ma attraverso il caos rivela anche la fragilità dell’ordine.
Detto in modo meno solenne: Shane è quel cugino un po’ stronzo che non vuole proprio farti male, ma non riesce mai a stare fermo un secondo. Crea problemi sempre. Trova invariabilmente il modo di far saltare le cose che qualcuno sta cercando faticosamente di costruire. Will prova a salvare e rafforzare il business. Shane pensa a sabotarne gli sforzi. Non per cattiveria. Non perché sia un villain. Ma per puro spirito di contraddizione. Perché la serietà lo irrita. Perché l’autorità lo annoia. Perché ogni discorso organizzato, ogni iniziativa aziendale, ogni tentativo di comunicazione inclusiva, ordinata, adulta, diventa ai suoi occhi un bersaglio comico.
È qui che Tires trova il proprio meccanismo migliore. La serie funziona quando resta dentro questo attrito elementare: qualcuno cerca di raddrizzare il mondo; qualcun altro, accanto a lui, non sa resistere alla tentazione di piegarlo di nuovo.
Spesso Shane ha torto. Ma non sempre. Perché a volte il suo sabotaggio rivela la vacuità, il conformismo, la falsità di ciò che Will sta tentando di mettere in piedi. Come nel caso, che vediamo subito a inizio serie, della delirante campagna per “far sentire più a loro agio le donne clienti dell’officina”.
L’America immatura di Tires
Alla fine, Tires come avete capito non ci è dispiaciuta. Anzi, a tratti ci ha divertito piuttosto.
Ci è piaciuto il focus proletario, working class, blue collar. Ci è piaciuta l’ambientazione minore, senza glamour, senza nobiltà, senza quella profondità programmatica che spesso rende le commedie contemporanee più eleganti ma anche più prevedibili. Tires non vuole essere elegante. Non vuole nobilitare nulla. Vuole raccontare persone immature, volgari, goffe, offensive, spesso sceme. E vedere se da lì può nascere comicità.
Ci è piaciuto anche il suo toccare temi tabù e però molto presenti nella psicologia di massa americana. Compresi i riferimenti non troppo seri ma non trascurabili all’universo trumpiano, al mondo MAGA, all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. In un flashback, un personaggio minore racconta con molta nonchalance che si sta preparando ad andare a Washington a protestare a inizio 2021; Shane, naturalmente, gli suggerisce subito di andarci armato.
È una battuta, certo. Ma non è solo una battuta. Perché Tires mette in scena esattamente quell’America: non necessariamente militante, non necessariamente ideologica, ma culturalmente immersa in un immaginario di risentimento, mascolinità infantile, insofferenza alle regole, sospetto verso ogni linguaggio pubblico troppo ripulito.
Lo show riesce anche a migliorarsi nel corso delle sue stagioni. La prima è poco più di un esperimento. La seconda allarga il mondo. La terza è la migliore: più sicura, più corale, più capace di far fruttare il proprio microcosmo.
Tires non ha messaggi potenti o prospettive geniali. E va bene così. È una piccola commedia da officina che racconta un’America immatura, sgangherata, offensiva, ostinatamente puerile. E tutt’altro che marginale, come scopriamo in ogni elezione.
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