In un’America spaccata tra sogno e disperazione, dove le colline degli Appalachi nascondono storie di povertà e resilienza, il film nato per lo streaming Netflix nel 2020 Elegia Americana (in originale Hillbilly Elegy), diretto dal grande nome hollywoodiano Ron Howard e tratto dal libro di memorie di J.D. Vance – attuale vicepresidente degli Stati Uniti d’America – si è posto come il più noto tentativo degli ultimi lustri di ritrarre il cuore di una comunità da un lato sempre più marginalizzata, e decimata dalla strage degli oppioidi, e dall’altro considerata sempre più come una popolazione davvero autoctona, una persistente minoranza indigena dell’America autentica.
La trasposizione del fortunato libro di Vance ha goduto di un cast stellare guidato da Glenn Close, Amy Adams e Gabriel Basso. Il film segue la parabola di Vance, un ragazzo dell’Ohio rurale che si emancipa dalle sue radici per approdare a Yale. Mentre lotta con il peso di una famiglia segnata da dipendenze e traumi.
Hillbilly Elegy è un drammatico bildungsroman incentrato su una famiglia disfunzionale. E al contempo un tentativo di esplorare l’ethos della working class americana, la storia del forgotten man degli Stati minori con le sue ferite e il suo orgoglio, e la sua via di uscita all’interno del sogno americano. Dove la tenacia dinanzi al dolore e alla miseria può innalzare a livelli mai visti un uomo e la sua famiglia.
Ode agli Appalachi
Il film si dipana su due linee temporali. Il 2011, dove J.D. Vance (Gabriel Basso), studente di legge a Yale, affronta il mondo elitario dell’alta società. E gli anni Novanta, che raccontano la sua infanzia a Middletown, Ohio, tra le difficoltà economiche degli Appalachi. La catena montuosa americana che molti americani non sanno nemmeno pronunziare e che è divenuta sinonimo di povertà e deindustrializzazione.
Al centro del dramma famigliare c’è la madre di J.D., Bev (Amy Adams), un’infermiera tossicodipendente il cui caos minaccia di inghiottire la famiglia. E la vera figura di riferimento, la nonna Mamaw (Glenn Close), dura ma amorevole, che diventa l’ancora di salvezza del ragazzo.
La narrazione intreccia momenti di crisi difficili da guardare – come l’overdose di Bev – con flashback che esplorano il legame di J.D. con le sue radici «hillbilly». Un termine che, come spiega il film, definisce la cultura operaia di origine scozzese-irlandese, ma che è passato ad essere un termine dispregiativo per i montanari americani.
Il contesto storico è il vero grande tema di Hillbilly Elegy. Gli Appalachi, colpiti dal declino industriale degli anni Ottanta e Novanta, sono un microcosmo della Rust Belt americana. Dove la povertà, l’abuso di oppioidi e la disillusione politica hanno plasmato una comunità emarginata.
La storia di Vance, che passa dalla miseria rurale alle aule di Yale, riflette il sogno americano, ma anche i suoi angoli ciechi il successo individuale non cancella le cicatrici collettive, che sono, nel caso della catastrofe degli oppiodi, come la tremenda serie Dopesick.
Mamaw Terminator
Hillbilly Elegy si propone come un dramma intimo con l’ambizione di rappresentare un’intera cultura. La storia di un intero popolo che ha, dice il protagonista, perfino una sua «aristocrazia» – da cui egli appunto discenderebbe
La sceneggiatura di Vanessa Taylor (già nota per aver scritto la serie Alias, Everwood, il Trono di spade e pure il mostruoso film premio Oscar di Guillermo del Toro La forma dell’acqua) privilegia i momenti di grande potenza emotiva. In ispecie il rapporto tra J.D. e la nonna Mamaw (termine dialettale di certe aree del sud degli USA per chiamare, appunto, una nonna).
Mamaw, che secondo il racconto è davvero la persona che ha cresciuto Vance, è una forza della natura. Accudisce il ragazzo in vece della mamma drogata, contratta con chi porta i pasti per i poveri per avere qualcosa di più, striglia il nipote e riporta indietro la calcolatrice che aveva rubato al negozio per fare i compiti.
La nonna è una figura d’acciaio, che ha compreso della vita determinate cose. Vedendo in TV una replica di Terminator 2, spiega al ragazzo che gli uomini sono fatti così, c’è il Terminator buono e il Terminator cattivo, e possono convivere nella stessa persona, come nel caso del suo defunto marito.
Qualche tempo fa il vicepresidente ad un evento ha ricordato che quando morì, trovarono qualcosa come 19 armi da fuoco in casa della nonna. La passione per il Secondo Emendamento della Costituzione statunitense era grande, e forse l’amore per il racconto Terminator andava al di là della metafora.
Il cast stellare (ma funzionale) di Hillbilly Elegy
Glenn Close, quasi irriconoscibile come Mamaw, offre una performance straordinaria, sensibile e feroce al contempo, con in bocca sigaretta e male parole. È la colonna portante morale del film (e, secondo quanto si vuole trasmettere, della crescita del vicepresidente). Una donna che incarna la resilienza degli Appalachi.
Amy Adams, come Bev, è altrettanto potente, portando vulnerabilità e rabbia a una madre distrutta dalla dipendenza. Alcune scene della sua discesa negli inferi della droga, con l’effetto devastante sulla famiglia fatherless, sono difficili da guardare.
