The Diamond Heist (Il furto del Millennium Star) è una docuserie britannica (Netflix, 2025) in 3 episodi di 45 minuti circa l’uno. Tra i produttori della serie, diretta da Jesse Vile, spicca il nome di Guy Ritchie (The Gentlemen, MobLand). Questa è la storia del più audace e spettacolare tentativo di rapina di diamanti mai avvenuto in Gran Bretagna. Raccontata attraverso ricostruzioni drammatiche di stampo cinematografico (qui il sigillo di garanzia è proprio quello di Guy Ritchie) e interviste all’autore del brillante piano, agli investigatori che ne impedirono l’esecuzione, e infine ai giornalisti che seguirono il caso da vicino.
Improbabile, in The Diamond Heist, parteggiare per i buoni. Avranno anche le migliori intenzioni, ma mancano totalmente di quel romanticismo estetico di ladri e rapinatori che è un elemento classico del cinema di Ritchie. E che in questa storia viene chiaramente espresso dal nostalgico racconto di Lee Wenham, uno dei capobanda. La sua descrizione del padre, un criminale di tutto rispetto, e più in generale dell’intera atmosfera malavitosa dell’East End di allora, è a tratti persino commovente.
Come il fatto che, nella sua testa, con questo colpo avrebbe finalmente ottenuto il rispetto di tutti e, soprattutto, del padre. Della serie: cosa spinge un individuo a divenire un fuorilegge. Argomento che lo stesso Wenham avrà modo di approfondire in Diamond Gangster, libro uscito poco dopo il documentario. Della serie: come capitalizzare una rapina non riuscita, 25 anni dopo.
La perla nel porcile (Millennium Star e Millenium Dome)
Un altro che in quel tempo stava cercando di capitalizzare il consenso generale era il governo laburista inglese e in particolar modo il suo primo ministro, Tony Blair. L’inaugurazione della Millennium Dome (oggi The O2), gigantesco salone espositivo a forma di cupola, vero e proprio monstrum per mostre e commerci vari, sito – scelta davvero temeraria – nella dismessa zona del vecchio porto fluviale dell’East End londinese. Nelle intenzioni, doveva simboleggiare un Paese ottimisticamente proiettato nel futuro, appena iniziato con il nuovo millennio. Probabilmente c’era stato troppo ottimismo, perché la reale affluenza di visitatori fu ben lontana dai numeri previsti. A fronte di un enorme costo di costruzione. In pratica, un disastro politico e fattuale.
Una delle poche attrattive di questa grandiosa fiera delle vanità era la tanto avventata quanto spavalda mostra di diamanti della De Beers, colosso mondiale del settore. Mostra che naturalmente vantava le più moderne e sofisticate misure di sicurezza del tempo. Comunque, l’esposizione del Millennium Star – un diamante da oltre duecento carati (203 per l’esattezza: i tagliatori impiegarono tre anni per effettuare il lavoro) – nel bel mezzo dell’East End, fu un azzardo bello e buono. Vi è sempre stata tutta una fiera tradizione di creatività e destrezza – nel senso di rapine creative e furto con destrezza – da quelle parti.
Nello specifico, la banda aveva meticolosamente pianificato un’impresa davvero spettacolare. Con tanto di bulldozer per sfondare il perimetro esterno e di motoscafo per una rapida fuga sul Tamigi. Della serie: soltanto nei film (di solito americani). Ovviamente l’equipaggiamento includeva pistole sparachiodi e mazze per le vetrate antisfondamento. E per finire granate fumogene, per stordire e disorientare la sicurezza. Il tutto in pieno giorno, poco prima dell’entrata dei visitatori. Ditemi voi se non sembra la trama di un film.
