«Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior». E cioè: «Odio e amo. Perché lo faccia, forse ti chiederai. Non lo so, ma sento che accade, e mi tormento». I celeberrimi versi di Catullo vengono in soccorso nel tentativo di affrontare un imbarazzante guilty pleasure: The Mentalist.
Lo show è andato in onda per una marea di anni, dal 2008 al 2015, e per un numero spropositato di puntate: 151, distribuite in 7 stagioni. Va detto: con enorme successo di pubblico, non solo negli Stati Uniti ma in mezzo mondo. E con un riscontro critico più che discreto, legato soprattutto al suo protagonista, Simon Baker.
Una serie che, negli anni, ho amato odiare. E odiato amare. La guardai molto tempo fa, seguendone con una certa sistematicità un paio di stagioni. Poi la mollai, anche con un poco di vergogna per essere arrivato fin lì. Più di recente l’ho recuperata grazie al suo ritorno in distribuzione su Netflix.
Vista tutta? No. Ma ho guardato tutte le puntate legate alla trama principale, quella su John il Rosso: la maggiore e, in fondo, l’unica davvero rilevante delle trame orizzontali di una serie altrimenti episodica (dovremmo dire: dozzinalmente episodica). Tutta risolta nella verticalità di casi che si aprono e chiudono come se non ci fosse un domani.
Il giudizio è cambiato? Sì, no, forse.
The Mentalist resta uno strano oggetto ibrido: largamente sciocco. Eppure, in alcuni momenti, irresistibile. Alla fine solo grazie al suo protagonista – personaggio e attore. Capace di infondere a trame via via più insulse una sorprendente grazia, velata da una malinconia profonda e piuttosto inusuale.
Cos’è The Mentalist: 151 casi da risolvere, più o meno
Creata dallo sceneggiatore e produttore britannico Bruno Heller, The Mentalist debutta su CBS nel settembre 2008 e si conclude nel febbraio 2015. Heller arrivava dal successo critico di Rome, ambiziosa produzione HBO e BBC di cui era stato co-creatore e principale sceneggiatore. In seguito avrebbe ideato Gotham e co-creato il suo prequel Pennyworth.
Dopo il gigantismo storico-politico di Rome, Heller volle affrontare una sfida molto diversa: costruire una serie popolare, familiare e compatibile con le regole della televisione generalista americana. Il risultato fu uno dei maggiori successi della stagione 2008-2009.
La premessa è raccontata nei primi minuti dello show. Patrick Jane (Baker), mentalista (ne parliamo meglio dopo), è una celebrità televisiva. Per anni si è finto un sensitivo, sfruttando le proprie formidabili capacità di osservazione, manipolazione e lettura psicologica. Dopo aver provocato pubblicamente il serial killer John il Rosso, questi gli ammazza moglie e figlia. Jane abbandona la carriera da ciarlatano, per diventare consulente del (fittizio) California Bureau of Investigation: risolve omicidi e contemporaneamente cerca l’uomo che gli ha distrutto la vita.
A dirigere la squadra è Teresa Lisbon, interpretata da Robin Tunney. Con lei lavorano Kimball Cho, Wayne Rigsby e Grace Van Pelt: un gruppo di investigatori non esattamente memorabile, spesso ridotto al ruolo di spalla per le pirotecniche trovate di Jane.
La lunga durata consente però alla serie di mobilitare un piccolo esercito di comprimari e guest star di lusso. Malcolm McDowell (Arancia Meccanica) è il carismatico leader settario Bret Stiles; Pedro Pascal (The Last of Us) l’agente Marcus Pike; Pruitt Taylor Vince (Identity) l’inquietante J.J. LaRoche; Morena Baccarin (Homeland) l’affascinante assassina Erica Flynn. Altri compaiono una sola volta, come Sterling K. Brown (Paradise). Volti spesso assai più interessanti dei casi in cui vengono impiegati.
Patrick Jane e Simon Baker: l’unica ragione per continuare
Quando immaginava Patrick Jane, Bruno Heller pensava a un incrocio tra Sherlock Holmes e un ciarlatano da marciapiede, ma desiderava anche una grazia quasi fuori dal tempo. Il modello dichiarato era Cary Grant.
