Detective Monk (Monk, 2002-2009), è un giallo seriale a tinte comedy di tipo episodico. La serie americana, creata da Andy Breckman, è composta da 8 stagioni, per un totale di ben 125 puntate. A cui bisogna aggiungere il lungometraggio del 2023: Mr. Monk’s Last Case: A Monk Movie. Monk ha vinto la bellezza di otto Emmy. Il suo ultimo episodio è stato il più seguito nella storia della televisione via cavo statunitense (record poi battuto da The Walking Dead e quindi da Game of Thrones). In Italia, la serie Detective Monk è attualmente su Prime, mentre il film si può trovare su Prime, Netflix, Apple e Rakuten TV.
Protagonista assoluto di questo originale poliziesco è il detective privato Adrian Monk (Tony Shalhoub – La fantastica signora Maisel), vincitore di 3 Emmy e un Golden Globe per la sua interpretazione. Un tempo apparteneva orgogliosamente al corpo di polizia di San Francisco, dove la storia è ambientata. Ora fa il consulente investigativo della Omicidi. Il cui capitano Stottlemeyer (Ted Levine – L’alienista, Ray Donovan) è il suo migliore e unico amico.
La peculiarità di questo investigatore – e dunque dello show – è il suo disturbo ossessivo compulsivo. Al limite della schizofrenia, Monk possiede la maggior parte delle fobie identificate dai manuali di psichiatria contemporanea. Ha paura dei germi, della folla, del vuoto, dell’altezza, del contatto. Degli aghi, degli uccelli e del latte (sic). A questa enciclopedica fobia di ogni cosa, si accompagna in Adrian il bisogno assoluto di ordine e simmetria. Ciò che in Poirot (vedi il nostro articolo sulla storica omonima serie) è per lo più un vezzo estetico, in Monk è una disperata necessità. Un impulso che lo spinge a cercare di sistemare tutto ciò che lo circonda, in modo da poter appaiare, livellare, quasi inquadrare la stessa realtà.
L’origine delle fobie di Monk
Ad accompagnarlo vi è sempre l’immancabile assistente / infermiera / badante, ovvero Sharona (Bitty Schram – Ghost Whisperer), a cui si avvicenderà, a metà serie circa, Natalie (Traylor Howard – West Wing). Questo personaggio femminile indossa all’occasione i panni di Watson ed è al contempo il suo pragmatico contatto con la realtà. Il nostro detective è infatti tanto acuto nelle deduzioni quanto incapace di relazionarsi al prossimo. Totalmente incapace: ricorrente è la salvietta di cui abbisogna dopo qualsiasi stretta di mano. Sharona e Natalie devono spesso agire per conto di Monk, che tende a bloccarsi e paralizzarsi di fronte a qualsivoglia innocua (per gli altri) variabile. Ad esempio, una strada per lui troppo polverosa, diventa un ostacolo insormontabile. Va da sé che la realtà, vista con i suoi occhi, è piena di pericolose insidie e di ostacoli insormontabili.
Senza l’infinita pazienza della sua assistente, nonché quella dei suoi pochi amici, Adrian sarebbe semplicemente perduto. Questa sua condizione, che lo ha costretto a lasciare la polizia di San Francisco, si deve ad un crollo psicotico avvenuto pochi anni prima, in seguito alla misteriosa morte dell’adorata moglie Trudy. Un caso – meglio, il caso – la cui mancata risoluzione lo perseguita dal primo all’ultimissimo episodio, quello più tra i più seguiti nella storia televisiva degli USA.
Un incrocio tra Holmes e Clouseau
Adrian Monk è, volendo, un incrocio tra Sherlock Holmes (a cui abbiamo dedicato il podcast “Holmes e dintorni”) e l’ispettore Clouseau. Entrambi – in particolare Clouseau – riferimenti dichiarati per l’ideazione della serie. In questa inedita sintesi, la naturale antipatia solitamente legata al primo è neutralizzata dall’estrema goffaggine del secondo. La sindrome sociopatica di Monk non ha risvolti drammatici, tende anzi ad ispirare una profonda simpatia. In fondo rappresenta una parte, più o meno nascosta, di ciascuno di noi: quella che non sopporta l’insensato caos del mondo e l’assillante fastidiosa presenza degli altri esseri umani.