The Diamond Heist: guardie e ladri
Robbers (rapinatori) è il titolo del primo episodio. Qui il narratore protagonista è Lee Wenham che, scontata la sua pena, racconta della sua giovinezza criminale nell’East End di Londra, ovvero la zona notoriamente più degradata e criminosa della capitale. Di come nacque l’idea di rubare un diamante dal valore di duecento milioni di sterline circa (sic). Infine, in perfetto stile Snatch, presenta uno ad uno la squadra di specialisti – in primis l’affascinante gangster Ray Betson – messa assieme per realizzare il folle colpo. Il colpo del secolo, raccontato quasi un quarto di secolo dopo.
Il titolo del secondo episodio è Cops (sbirri). A guidare la narrazione è ora l’ex DCI (Detective Ispettore Capo) della Flying Squad di Scotland Yard, John Swinfield. Perché i poliziotti non sono rimasti certo a guardare. Per riuscire a sventare questa rapina hanno dovuto mettere in atto una strategia per così dire fluida, sempre pronta a modificarsi con l’arrivo di nuove intuizioni. Perché la Metropolitan Police sapeva solo che sarebbe successo qualcosa. Ma il cosa, il chi, il come, il quando – era tutto un altro discorso. Dovendo, in un certo senso, indovinare tutte queste cose, non è forse un caso che l’operazione fosse stata ribattezzata “Operazione Mago”. La storia viene quindi ripercorsa da questa nuova e inaspettata – almeno per i rapinatori – prospettiva. Alcune scene già viste vengono qui reinterpretate, di altre invece si amplia la visione.
Tutto per arrivare al culmine del terzo capitolo: Cops & Robbers. In questo episodio il focus è sul grande momento, meticolosamente preparato, da una parte e dall’altra, per lunghi mesi. Gli uni sono pronti ad attuare un piano studiato e ripercorso – nella teoria – fino al minimo dettaglio. Gli altri devono catturarli in flagranza di reato, senza che nessuno si faccia male.
Fuck me!
Buoni e cattivi, per così dire, si riuniscono qui nel raccontare il fatidico giorno della rapina, il 7 novembre del 2000. E non mancherà nemmeno l’eclatante beffardo colpo di scena finale. Che il bizzarro contenuto di moltissimi documentari – soprattutto di genere true crime (Evil Genius, Unknown Number, Don’t F**k with Cats) – superi di gran lunga la finzione, suona ormai come un mantra in Mondoserie (sull’argomento abbiamo registrato i 4 podcast Documentari & follia).
Anche in questo caso la realtà offre una trama filmicamente ineccepibile, una sceneggiatura che si confà perfettamente al cinema del famoso regista britannico. Cinema dinamico e fortemente stilizzato, in cui ogni luogo comune sul crimine diventa pittoresco e originale. Così in The Diamond Heist: guardie e ladri sembrano veramente usciti da un film. Persino le loro azioni sembrano essere state sceneggiate. Ironia, eleganza, adrenalina… Non c’è Jason Statham ad interpretare il gangster di turno, ma per il resto non manca davvero niente a questo cocktail docuseriale.
Certo, che la vita sia più fantasiosa dell’arte, è un’antica verità. Assolutamente contemporanea è invece l’impossibilità di distinguere realtà da finzione, che è propria di questa occidentale – o meglio, ormai globale – super società dello spettacolo… Non è dunque particolarmente problematica la strana corrispondenza tra fatti, cinema e memorie in questa docuserie. Corrispondenza accentuata dal tipico montaggio rapido, nervoso e accelerato alla Guy Ritchie, con tanto di ultra ritmata colonna sonora (ad es. The Prodigy’s Smack My Bitch Up).
Quando la realtà viene per così dire ‘dopata’ dalla sua stessa estetica narrativa, diventa ancora più difficile distinguere un fatto dalla sua percezione. A maggior ragione, se questa percezione esonda continuamente in ellittiche esuberanze sonore e visive. Ad ogni modo, una storia è solo una storia, no? (No). Comunque sia, l’essenza di ogni grande storia, così viene detto in The Diamond Heist, è l’istante ‘fuck me’ (intraducibile). Ovvero quello in cui dici: “No, davvero?!? Fuck me!” Se così fosse, allora The Diamond Heist è, per più ragioni, una grande storia.
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