Patrick Jane è infantile. Gli piace giocare, più ancora che vincere. Si diverte a ingannare sospettati, colleghi e assassini, costruendo piccole rappresentazioni teatrali che costringano il colpevole a tradirsi. Si trova bene con i bambini perché è come loro capriccioso, curioso, insofferente alle regole. È anche pavido. Non è un combattente, non ama le armi, non ha nulla dell’eroe d’azione. Davanti alla violenza cerca riparo, qualche volta scappa a gambe levate. La sua forza consiste nel portare il nemico sul terreno che conosce: la parola, la suggestione, l’attenzione ai dettagli.
A renderlo memorabile è però soprattutto la grazia di Simon Baker. L’eleganza antiquata del completo a tre pezzi, spesso portato senza giacca. Il divano su cui si sdraia mentre gli agenti lavorano. Il rito del tè. Il sorriso luminoso. E, sotto tutto questo, una vena triste che non scompare mai.
Jane vive nel lutto e nel senso di colpa. Detesta medium e sensitivi perché conosce i loro trucchi e disprezza il se stesso di un tempo. La relazione con la presunta sensitiva Kristina Frye è per questo interessante. Quella con Lisbon riproduce invece in forma rovesciata la dinamica tra Sherlock Holmes e Watson: il suo Watson è una donna, una poliziotta e il suo capo.
Anche la teatralità delle soluzioni guarda al giallo classico. Jane ama riunire i sospettati, come Hercule Poirot o Nero Wolfe, ma lo fa in modo più rapido e sfacciatamente manipolatorio. Senza Baker, The Mentalist sarebbe probabilmente scomparsa nel deposito dei procedural intercambiabili. Con lui, diventa almeno riconoscibile. E, a tratti, di più.
John il Rosso, la trama che tiene in piedi The Mentalist
John il Rosso – Red John nella versione originale – entra nella storia ancora prima che la storia abbia davvero inizio. Nel pilot lo incontriamo attraverso i flashback che raccontano la tragedia di Jane: l’apparizione televisiva in cui il presunto sensitivo descrive il serial killer come un uomo piccolo e tormentato; la risposta dell’assassino; il ritorno a casa; il simbolo sorridente tracciato sul muro con il sangue delle vittime (ispirato al vero caso del pluriomicida Keith Hunter Jesperson, non a caso noto come “Happy Face Killer”).
È il peccato originale di Patrick Jane. La sua arroganza ha provocato il mostro, e il mostro gli ha portato via tutto.
Da quel momento John il Rosso diventa insieme nemico, ossessione e principio organizzatore della serie. Bruno Heller lo ha definito il Moriarty di Jane: non un assassino solitario nascosto in uno scantinato, ma una figura dotata di una rete di complici, discepoli, informatori e ammiratori. Una presenza capace di infiltrarsi negli apparati investigativi e di piegare altre persone al proprio volere.

È anche la balena bianca di Jane. Come il capitano Achab di Moby Dick, il protagonista concentra l’intera esistenza sull’inseguimento di un nemico che finisce per definirne l’identità. Senza John il Rosso, chi sarebbe Patrick Jane? Cosa resterebbe della sua vita, una volta ottenuta la vendetta?
L’arco narrativo si sviluppa dalla prima puntata della prima stagione fino all’ottavo episodio della sesta (e ognuna di queste puntate ha, in originale, nel titolo una variante del colore rosso). Un’estensione davvero anomala per un procedural televisivo, tanto più perché inframmezzata da una quantità enorme di casi indipendenti. Una dettagliata guida compilata da un fan individua più di cinquanta episodi legati in modo diretto o indiretto alla trama di John il Rosso: alcuni interamente dedicati al serial killer, altri contenenti soltanto una scena, un personaggio o un indizio destinato a tornare.
