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The Ripper e la fallocratica imbarazzante incompetenza della polizia

La docuserie true crime Netflix racconta la storia dello Squartatore dello Yorkshire, attivo tra il ‘75 e l’80

di Livio Pacella
12/08/2025
in Documentari
cover di The Ripper per Mondoserie
385
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The Ripper (in it. Lo Squartatore) è un documentario true crime britannico (Netflix, 2020) in 4 episodi. Diretta da Ellena Wood e Jesse Vile, questa miniserie racconta la vicenda dello ‘Squartatore dello Yorkshire’, che seminò il panico nel Nord dell’Inghilterra nella seconda metà degli anni ‘70. Più precisamente, tra il 1975 e il 1980, l’assassino seriale da allora conosciuto come ‘Yorkshire Ripper’ uccise tredici donne e ne aggredì altre sette, in differenti località. Le vittime venivano dapprima stordite con un colpo di martello alla nuca e, in seguito, mutilate con coltello, cacciavite o altro.

La prima vittima fu Wilma McCann, una 28enne divorziata e madre di quattro figli, ritrovata in un campo nel quartiere di Chapeltown di Leeds, dopo che aveva trascorso la serata in giro per locali. Questa prima morte venne derubricata come un omicidio cosiddetto fish & chips – che sarebbe finito su una pagina di cronaca e, dopo un paio di giorni, avrebbe finito per incartare un classico dei menù inglesi.

Il fatto che Chapeltown fosse una delle principali zone a luci rosse dell’area, piena di prostitute e cinema per adulti, fece sì che polizia e stampa andassero subito d’accordo. Wilma venne addirittura denominata sui giornali “la ragazza che amava divertirsi”: perfetto esempio di ‘victim blaming’ (colpevolizzazione della vittima). Del resto, nemmeno le forze dell’ordine erano ben viste da quelle parti. Chapeltown, tra le altre cose, aveva abitanti a maggioranza afro-caraibica e alti tassi di disoccupazione. Ad ogni modo, polizia e opinione pubblica compresero di avere a che fare con un maniaco omicida a distanza di pochi mesi, con il secondo omicidio (gennaio ‘76), avvenuto sempre nello Yorkshire. 

The Yorkshire Ripper vs Jack the Ripper

Il soprannome The Ripper, con evidente richiamo al più noto Jack the Ripper (Jack lo Squartatore), si deve per lo più al primo errore di giudizio da parte degli inquirenti inglesi. Che, senza prove, etichettarono per lungo tempo le vittime come prostitute. Come anche le vittime del mitologico – di sicuro assai mitizzato – assassino seriale vittoriano. Le altre giovani donne, uccise con la stessa modalità, erano infatti di ceto basso e tutte vivevano in zone periferiche, quando non in vere e proprie baraccopoli. E alcune tra loro erano effettivamente meretrici (anche se questo non era il caso, ad esempio, di Wilma McCann – e di altre).

Se il parallelismo con Jack the Ripper fu un’invenzione della stampa di allora, per accrescere il morboso interesse del pubblico verso questo già di per sé sconvolgente caso di cronaca, ebbe anche la funzione di rassicurare tutte le donne, per così dire, per bene. Ma attenzione: The Ripper, lungi da qualsiasi giudizio morale, spiega doviziosamente il contesto sociale, politico ed economico del tempo, in quella determinata area del Nord Inghilterra. Racconta cioè la crisi di una regione, che arriva a costringere diverse donne comuni – soprattutto se single, separate, vedove, ecc. con figli a carico – a prostituirsi, per riuscire a mantenere la famiglia.

In questo, la docuserie Netflix si differenzia da altri true crime della stessa piattaforma: il protagonista non è l’assassino, che viene anzi svelato soltanto alla fine. Protagonisti sono invece da una parte il contesto storico e culturale di quegli anni, dall’altra la lunga e inconcludente indagine criminale, la più grande mai avvenuta nel Regno Unito, costellata di errori. Tutti dovuti ai luoghi comuni maschilisti allora imperanti. A partire da quello di identificare le vittime dello Squartatore dello Yorkshire con donne di facili costumi e bassa moralità.

Una ragazza dannatamente per bene

A differenza del caso di fine Ottocento su Jack the Ripper, qui l’assassino seriale in questione venne alla fine trovato, anche se praticamente per caso. Si chiamava Peter Sutcliffe, morto nel 2020 per infarto (apparentemente dovuto al Covid), e all’epoca camionista 35enne. Prima di essere arrestato, era già stato interrogato almeno una decina di volte (sic), e ogni volta rilasciato – addirittura scartato dalla lista dei primi quaranta sospettati – nonostante corrispondesse all’identikit! Tra gli squartatori Peter e Jack, comunque, tra gli altri punti in comune – quelli reali e quelli presunti – c’è il fatto che sia stampa che polizia, durante il periodo degli omicidi, ricevettero diverse lettere che millantavano la firma prima dell’uno, poi dell’altro. Probabilmente tutte inautentiche. 

Tornando a The Ripper: la rassicurante e distorta visione avallata dalla polizia e riportata dai giornali – quella per cui le brave ragazze e le buone mogli fossero al sicuro – venne repentinamente ribaltata dopo il ritrovamento del corpo di Jayne MacDonald. Una sedicenne, senza contatti con Chapeltown o con la prostituzione, che apparteneva decisamente ad un diverso ceto sociale. Una ragazza dannatamente per bene.

Da questo momento la narrazione cambia – non solo quella di stampa e forze dell’ordine del tempo, ma anche quella del documentario stesso. Le donne infatti diventano ora protagoniste tout-court. E a ragione. 

