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Homeland: l’America paranoica dopo l’11 settembre

In onda dal 2011 al 2020, la serie con Claire Danes ha incarnato più di ogni altra la ferita americana della War on Terror: il nemico è fuori, dentro casa, o nella testa di chi ci protegge?

di Jacopo Bulgarini d'Elci
27/09/2026
in Articoli
Cover di Homeland per Mondoserie
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C’è una ragione per cui Homeland, anche oggi, appare come una delle serie politicamente più significative dell’America post-11 settembre. Non solo e non tanto per le pur frequenti “profezie” sulle tensioni geopolitiche che sono il nostro presente (ne parliamo meglio dopo). E non perché sia stata sempre bellissima (non lo è stata). Dopo due stagioni eccellenti e una terza necessaria a chiudere l’arco narrativo originario, come vedremo, lo show ha attraversato passaggi di assestamento. Alcune derive stanche. Trame meno riuscite.

Ma nella sua traiettoria complessiva, dal 2011 al 2020, Homeland ha fatto qualcosa di più importante che raccontare una bella storia. Ha raccontato ciò che il terrorismo (e la reazione statunitense all’attacco contro New York e Washington) ha prodotto dentro l’immaginario americano. Paura. Sorveglianza. Diffidenza. Segretezza. Violenza. Ossessione.

Trasformando la “War on Terror” in una condizione psicologica. Permanente e inestricabile. Un labirinto che noi stessi abbiamo costruito – finendo poi per perderci dentro. 

Lo stesso nodo sta al cuore di questo show. Il cortocircuito tra intuizione (veritiera) e collasso mentale. Tra determinazione e psicosi. Tra coraggio e spregiudicatezza. Il paradosso per cui si può essere al contempo nel giusto e in torto. 

Dieci anni dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti erano ancora immersi nella guerra al jihadismo. Afghanistan, Iraq, Patriot Act, Guantánamo, le extraordinary renditions. La tortura istituzionalizzata, la sorveglianza di massa, la paura diffusa dell’Islam (estremista). Come abbiamo raccontato nel nostro lungo speciale su film e serie dedicati all’11 settembre, la cultura pop americana ha elaborato quell’evento traumatico non solo attraverso la memoria, ma soprattutto attraverso le sue conseguenze indirette. Appunto paranoia, paura, crisi della fiducia, incapacità di distinguere realtà e proiezione.

E Homeland è importante perché sta esattamente lì. Nel punto in cui la vigilanza diventa paranoia. E trascina ogni cosa in una spirale autodistruttiva. 

Cos’è Homeland: da Hatufim alle 8 stagioni USA

Homeland è una serie televisiva americana trasmessa da Showtime dal 2011 al 2020: 8 stagioni, 96 episodi, 12 per annata (in Italia oggi su Netflix e Disney+). È sviluppata da Howard Gordon e Alex Gansa, insieme a Gideon Raff, partendo dalla serie israeliana Hatufim – Prisoners of War, creata da Raff.

La differenza tra l’originale e l’adattamento è interessante. Hatufim era soprattutto interessata al trauma dei prigionieri tornati a casa dopo anni di cattività. Homeland prende quella premessa e la americanizza completamente (in chiave post 11 settembre). Il trauma individuale diventa sicurezza nazionale. Al centro c’è la CIA. La guerra segreta combattuta in vari teatri.

Gordon e Gansa provenivano da 24, la serie che più immediatamente aveva incarnato la reazione americana all’11 settembre. Ma Homeland è quasi una versione adulta e problematizzata di 24. In 24, Jack Bauer deve impedire l’attentato. In Homeland, la domanda è più complicata: per impedire il prossimo attentato, cos’altro dovremo sacrificare?

Il cast è uno dei punti di forza dello show. Claire Danes (The Beast in Me) ha il ruolo della vita con Carrie Mathison, agente della CIA affetta da disturbo bipolare. Mandy Patinkin (Criminal Minds) è Saul Berenson, mentore di Carrie, uomo dell’intelligence vecchia scuola. Damian Lewis (Band of Brothers, Billions) è Nicholas Brody, marine reduce dalla prigionia e possibile minaccia interna.

Fu un trionfo. Agli Emmy 2012 Homeland vinse come miglior serie drammatica e per la sceneggiatura; Claire Danes come miglior attrice (replicando l’anno dopo); Damian Lewis come miglior attore. Ai Golden Globe per due anni consecutivi fu miglior dramma, e la Danes miglior attrice (per la seconda stagione le si affiancò anche Lewis).