I personaggi secondari, come la sorella Lindsay (Haley Bennett) e la fidanzata Usha (Freida Pinto), sono meno sviluppati. La comunità degli Appalachi è rappresentata con affetto, nonostante il ritratto continuo di famiglie disfunzionali. Le scene di violenza domestica sono tragiche ed atroci.
Hillbilly Elegy tocca temi universali: il trauma generazionale, la lotta per l’emancipazione, il conflitto tra radici e ambizione. J.D., che si sente un estraneo sia a Middletown sia a Yale, incarna il disagio di chi attraversa due mondi. Mamaw, con la sua durezza e il suo amore, è un simbolo di sacrificio. Mentre Bev rappresenta il fallimento del sogno americano.
Fallimento che, tuttavia, pare emendato dalla realtà. Alla convention repubblicana che ha incoronato Trump come candidato 2024 (quella subito dopo il tentato assassinio al comizio di Butler, Pennsylvania) fu presentato anche Vance come candidato vicepresidente. E lui, in un raro riferimento alla madre – presente tra il pubblico – disse che il prossimo anniversario della sua «sobrietà» sarebbe stato celebrato alla Casa Bianca. La promessa è stata mantenuta sei mesi fa.
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Droga e deindustrializzazione
La regia di Ron Howard (il grande nome di mezzo secolo di grandi produzioni di Hollywood che fu, lo sapete, il Richie Cunningham di Happy Days e che di recente è apparso in The Studio) è visivamente impeccabile, con una fotografia che cattura la desolazione degli Appalachi – cieli grigi, case fatiscenti, acciaierie abbandonate nella catastrofe della deindustrializzazione occidentale – in contrasto con il verde lussureggiante di Yale. La colonna sonora del maestro Hans Zimmer, con note malinconiche e accenni country, amplifica l’atmosfera
Hillbilly Elegy si propone come uno specchio della più dimenticata working class americana. Tema che collega il film a narrazioni come Il cacciatore, ambientato qui. La dipendenza di Bev riflette la crisi degli oppioidi che ha devastato gli Appalachi. Arrivando, nel 2018, alla pazzesca cifra di 130 morti al giorno per overdose.
La scelta di non affrontare il contesto politico – come il ruolo degli Appalachi nell’elezione di Trump nel 2016 – è dovuta ad una serie di fattori. Vance, prima di divenire senatore dell’Ohio, era celebrato dall’establishment americano, con articoli compiacenti sul New York Times, contratti editoriali, e, appunto, lo sbarco in pompa magna nella Mecca del cinema.
La storia del libro è interessante: a spingerlo a scrivere le sue memorie sarebbe stata Amy Chua, sua docente alla Yale Law School, divenuta celebre come la «mamma tigre» autrice di un libro (Battle Hymn of the Tiger Mother, in italiano Il ruggito di mamma tigre) in cui vantava la durezza con cui stava crescendo la figlia, chiusa in stanza a provare e riprovare gli spartiti di Rachmaninov. In precedenza aveva pubblicato il saggio L’età dell’odio. Esportare democrazia e libero mercato genera conflitti etnici?, uscito negli anni in cui Vance era nel corpo dei Marines in Iraq per il progetto folle e fallito di «esportare la democrazia».
Hillbilly Elegy: il vero finale è alla Casa Bianca
Tornato dalla guerra, e frequentato la facoltà di legge nella prestigiosissima Yale, Vance dapprima si installa, come da tradizione, in un grande studio avvocatizio (il «casting» del quale è visibile nel film). Ma poi fa l’incontro con l’uomo che cambierà la direzione della sua carriera, portandolo, da dietro le quinte, alla Casa Bianca: il geniale investitore Peter Thiel.
Thiel, allievo diretto a Stanford del filosofo del sacrificio René Girard, è stato, oltre che fondatore di PayPal, primo finanziatore di Facebook (nel 2004…) e creatore di Palantir. Azienda di software analitico ora ritenuta, come lo stesso Thiel, un grande babau dietro l’amministrazione Trump.
Vance scalerà le posizioni dentro i fondi Venture Capital di Thiel (tutti chiamati con nomi tolkieniani) per poi divenire uno dei due candidati in politica di Thiel. Vance strapperà la vittoria come senatore dell’Ohio, mentre l’altro, Blake Masters (che aveva riorganizzato i discorsi di Thiel nel libro Da zero a uno) verrà «trombato» in Arizona.
Nei primi tempi da senatore, Vance si presenta come la voce dell’America dimenticata. E si dichiara, per mesi e mesi, un nevertrumper, ossia un repubblicano che schifa Trump.
Cosa degna di nota: Thiel aveva pubblicamente sostenuto Trump nel 2016 (contro ogni pronostico, dice lui, che risiedeva nella molto democrat Silicon Valley) ma con grande prescienza non nel 2020, per poi tornare a bordo, sebbene più defilato, nel 2024.
Le cose, ad ogni modo, cambieranno: Vance si converte al cattolicesimo (ma con matrimonio indù…) e diventa sempre più popolare nell’élite MAGA. Si dà credito al giornalista Tucker Carlson e ad altri per aver persuaso Trump a nominarlo vicepresidente nella corsa 2024.
Ed eccolo: l’elegia hillbilly finisce alla Casa Bianca. One heartbeat from the presidency, dicono gli americani. Un piccolo infarto e il ragazzino degli Appalachi traumatizzati diviene l’uomo che regna su 350 milioni di persone e oltre. Un impero tanto infinito da essere quasi invisibile. Con il tasto di migliaia di testate termonucleari sempre accanto a sé.
Un finale che nemmeno Hollywood poteva inventare.
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