«Esistono più di 2.000 sette nel Regno Unito», annuncia Netflix presentando Unchosen, miniserie britannica in sei episodi distribuita nell’aprile 2026. E ambientata in una comunità rurale ultraconservatrice immaginaria, la “Fellowship of the Divine” (Fratellanza del Divino), ispirata alle testimonianze di ex membri di reali movimenti settari inglesi.
Il fatto che nella sola Gran Bretagna esistano così tanti gruppi religiosi con un credo di matrice apocalittica dovrebbe lasciarci perplessi. Ma se apriamo i giornali americani scopriamo che il ritorno a culti che praticano l’attesa della venuta di Cristo, nella convinzione di essere prossimi alla fine, è davvero all’ordine del giorno.
Secondo un sondaggio del Pew Research Center del 2022, circa il 40% degli adulti statunitensi ritiene di vivere negli “ultimi tempi”, mentre oltre la metà crede nella seconda venuta di Gesù.
È un immaginario che non resta confinato ai sermoni domenicali, ma arriva fino ai vertici del potere. Nell’aprile 2025 Paula White-Cain, oggi responsabile del White House Faith Office, chiese al primo ministro Benjamin Netanyahu se gli eventi in corso potessero essere interpretati come segnali della “Fine dei Giorni”. E nel 2026, durante il conflitto con l’Iran, la retorica religiosa dell’amministrazione Trump e di una parte del mondo evangelico ha assunto toni ancora più espliciti.
Unchosen e l’orrore reale delle sette
In questo clima anche le serie tv si danno da fare per narrarci la prospettiva di uomini e donne che vivono isolati secondo regole proprie, e non credono nemmeno alla giustizia secolare dello Stato. L’unico giudizio vero è quello di Dio, interpretato naturalmente dai loro profeti.
Abbiamo già parlato dell’eccellente serie In nome del cielo (Under the Banner of Heaven, 2022), dove si racconta similmente di un ambiente fondamentalista di matrice mormona. Ed esplorato lo stesso fenomeno nel pezzo dedicato allo sconvolgente documentario Keep Sweet: pregare e obbedire (Netflix, 2022). Ancora: al tema di sette e guru abbiamo dedicato questa puntata del podcast.
Unchosen, nonostante l’eccellente cast, non riesce a eguagliare né il livello delle altre serie citate né tantomeno l’orrore del reale di molte sette deviate dei nostri giorni.
Troppo rapidamente, infatti, l’analisi del meccanismo oppressivo settario e delle sue conseguenze sulla psiche – soprattutto femminile – viene spostata sullo sfondo a favore di una trama più lineare: un thriller religioso dai personaggi sempre più stilizzati con l’evolversi della vicenda.
La serie racconta la vita all’interno della “Fellowship of the Divine”, dove i ruoli sono rigidamente definiti. Gli uomini comandano e stabiliscono le regole, mentre le donne obbediscono e si occupano della famiglia. È un sistema fondato sul controllo, sul senso di colpa e sulla repressione, che regola ogni aspetto della vita quotidiana.
Dentro la Fellowship of the Divine
La protagonista di Unchosen è Rosie, interpretata da Molly Windsor, cresciuta credendo di far parte di un’élite scelta da Dio. Con il tempo, però, inizia a mettere in discussione la dottrina della comunità e l’autorità del marito Adam (Asa Butterfield), sempre più legato a dinamiche di violenza e dominio patriarcale. A guidare la setta c’è il carismatico e ambiguo signor Phillips, interpretato da Christopher Eccleston. Mentre la vita nella comunità è scandita da regole severe, punizioni rituali e un controllo costante su ogni comportamento.
La rottura dell’equilibrio arriva durante un picnic della confraternita, quando la figlia di Rosie si perde a causa di un temporale e viene salvata dall’annegamento da Sam (Fra Fee). Uno sconosciuto dal passato oscuro e dalla presenza enigmatica che destabilizza profondamente la comunità. Da quel momento, sotto la superficie apparentemente ordinata della setta, iniziano a emergere desideri repressi, tensioni e conflitti. Che mettono progressivamente in crisi l’intero sistema.
Creata e scritta da Julie Gearey, già autrice di Intergalactic, e inizialmente intitolata Out of the Dust, la miniserie è prodotta da Double Dutch Productions. La regia dei primi tre episodi è affidata a Jim Loach, già al lavoro su Criminal Record; quella degli ultimi tre a Philippa Langdale, che ha diretto anche episodi di A Discovery of Witches.
Gearey, Loach e Langdale costruiscono in Unchosen una macchina narrativa efficace. Sufficientemente solida da accompagnare lo spettatore fino al colpo di scena finale, ma senza prendere alcun rischio.
Da Teorema al melodramma religioso
Anche gli elementi più “assurdi”, come i rapporti sessuali che Sam ha sia con Rosie sia con il marito, non stupiscono. Anzi, ricordano situazioni cinematografiche simili, ma migliori. Basti pensare a Teorema di Pasolini, dove uno sconosciuto arriva a squilibrare i rapporti in una famiglia utilizzando la propria sessualità conturbante.
Il risultato finale è un dramma religioso che alterna momenti interessanti a una prevedibilità costante. Unchosen ha intuizioni forti, un contesto culturale attualissimo e un cast decisamente superiore alla scrittura che gli viene affidata. Ma non trova mai il coraggio di spingersi fino in fondo nelle proprie ossessioni.
La miniserie vorrebbe raccontare la vertigine della fede apocalittica e la violenza del sacro. Ma finisce per restare intrappolata in un melodramma relativamente innocuo.
Una straordinaria docuserie a tema: Wild Wild Country
Una serie di ben altro spessore: In nome del cielo
