Non era soltanto una serie di successo. Era diventata uno dei testi attraverso cui l’America si raccontava la propria paura.

Il nemico è già dentro casa?

Homeland comincia con un ritorno a casa.

Nicholas Brody (Lewis) viene liberato in Iraq durante un’operazione militare. Era scomparso otto anni prima e creduto morto, ed è invece stato tenuto prigioniero da Abu Nazir, leader di al-Qaeda. Quando rientra negli States, viene accolto come un eroe. La famiglia lo riabbraccia. Le televisioni ne celebrano la storia. I politici lo trasformano immediatamente in simbolo. Il reduce sopravvissuto. Il marine che ha resistito. L’America che non abbandona i suoi figli.

Carrie Mathison (Danes), agente della CIA, ha però anni prima ricevuto una soffiata in Iraq: un prigioniero americano è stato “turned”, convertito dal nemico. Non ha prove. Non può dimostrare nulla. E soprattutto è lei stessa, fin dall’inizio, una narratrice-investigatrice radicalmente inaffidabile: ossessiva, impulsiva, pronta a violare regole e diritti, affetta da un disturbo bipolare che nasconde alla stessa CIA (assieme al regolare abuso di psicofarmaci).

Così la serie costruisce la sua trappola. Brody è davvero un terrorista? O Carrie sta proiettando su di lui la propria paranoia?

La prima stagione è magnifica perché costringe lo spettatore a entrare nello stesso stato mentale di Carrie. Lei installa illegalmente telecamere nella casa di Brody. Lo osserva. Lo interpreta. Trasforma ogni gesto in indizio. E noi guardiamo Brody insieme a lei. Brody prega segretamente. Mente alla moglie. Ha comportamenti strani. Soffre chiaramente di PTSD. Ma essere traumatizzato non significa essere terrorista. Mentire non significa essere terrorista.

Eppure noi, esattamente come Carrie, cominciamo a mettere insieme i pezzi. Il sospetto lavora dentro di noi. Homeland racconta la paranoia e contemporaneamente la produce nello spettatore. Il possibile terrorista non arriva dall’esterno. È un marine. Un eroe nazionale. Un marito, un padre, un reduce che torna dalla propria famiglia. Il nemico potrebbe essere uno di noi.

Carrie Mathison: la sicurezza nazionale come patologia

Claire Danes costruisce con Carrie Mathison uno dei personaggi più estremi, memorabili e divisivi della serialità americana contemporanea. Carrie è intelligentissima. Possiede un intuito formidabile. Coglie connessioni dove gli altri vedono rumore. Lavora con un’intensità quasi disumana. Ma è anche ossessiva, autodistruttiva, incapace di separare lavoro e vita personale, missione e identità, intuizione e mania.

Il disturbo bipolare è una scelta narrativa delicata, a tratti controversa anche per l’immedesimazione a volte disturbante della Danes (più sotto la parodia che ne fece SNL). Ma decisiva. Perché Carrie finisce per diventare quasi una personificazione dell’America post-11 settembre. È traumatizzata. È ipervigile. Vede minacce dappertutto. Viola i confini perché pensa che il pericolo giustifichi qualsiasi cosa. E vive dentro il paradosso fondamentale della serie: Carrie è paranoica, ma spesso ha ragione.

Ed eccola, la trappola logica di Homeland. È davvero paranoia anche se il paranoico continua ad avere ragione? O lo status alterato dell’indagatore altera di per sé qualsivoglia risultato raggiunga? E se la minaccia esiste davvero, quali mezzi diventano leciti per combatterla?

Carrie è un’antieroina da manuale. Non soltanto perché è moralmente ambigua, disobbediente, manipolatoria. Ma perché concentra dentro di sé qualità incompatibili: una capacità quasi profetica di vedere il pericolo e una fragilità che rende ogni sua verità sospetta. Non è una Jack Bauer al femminile. È qualcosa di più disturbante: una donna che usa la propria ferita come strumento conoscitivo. Una persona danneggiata al punto che è quasi impossibile averci a che fare, eppure necessaria perché vede ciò che altri non vogliono o non sanno vedere.

Carrie è l’America che non riesce più a dormire. L’America che teme l’attacco successivo. L’America che sorveglia, intercetta, mente, forza le regole. Ancora: l’America che, per paura di essere di nuovo colpita, diventa prigioniera della propria paura.

Nicholas Brody: vittima, traditore, terrorista, americano

Damian Lewis è l’altro pilastro delle prime stagioni. Il suo Nicholas Brody permette a Homeland di evitare fin da subito la distinzione rassicurante e mistificante tra noi e loro. Brody è insieme molte cose: soldato americano, prigioniero, vittima di tortura, padre, marito, convertito religioso, uomo manipolato, possibile terrorista.