Proprio questa dispersione crea uno strano effetto. John il Rosso può scomparire per settimane, persino per mesi, ma rimane il solo elemento capace di conferire alla serie una profondità temporale. Tutti gli altri criminali vengono scoperti e dimenticati. Lui resta. La caccia diventa così un lungo imbroglio, fatto di talpe nel CBI, identità false, seguaci pronti a uccidere o morire, messaggi cifrati, apparizioni mascherate, poesie di William Blake. E una perversa forma di complicità tra cacciatore e preda. John il Rosso non vuole soltanto sfuggire a Jane: vuole essere riconosciuto da lui. Ammirato, persino. Desidera dimostrargli che tra loro esiste una parentela profonda.
È questa trama, più di ogni altra cosa, a tenere in piedi The Mentalist. E a creare un problema quasi insolubile: dopo aver costruito per sei stagioni un antagonista onnisciente, onnipresente ma misterioso e inafferrabile, quasi sovrumano, come rivelarne il volto senza deludere?
John il Rosso e Patrick Jane: il solito amore e odio (SPOILER)
La risposta alla domanda precedente è semplice: non ci riescono.
Il modo in cui viene risolta la storia di John il Rosso è pressoché ridicolo. Brutto, stupido, deludente. Peggio ancora: la serie arriva alla rivelazione attraverso una sequenza di episodi confusi e artificiosi, costruiti attorno alla lista dei sette sospettati elaborata da Jane. Sette uomini tra i quali dovrebbe nascondersi il più grande assassino della storia dello show.
Esplosioni, tatuaggi, organizzazioni segrete di poliziotti corrotti, false piste, morti sospette: la trama accumula svolte senza riuscire a dare loro né chiarezza né peso. Il colpevole si rivela infine essere Thomas McAllister, lo sceriffo interpretato da Xander Berkeley e apparso già nella seconda puntata della serie.
In teoria, la soluzione potrebbe avere un senso: un uomo apparentemente ordinario, collocato in una posizione periferica ma interna alle forze dell’ordine, protetto proprio dalla sua irrilevanza. Nella pratica, il personaggio non possiede nulla del carisma, della potenza psicologica e dell’aura quasi metafisica attribuiti per anni a John il Rosso. Non è una rivelazione: sembra un nome pescato retroattivamente dal catalogo dei comprimari.
Non aiuta sapere che Heller individuò definitivamente l’identità del serial killer soltanto negli ultimi anni dello show. Si vede. Molti degli indizi precedenti non conducono davvero a McAllister; altri vengono reinterpretati o lasciati cadere. La mitologia costruita attorno al personaggio risulta troppo grande per il corpo che dovrebbe contenerla.
Eppure, proprio quando la trama fallisce, Patrick Jane torna a riscattare almeno in parte la serie.
Il confronto finale si chiude in un parco, in pieno giorno. John il Rosso, ferito e in fuga, implora pietà in modo quasi patetico. Jane non lo arresta, non aspetta la polizia, non pronuncia un discorso sulla superiorità della giustizia. Gli mette le mani attorno al collo e lo strangola. Lentamente. Guardandolo morire.
È una rottura sorprendente dei canoni del procedural americano, solitamente impegnato a restaurare l’ordine morale attraverso la consegna del criminale alla legge. Ed è una frattura anche rispetto alla superficie elegante e frivola di Jane. In quel gesto vediamo la sua vera umanità, la devastazione nascosta sotto il sorriso. Non cerca giustizia: ha sempre cercato vendetta. E quando finalmente può ottenerla, non esita.
Era già accaduto nel finale della terza stagione. In un centro commerciale, Jane aveva ucciso a sangue freddo Timothy Carter, convinto che fosse John il Rosso. Dopo avergli sparato, si era seduto tranquillamente a finire il tè, in attesa dell’arresto. Avrebbe poi scoperto che Carter era soltanto un complice e un discepolo del vero assassino.
In entrambi i casi emerge una verità che la serie tende normalmente ad addolcire: Patrick Jane è un uomo pericoloso. La morte di John il Rosso è narrativamente deludente. Ma il modo in cui Jane lo uccide è coerente, brutale, intimo. Quasi una scena d’amore rovesciata.
Il mentalismo: arte, psicologia e truffa
Il mentalismo è una forma di spettacolo in cui l’interprete crea l’illusione di possedere facoltà mentali eccezionali: lettura del pensiero, chiaroveggenza, precognizione, controllo della volontà, memoria prodigiosa, capacità di scoprire informazioni nascoste.