The Ripper e l’incompetenza fallocratica della polizia

The Ripper è un racconto basato, oltre che su copioso materiale d’archivio, su diversi punti di vista: quello della polizia (che tuttora reclama le prime vittime essere state con ogni probabilità tutte prostitute), dei giornalisti, dei familiari delle vittime e delle sopravvissute (formula chi riecheggia in gran parte dei true crime, vedi Night Stalker). Abbiamo già abbondantemente detto di come la massiva operazione d’investigazione, supportata dai media, avesse lasciato intendere le vittime essere poco di buono, quasi a giustificare gli scarsi risultati fino ad allora ottenuti, nonostante l’impressionante numero di agenti in azione (dapprima centinaia, in seguito migliaia!). Ma ora (cioè dopo l’assassinio dell’adolescente per bene) che si raccomandava a tutte le esponenti del gentil sesso di non uscire da sole la sera, la reazione delle donne – di tutte le donne – fu potente e immediata. 

I tempi stavano cambiando e, chissà, forse anche le goffe indagini su questo triste caso diedero involontariamente il loro contributo ad una maggiore consapevolezza e audacia e anche libertà d’azione femminile – o femminista, che dir si voglia. Si potrebbe cautamente affermare – The Ripper sembra proprio farlo – che l’efferatezza di questo maniaco omicida e l’incompetenza fallocratica della polizia abbiano dato il via ad una nuova evoluzione sociale, volta a superare le discriminazioni di genere (quindi tutt’ora in corso). 

Se, fino ad allora, le donne erano comparse soprattutto nel ruolo di vittime e le voci narranti erano quelle maschili – detective o giornalisti che fossero – da qui le cose cambiano. Anche all’interno della narrazione del documentario. Non solo quindi hanno inizio manifestazioni e marce di protesta, tutte al femminile, ma anche nella stessa docuserie subentra il racconto di alcune donne. Racconto che, in un certo senso, ribalta la storia di The Ripper.

‘Reclaim The Night’

Qual’è questo ribaltamento, per così dire, di genere? Presto detto (scritto): un maledetto bastardo omicida ammazzava solo donne. E solo dopo averle, in qualche modo, rimorchiate. Per questo, secondo le solite fonti moraliste/maschiliste, queste dovevano essere per forza puttane (abbandoniamo per un momento la questione delle marchette come sussidio di sopravvivenza familiare). Se non lo erano, era solo perché il killer le aveva scambiate per tali. Quindi, l’assassino essendo una sorta di puritano psicopatico, bisognava che tutte le donne non uscissero più di casa la sera. Se lo facevano, magari anche andandosi a divertire, per di più da sole, era chiaro che se la stavano cercando…

Reclaim The Night è il titolo di uno dei 4 episodi, nonché uno degli slogan utilizzati nelle proteste femministe di quel periodo. Altri sono: “Se l’assassino è un uomo, sono gli uomini che devono restare a casa…” oppure “Il vero pericolo sono gli uomini e la cultura patriarcale…” La risposta a quella particolare emergenza criminale non poteva risiedere in una regressione sociale. Era un ricatto a cui nessuna donna voleva sottomettersi.

Comunque, la pressione per la risoluzione del caso dello Squartatore dello Yorkshire era alla stelle. In più, oltre ai pregiudizi morali, a rallentare ulteriormente le indagini ci si mise un’assurda registrazione audio – assieme a diverse missive – attribuita all’assassino in questione. E anche – e soprattutto – la brillante idea poliziesca di diffondere il più possibile l’audio, tramite un numero da chiamare per ascoltare la voce del killer (sic). Nella speranza invece qualcuno potesse finalmente riconoscerne la calligrafia, vennero affisse su cartelloni in diversi punti strategici riproduzioni giganti delle missive. Il punto però era che né la voce né la grafia appartenevano al vero responsabile dei delitti. Erano soltanto espressioni di puri deliri mitomani.

The Ripper e l’ironia della sorte

Mentre i primi due episodi dipingono l’orizzonte sociale, sul cui sfondo avvengono i brutali omicidi raccontati nei minimi dettagli, i passi falsi della polizia e le reazioni di media e opinione pubblica, sono gli ultimi due ad entrare nel vivo della cattura dello Yorkshire Ripper. In effetti, per chi non ne conosce la storia, in questa docuserie rimane intatta tutta la componente da giallo poliziesco. Risoluzione compresa, come abbiamo prima accennato.

Peter Sutcliffe era già più volte finito nella nella lista dei sospettati. Abituale frequentatore di meretrici, Sutcliffe, prima di fare il camionista, era stato becchino. Il soprannome, datogli dagli stessi colleghi, era ‘Lo Squartatore’. Ironia della sorte. Il suo percorso giudiziario – completo di dichiarazioni in cui dice che tutto era cominciato scavando una fossa e sentendo voci – pare si trattasse della voce di Dio – “che sembravano arrivare da una tomba”, occupa gli ultimi minuti. 

Fin dall’inizio c’era una notevole quantità di indizi per arrivare a lui – impronte di pneumatici, una banconota di nuova fattura proveniente da una precisa parte della cittadina, la targa della sua macchina più volte annotata di notte tra prostitute… Per non dire dell’identikit del suo volto… 

Eppure, in The Ripper, ad essere realmente sotto accusa non è tanto questo psicopatico omicida, quanto la mentalità misogina di una cultura retrograda, fallocratica e moralista. Che ha ritardato la cattura di Sutcliffe, giusto in virtù della propria maschilista miopia. Ma, vivaddio – che se esiste è maschio -, le cose oggi sono fortunatamente cambiate, no?

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