Jo Nesbø’s Detective Hole è una serie poliziesca crime norvegese – 9 episodi da 50 minuti circa – adattamento di Devil’s Star (La stella del diavolo), quinto romanzo (2003) della saga scandinava Jo Nesbø’s Harry Hole (questo anche il titolo originale dello show). La saga letteraria del “re dello scandinoir”, che ha inizio nel 1997 con Il pipistrello, fino ad oggi può vantare ben 13 titoli.
Distribuito da Netflix, affidata la regia a Øystein Karlsen e Anna Zackrisson, lo stesso Jo Nesbø, in veste di showrunner e unico sceneggiatore, ha preteso un controllo “quasi maniacale” della trasposizione, sì da evitare la sorte del precedente disastroso The Snowman, film hollywoodiano del 2017 con Michael Fassbender, stroncato pressoché unanimemente dalla critica.
La colonna sonora è a cura di due leggende: Nick Cave e Warren Ellis. Ai cupi e sublimi brani, da loro appositamente composti per la serie, hanno affiancato pezzi iconici del rock, soprattutto anni ‘70 (Ramones, Clash, Sex Pistols, Doors…). In perfetto accordo con i gusti musicali del protagonista: Harry Hole (Tobias Santelmann – The Last Kingdom), tenebroso detective della squadra omicidi della polizia di Oslo.
Harry Hole, un classico antieroe
Taciturno, tormentato, irrequieto, insubordinato… Hole è l’ormai classico e antieroico investigatore (vedi ad es. i recenti Dept. Q, Untamed ecc…) ai limiti della dannazione, tra alcolismo e traumi del passato. In un incidente automobilistico di cinque anni prima, in cui guidava ubriaco, perse infatti la vita il suo partner. Da allora è rimasto sobrio, e ha una relazione stabile con Rakel (Pia Tjelta – Norsemen), madre single. Al cui figlio adolescente, bisognoso di una figura paterna, si lega affettivamente. Questo drammatico evento segna il suo destino e, come si vedrà, quello del suo ambizioso collega svedese, Tom Waaler (un grande Joel Kinnaman – The Killing).
Convinto che Waaler, stimato da tutti e prossimo alla promozione, sia in realtà corrotto, indaga con l’aiuto dell’attuale partner – nonché unica amica – Ellen (Ingrid Bolso Berdal – Westworld). Ma quando Ellen viene uccisa in circostanze misteriose, ecco ritornare i vecchi demoni interiori di Harry. Sa bene che il responsabile è Waaler, ma non può dimostrarlo. Ritorna anche la sua sfrenata passione per l’alcool, altra cosa che mina la sua credibilità.
Hole è costretto a riconsegnare pistola e distintivo, quando una serie di macabri omicidi a carattere rituale si abbatte nell’estate della capitale norvegese. Essendo l’unico ad avere competenza investigativa in materia, a Harry Hole viene chiesto di indagare. E proprio sotto la supervisione del capitano Tom Waaler…
Jo Nesbø’s Detective Hole, un crime noir tra Oslo e gli USA
Jo Nesbø’s Detective Hole sviluppa dunque, come accade anche nel libro, un duplice percorso narrativo. Da un parte l’indagine sul serial killer con deliri religiosi (vago richiamo a Seven di Fincher), dall’altra lo scontro tra protagonista e antagonista, ovvero Tom Waaler. Il conflitto tra i due, nato letterariamente nei titoli precedenti, viene nella serie sinteticamente ricostruito attingendo liberamente a quei libri. La rivalità tra queste due titaniche e speculari figure ha luogo in una morsa di caldo anomalo, tra mattanze di gangs rivali, dita mozzate e pentacoli, una scia di piccoli diamanti rossi, l’ambigua figura di un prete in quel di Praga, mappe sataniche e sette segrete…
Questo nordic crime è ambientato nei primi anni 2000 (per nulla spiacevole l’assenza di social e smartphone vari) in una Oslo trasformata in una notturna Gotham City scandinava, a tratti (volutamente?) simile a molte altre città occidentali. Ma non è forse così per tutti i quartieri e le zone di una metropoli non immediatamente riconducibili al suo statuto turistico, per così dire da cartolina?
