Aka Charlie Sheen (Netflix, 2025) è un documentario in due parti di circa 90 minuti ciascuna. Charlie Sheen – vera e propria leggenda hollywoodiana – è lo pseudonimo (a.k.a. sta per also known as, ovvero altrimenti noto come) di Carlos Irwin Estévez. Figlio del celebre Martin Sheen (Apocalypse Now, ma anche sere cult come The West Wing), Charlie ha incarnato in pieno, per almeno 4 decadi, gli eccessi e le oscurità di Hollywood.
L’attore americano, che ha compiuto i sessant’anni, è incredibilmente – e miracolosamente – ancora vivo. E si racconta in questo documentario, che esce in concomitanza con il suo memoir, The Book of Sheen. Da che parte cominciare? Dall’uomo, dall’attore o dal perché scrivere di Aka Charlie Sheen? Uhm, dalla carriera forse. Sembra l’argomento più facilmente abbordabile, almeno per sommi capi. Figlio d’arte, come si è detto, e fratello minore di Emilio Estevez, che iniziò prima di lui – e con un certo successo – il percorso cinematografico.
Inizia, giovanissimo, con una situazione che ha già del surreale: il regista di Karate Kid lo vuole per la parte da protagonista. Ma il 18enne ha già dato la sua parola per comparire in una scena dell’improbabile Grizzly II: Revenge… Il padre lo convince a mantenere la parola data. Risultato: Karate Kid impazza nei botteghini, mentre la scena di Grizzly II, girata nell’Est Europa insieme agli altrettanto giovanissimi George Clooney e Laura Dern (sic), entra subito nel dimenticatoio. Materiale per la futura psicanalisi. Poco male, perché il ruolo da protagonista – e che ruolo! – gli arriva poco dopo: Platoon di Oliver Stone, 1986. Seguito l’anno dopo da Wall Street, dello stesso regista, dove recita a fianco di Michael Douglas. Charlie ha poco più di 20 anni.
Pubblico e privato in Aka Charlie Sheen
Dopo questi due cult degli anni ‘80, fiumi di cocaina e la prima rehab (riabilitazione), è il protagonista del film demenziale Hot Shots! (1991). Non ha ancora compiuto 30 anni, quando nel 1994 gli viene assegnata una stella sulla Hollywood Walk of Fame. Seguono una miriade di altalenanti pellicole, fino a quando nel 2000 non sostituisce Michael J. Fox nelle ultime due stagioni della sitcom Spin City. Per questa interpretazione vince il suo unico Golden Globe.
Nel 2003, il debutto di Two and a Half Men (Due uomini e mezzo), sitcom di Chuck Lorre che verrà trasmessa sulla CBS con uno straordinario successo fino al 2015. Permettendo a Charlie, con 1 milione e 250.000 dollari ad episodio (arrivati addirittura a 2!), di divenire l’attore televisivo più pagato di sempre. Peccato che Sheen verrà licenziato dallo show nel 2011 (sostituito da Ashton Kutcher), in seguito ai pesanti insulti antisemiti rivolti a produttori e sceneggiatori della serie, in particolare allo stesso Lorre. Sembra la fine. Ma non è la prima volta.
La carriera di Charlie si è spesso intersecata con il suo privato. Ovvero con i suoi eccessi – in primis alcool, sesso e crack. Scene pubbliche imbarazzanti, abusi domestici, prostituzione, galera, AIDS… La sua turbolenta vita è sempre stata perfetta per carburare sociale e rotocalchi gossippari. Superfluo qui ripercorrere le sue intemperanze più o meno criminali, dal colpo di pistola partito ‘accidentalmente’ verso la fidanzata Kelly Preston (1990) al coltello puntato alla gola della moglie Brooke Mueller (2010), per cui trascorre 30 giorni in carcere. E come non ricordare Heidi Fleiss, la maitresse contro la quale deve testimoniare in un processo: “Charlie is a crybaby pussy bitch…”
“A nessuno se non al mio terapista…”
Qui entriamo nel lato più oscuro della biografia dell’attore americano. Che oggi, ricordiamo, ha sessant’anni, ed è sobrio – per lo meno al tempo del documentario – da sette. Sobrio da anni e ancora vivo: due condizioni che, associate oggi a Charlie, destano non poco stupore.