Adrian Monk sogna un mondo in cui tutto sia perfettamente ordinato secondo precise progressioni numeriche. Niente di troppo complicato: basta andare dall’uno al dieci. E in cui tutto sia pulito e disinfettato. Un mondo in cui causa e effetto dovrebbero susseguirsi in modo squisitamente lineare e, nel caso si presentasse una qualche variabile, questa sia regolata da una sorta di ‘semaforo ontologico’. Non potendo vivere in un tal paradiso cartesiano, Adrian è il tipo che ogni giorno passa l’aspirapolvere, poi usa una spazzola per pulire l’aspirapolvere, e un’ultima per pulire la spazzola con cui ha pulito l’aspirapolvere…
In un certo senso, Monk è l’uomo più ordinario della terra. Nel senso in cui l’ordine viene prima di ogni altra cosa. Ed è proprio questa sua maniacale attenzione a ciò che non quadra – il dettaglio che non è al suo posto -, a renderlo un genio deduttivo senza pari. Ovvero a permettergli di risolvere qualsiasi rebus delittuoso. Perché in questa serie, come in tante altre del genere (a partire da Colombo), ogni omicidio è il frutto di un piano (più o meno) ingegnoso…
Senza dimenticare Colombo e Poirot
“Here’s what happened” (Ecco cosa è accaduto) – queste le parole con cui, alla fine di ogni episodio, ricostruisce la corretta dinamica degli avvenimenti. Altra cosa che ricorda molto Colombo. Come il fatto che smascherare il colpevole (whodunnit) non sia il focus della narrazione. Oppure che anche qui la morte sia del tutto sdrammatizzata, priva di qualsiasi pathos. Per capirci: ha la stessa valenza che ha nel Cluedo.
Un’ultima caratteristica colombiana (comune invero a tutti gli investigatori classici e amabilmente deduttivi, come Poirot): Monk non usa né armi né arti marziali. Non c’è azione adrenalinica, tipo sparatorie, inseguimenti e compagnia bella. Ci sono però, in compenso, tante situazioni grottesche e surreali. Talvolta potenziate dalla presenza di improbabili guest stars, come Snoop Dogg (Law & Order SVU, Modern Family), Danny Trejo (Sons of Anarchy, American Gods), Jeffrey Dean Morgan (The Walking Dead,, The Boys) e John Turturro (Il complotto contro l’America, Severance) – addirittura nei panni del fratello di Adrian!
In sostanza, Monk è uno dei detective più improbabili che vi siano: le sue manie e le sue fobie da un lato sono il motore risolutivo del giallo, dall’altro sono anche il motore comico della storia. Non si tratta semplicemente di vedere come troverà il colpevole, ma come lo troverà nonostante il fatto che è Adrian Monk. Un tizio il cui istinto sarebbe quello di pulire la scena del crimine da impronte e macchie di sangue, prima ancora di analizzare le prove. Semplicemente perché la sporcizia è intollerabile.
Monk: le sue idiosincrasie, e le nostre
“It’s a jungle out there” canta Randy Newman nella bella sigla iniziale. Fuori è una giungla. Non è vero per tutti? Monk, dicevamo, è un idiota geniale. Anche noi siamo tutti idioti. Nel senso in cui ognuno resta chiuso, più o meno consapevolmente, nel suo particolare mondo di idiosincrasie. Monk riesce a decifrare genialmente la realtà proprio in virtù delle sue idiosincrasie. Per questo è, fino ad un certo punto, tollerato. Addirittura protetto. E, soprattutto, considerato il miglior detective del mondo.
Come spettatori è quindi facile empatizzare con questo bizzarro e disastrato caso umano. Nella segreta speranza che anche ognuno di noi, nonostante le paure e le intolleranze, nonostante l’inadeguatezza nei confronti degli altri e della realtà, sia in qualche modo giustificato ad essere quello che è. Nell’assurda speranza forse di essere, in qualcosa, i migliori al mondo. Finché c’è Monk, il monaco che fugge da tutto e a cui niente può sfuggire, c’è speranza. Per la mediocrità di tutti noi.
Tutto questo sarebbe filosoficamente molto bello, non fosse per la tremenda mediocrità della serie (per non parlare dell’insulso film revival post Covid del 2023). Perché, a conti fatti, Monk è un personaggio davvero fantastico. Le cui avventure, però, lasciano tristemente a desiderare. Insomma, l’idea è molto più interessante della sua realizzazione. E vabbè – a quanto pare, non si può proprio fuggire da tutto.

