O forse questo si deve alla lucida volontà di Jo Nesbø’s Detective Hole di contaminare lo stilema nordico con la spettacolarità dell’estetica crime americana (secondo l’autore questa serie sarebbe la versione nordica di Bosch). Di internazionalizzare la trasposizione visiva dei romanzi, dal sapore così dannatamente norvegese (se si escludono i primi due). Ad ogni modo, la scelta di sporcare il noir norvegese con colpi di scena (cliffhanger) al cardiopalma tipicamente statunitensi ha, in questo caso, creato un ibrido dallo stile onirico e intenso.
Due facce della stessa medaglia
Manca indubbiamente l’acuta critica sociale propria di tanta produzione del Nord Europa e il degrado di Oslo rimane, se si vuole, piuttosto in superficie. Vi sono nella trama, è vero, le pressioni di stampa e opinione pubblica sulla politica, assieme alla difficoltà per le forze dell’ordine di gestire la violenza urbana e all’opportunità di armare gli stessi agenti. Ma questi discorsi non vengono mai approfonditi, fanno piuttosto da sfondo al vero degrado che è al centro della serie. Quello dei due protagonisti antagonisti. Un degrado esistenziale e morale, uno sprofondare in abissi superomistici umani troppo umani, piuttosto che una riflessione sull’etica e sulla civiltà. Il resto è una variazione sul tema. Indagine sul serial killer inclusa.
Harry Hole e Tom Waaler sono due facce della stessa medaglia. Entrambi eccessivi, refrattari alle regole, ossessivi. L’ossessione di Hole è tale che finisce per sognare i casi di cui si occupa. Lo consumano, spingendolo verso il baratro del cupio dissolvi che è il suo demone più insidioso. Il demone di Waaler è invece il narcisismo. Che lo spinge ad oltrepassare qualsiasi limite morale e sociale. Il suo essere corrotto deriva chiaramente dall’intima corruzione della sua anima. Significativa in questo senso la scena in cui balla flirtando con se stesso davanti allo specchio (lontano richiamo al Buffalo Bill ne Il silenzio degli innocenti).
Ognuno cerca di trascinare l’altro nel proprio mondo, ognuno credendo di trovarsi nell’unica parte della barricata – in un mondo irrimediabilmente malato o meglio, corrotto – in cui abbia senso stare. Ognuno dei due preda di uno sfrenato egotismo. Accettare di convivere con un male che si ritiene necessario o inseguire un bene che si sa già essere impossibile… In fondo, come si diceva, due facce della stessa medaglia.
Jo Nesbø’s Detective Hole: alla ricerca della stella del diavolo
Non a caso, dopo i titoli di coda, in un’ultima scena Hole giunge nel paese natale di Waaler per cercare notizie sulla sua infanzia… Proiettandoci – forse, chissà? – verso una seconda stagione. Chissà.
Violenza, traumi, dipendenze. Personalità borderline, mutamenti sociali, serial killer.
Piani temporali sovrapposti, flashback e inserti onirici… Jo Nesbø’s Detective Hole è al contempo un tipico crime seriale contemporaneo e uno show cupamente sui generis. Una produzione in cui la presenza e il peso autoriale di Jo Nesbø si fanno massimamente sentire. Questo noir non è innovativo e può talvolta sembrare di smarrire il proprio equilibrio.
Non ha importanza. L’importante è che riesca a prendere, a tratti, in modo viscerale. Che sia al contempo un mosaico e un labirinto. In cui perdersi e ritrovarsi, tra realtà eccessive e demoni interiori. All’insensata ricerca di un senso nella cieca, gratuita e furiosa violenza che è il mondo. Alla ricerca della stella del diavolo. Nelle fatiscenti e notturne strade di una Oslo stranamente accaldata. Con l’ipnotica e straziante musica di Nick Cave e Warren Ellis… Amen.
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