La costruzione narrativa di Aka Charlie Sheen è tripartita: Partying, Partying with Problems, Just Problems (non credo serva la traduzione). Ad orientarci, in questo percorso esistenziale costellato di eccessi – alcool, sesso e cocaina/crack -, oltre ai materiali d’archivio – interviste, estratti televisivi, momenti diventati iconici -, e alle testimonianze di amici, ex mogli (tre), colleghi, c’è lui e solo lui. Charlie Sheen.
Seduto nell’angolo di un tipico diner americano, con la classica tazza di caffè e un sorriso sornione, racconta di quando, completamente ubriaco, pilota un aereo di linea con più di un centinaio di passeggeri a bordo. Solo perché il capitano era un suo fan.
E questo non è che il primo di una folle catena aneddotico-esistenziale, fatta di filmini di famiglia in Super 8, ricordi d’infanzia sul set di Apocalypse Now, Clint Eastwood al telefono durante la sua prima intervention (1990!), le escort a 15 anni pagate con la carta di credito del papà, il cubetto di ghiaccio infilato nel retto per rimanere sveglio durante le riprese di un film, il sangue di tigre (!), i rapporti omosessuali durante l’abuso di crack (che definisce “liberatori”), l’intervista alla NBC in cui rivela la sua sieropositività (2015)… Momenti importanti, tra pubblico e privato. “Le cose che ho intenzione di condividere, avevo giurato su Dio di non dirle a nessuno se non al mio terapista.”
Aka Charlie Sheen: parola di Slash (e Nicolas Cage)
Sheen dice di essersi in passato sentito “tenuto in ostaggio” dal timore che i suoi segreti venissero rivelati. Strano, dato che in realtà c’è davvero poco nella sua narrazione che già non si sapesse. L’uomo si è, per così dire, sputtanato mitologicamente sia in quel di Hollywood sia a livello global-popolare. Rimane però incredibile la sua capacità di sguazzare, letteralmente, tra la polvere e gli altari.
Il racconto che esce da Aka Charlie Sheen, avvalorato dalle testimonianze di amici storici (come Sean Penn), ex mogli (come Brooke Mueller) e ex colleghi (come Jon Cryer) – e nessuno di loro si risparmia – è quello di un essere fuori dal comune e naturalmente votato all’eccesso, cui si dedica senza mai risparmiarsi. Parola di Slash, storico chitarrista dei Guns’n’Roses, noto a sua volta per lo stile di vita platealmente maudit, che gli dice: “amico, stai esagerando… hai davvero bisogno di andare a disintossicarti!”
Le cifre spese negli anni da Charlie per prostitute – che era solito offrire generosamente agli amici -, coca alcool e crack – anche qui vorrai mica che gli altri restino a guardare – sono a dir poco sbalorditive e vertiginose. Nel documentario viene intervistato anche Marco, il suo pusher storico, che è stato anche uno dei suoi migliori amici. E che tranquillamente racconta di come la sua vita sia svoltata quando Charlie è diventato un suo cliente.
L’amicizia con il suo spacciatore non deve assolutamente stupire: basti pensare che, tra i suoi migliori amici, figura anche quel meraviglioso pazzo scatenato che risponde al nome (quando è sveglio) di Nicolas Cage… Un momento: Sean Penn e Nicolas Cage sono tuttora due nomi di assoluto rilievo nel cinema americano. Cosa è successo invece a Charlie, la cui carriera era partita alla grande grazie a Oliver Stone?
Il farmaco più prezioso – e pericoloso
La vastissima filmografia di C. Sheen, dopo l’exploit comico-demenziale, sembra inabissarsi in un infinito elenco di titoli terribili. Per lo meno fino alla consacrazione milionaria del piccolo schermo. Probabile questo abbia a che fare con l’indefinita sequenza di feste, overdose, ricoveri, matrimoni, riabilitazioni, abusi, scandali, processi… Il tutto in un intreccio senza soluzione di continuità tra persona e personaggio. E quindi spesso a favore o – è il caso di dirlo – a sfavore di telecamere, paparazzi ecc. La vita di Charlie, ormai volente o nolente non importa più, è uno show sugli abissi e lui è uno che continua a sorridere anche mentre precipita nel proprio.