Le sue radici moderne affondano soprattutto nell’Ottocento, nell’età d’oro dello spiritismo, delle sedute medianiche e dei presunti contatti con l’aldilà. Medium e sensitivi presentavano come manifestazioni soprannaturali tecniche poi entrate nel repertorio degli illusionisti.
A differenza del prestigiatore tradizionale, il mentalista lavora sulle persone. Osserva abiti, postura, linguaggio, esitazioni. Formula ipotesi ad alta probabilità e controlla le reazioni dell’interlocutore, correggendo il tiro senza che questi se ne accorga. È la cosiddetta cold reading, la lettura a freddo: ricavare informazioni senza possederne in precedenza. La hot reading utilizza invece dati raccolti prima dell’incontro. A queste tecniche si aggiungono distrazione dell’attenzione, suggestione, memoria allenata ed effetto Barnum: la tendenza a riconoscersi in descrizioni vaghe e generali, purché presentate come personali.
Il confine etico è evidente. Un conto è dichiarare che si tratta di intrattenimento; un altro è sostenere di possedere poteri paranormali, sfruttando paure, lutti e speranze. Patrick Jane viene da questo secondo territorio. Non era soltanto un artista: si presentava come un vero sensitivo, vendeva conforto e certezze, sosteneva di parlare con i morti. Da qui nasce il suo odio per medium e veggenti.
Nelle indagini utilizza una versione spettacolarizzata delle medesime tecniche. Osserva un dettaglio ignorato dagli altri, pronuncia un’affermazione apparentemente impossibile, studia la reazione. Più che scoprire prove, provoca comportamenti.
Naturalmente The Mentalist esagera. Jane deduce troppo, troppo rapidamente e con un margine d’errore incompatibile con la realtà. Ma lo show coglie un punto interessante: osservare significa capire che ogni individuo, anche quando mente, continua a produrre informazioni su di sé.
The Mentalist dopo John il Rosso
Dopo la conclusione della storia di John il Rosso, The Mentalist deraglia definitivamente. Con una piccola eccezione: la puntata immediatamente successiva, My Blue Heaven, anomala e divertente. Sono passati due anni. Jane è fuggito dagli Stati Uniti e vive su un’isola sperduta. Ecco un uomo che, raggiunto lo scopo della propria vita, non sa più bene cosa farsene.
Poi arriva l’FBI. Il CBI viene sciolto e Jane rientra negli Stati Uniti, ricominciando a collaborare alle indagini. Lisbon e Cho lo raggiungono; Rigsby e Van Pelt escono di scena (senza troppi rimpianti). Le storie si trascinano per il resto della sesta stagione e per una settima annata ridotta a 13 episodi. Anche gli ascolti calano ancora, allontanandosi sempre più dai grandi numeri fatti registrare nelle prime 4 stagioni. Il risultato è un catalogo di casi sempre più sfilacciati, privati persino dell’alibi della grande trama orizzontale. La struttura resta quella di sempre, ma ora non c’è più alcuna destinazione: soltanto omicidi settimanali, criminali intercambiabili e il progressivo spostamento verso le vicende sentimentali.
Il rapporto tra Jane e Lisbon diventa il centro della parte finale, fino a un happy ending che più sdolcinato e rassicurante non si può.
The Mentalist aveva provato a nascondere la propria natura primitiva ed episodica dietro la rispettabilità almeno apparente dell’arco narrativo di John il Rosso. Dopo la sua morte resta soltanto ciò che aveva senso fin dall’inizio: Patrick Jane / Simon Baker.
Cioè l’unica ragione per cui guardare, magari con un occhio chiuso, questo show: vedere Jane entrare in una stanza, sorridere, notare ciò che tutti hanno ignorato e mettere in moto il proprio teatrino. The Mentalist è sciocca, ripetitiva, esasperante. Eppure, quando il sorriso di Baker si incrina lasciando affiorare la tristezza, torna irresistibile.
Odio e amo. Non so perché accada. Ma accade.
Un altro detective un po’ così: Monk
