Qui si racconta generosamente, si confida e si confessa, eppure raramente è capace di compiere un vero atto di introspezione. Troppo forte in lui il richiamo dell’uomo di spettacolo, che ha la capacità non tanto di pentirsi, quanto di trasformare ogni caduta in acrobazia. Quello che è indubbiamente interessante nella sua vita, e di conseguenza in Aka Charlie Sheen, è quanto in profondità e per quante volte quest’uomo è stato capace di cadere – e di rialzarsi. Il pentimento allora, in questa sua retrospettiva esistenziale, non è forse più così importante.
Chissà perché il padre Martin e il fratello Emilio hanno scelto di non partecipare a questo documentario, pur non avendo mai smesso di supportare la pecora nera della famiglia Sheen. E chissà perché la parabola di Charlie sembra incarnare simbolicamente lo spettrale spirito hollywoodiano degli ultimi decenni. Quello per cui, per il successo, devi vendere l’anima al diavolo. È dunque la fama, nettare così paradisiaco e così infernale, il farmaco più prezioso e più pericoloso. A seconda ovviamente di quanto ne prendi…
Aka Charlie Sheen e l’oggetto del culto hollywoodiano
Tra successo e delirio d’onnipotenza il passo è assai breve. Ancora di più, se lo fai da ubriaco. Se poi hai fumato anche crack, allora il tutto diventa terrificante. Ti credi intoccabile. Puoi pilotare gli aerei di linea anche se sei strafatto: cos’è che non puoi fare? A sessant’anni suonati, Carlos Estevez – sobrio da sette – sembrerebbe comunque non dover dimostrare più niente a nessuno. Né avere più bisogno dell’approvazione altrui. Sembrerebbe: perché, in fondo, partecipando ad Aka Charlie Sheen, continua sempre a giocare allo stesso gioco. Il gioco di mettersi in mostra. Di mettersi in scena.
Discontinuo, contraddittorio, caustico, sornione, ammiccante, autoironico… Tossicodipendente, sieropositivo, brillante, scandaloso, rissoso, bullo, rocambolesco… Charlie Sheen è stato ed è tutte queste cose. È forse anche stato, perché no?, un attore mediocre, un erotomane esagitato, un tossico di merda, un marito e un padre inesistente… In effetti, mentre su Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger (e altri) escono docuserie (come Sly e Arnold) che ne decantano successi e traguardi, Aka Charlie Sheen è un documentario sui generis sui fallimenti, più che sui successi, di uno strano oggetto di culto.
Diceva Oscar Wilde che all’interno di un culto si deve tutti essere estremamente seri, eccetto l’oggetto del culto in questione. Un pensiero perfetto per questo particolare caso. Un caso umano o meglio, peculiarmente hollywoodiano. Talmente peculiare da lasciare in secondo piano le accuse varie di abusi e violenza domestica (persino uno stupro!), che sarebbero invece stati al centro di altre narrazioni. Ma la vaghezza con cui questi temi vengono qui affrontati dallo stesso protagonista, è indicativa del tono generalmente molto più indulgente e rilassato con cui quest’uomo si racconta – e viene raccontato.
Forse l’unico tono possibile per una storia che non deve più convincere nessuno. E che da nessuno cerca il perdono. Una storia il cui racconto – anzi, la messinscena – è, per così dire, la stessa propria assoluzione. Perché, nel bene e nel male, questo è il segreto di Charlie Sheen: quando pubblico e privato si confondono continuamente – e contraddittoriamente – così fanno anche vizi e virtù. Finendo in un unico calderone narrativo in cui l’etica ha da tempo ceduto il passo all’estetica. E la realtà alla finzione. (Amen).
Potrebbe interessarti anche la parabola di Jim Carrey in Jim & Andy
Jim & Andy: The Great Beyond – ridere nella vertigine del vuoto

