La sua ambiguità è la forza della serie. Se fosse semplicemente un traditore, Homeland sarebbe un thriller efficace ma convenzionale. Se fosse soltanto una vittima innocente della paranoia di Carrie, sarebbe un dramma sugli abusi della sicurezza nazionale. Invece è entrambe le cose. O meglio: passa continuamente da una posizione all’altra, costringendoci a riformulare il giudizio.

[QUALCHE SPOILER FINO A FINE CAPITOLO]. Come scopriamo in una serie di flashback, il rapporto costruito durante la prigionia con Issa, il figlio di Abu Nazir, è fondamentale. Perché introduce una questione politicamente esplosiva: proprio come i nemici che combatte, anche l’America uccide innocenti. Il terrorismo non nasce in un vuoto metafisico. Brody viene radicalizzato anche dall’esperienza diretta delle conseguenze della politica militare americana. Non significa ovviamente che Homeland giustifichi il terrorismo. Significa che lo inserisce dentro una catena di violenza.

La grande invenzione delle prime stagioni di Homeland è poi trasformare il thriller politico anche in una storia sentimentale perversa. Carrie deve scoprire se Brody è un terrorista. Poi si innamora di lui. Brody dovrebbe temerla, perché è la donna che lo sorveglia e potrebbe distruggerlo. Ma proprio lei è forse l’unica persona capace di comprendere quanto sia profondamente spezzato.

Nasce così una relazione impossibile tra sorvegliante e sorvegliato, patriota e traditore, agente e sospettato. Impossibile e a suo modo struggente: due persone traumatizzate, due ferite che si riconoscono. 

Saul Berenson: l’altra anima della CIA

Il terzo personaggio fondamentale è Saul Berenson, interpretato da Mandy Patinkin.

Mentore di Carrie, figura paterna, uomo dell’intelligence vecchia scuola, Saul rappresenta spesso il contrappeso alla furia e alla “radicalità” della protagonista. È paziente, riflessivo, diplomatico. Possiede una consapevolezza profonda dell’ambiguità morale del mestiere. Ma non è innocente neppure lui.

Una delle grandi qualità di Homeland è proprio questa: l’intelligence appare necessaria e contemporaneamente moralmente corrosiva. Per proteggere la democrazia, i suoi agenti mentono, manipolano, sorvegliano, ricattano, sacrificano persone, collaborano con regimi discutibili, violano spesso quei principi che dovrebbero difendere.

Saul è il personaggio che più di tutti incarna questa contraddizione. È capace di umanità, tenerezza, lucidità. Sa vedere Carrie come persona prima ancora che come risorsa. La protegge, la richiama, la rimette in piedi. Ma la usa. Perché anche l’amore, dentro Homeland, non è mai separato dalla funzione. Carrie è quasi una figlia. Ma è anche un’arma.

Il loro rapporto è il filo che attraversa l’intera serie, il vero asse che permette a Homeland di sopravvivere alla fine dell’arco di Brody. All’inizio Saul sembra la coscienza morale della CIA. Poi capiamo che è piuttosto la sua coscienza tragica: l’uomo che conosce il prezzo di ciò che fa, ma continua a farlo.

Saul ama Carrie, ma è pronto a sacrificarla. Carrie ama Saul, ma è pronta a tradirlo. Homeland funziona anche per come intreccia i piani – i valori, i punti cardinali – fino a renderli indistinguibili.

Le stagioni 1-3 di Homeland: il ciclo Brody (qualche inevitabile ma quasi innocuo SPOILER)

Le prime tre stagioni di Homeland possono essere considerate un unico grande arco: il ciclo Brody. La serie nasce attorno alla domanda originaria – Brody è stato convertito? Carrie ha ragione? – e solo nella terza stagione trova la sua chiusura.

La prima stagione è il sospetto. La tensione psicologica è pressoché perfetta. Ogni elemento viene organizzato per farci oscillare tra fiducia e paranoia. Brody è vittima o minaccia? Carrie è genio o squilibrata? Lo spettatore resta intrappolato nella stessa incertezza che consuma i personaggi.

La seconda stagione cambia meccanismo. La verità è ormai largamente emersa. Brody non è più un enigma da decifrare, ma una pedina contesa tra CIA e terrorismo, tra ricatto e redenzione, tra amore e strategia. Il rapporto Carrie-Brody assume un peso ancora maggiore, anche quando la serie inizia a forzare alcuni passaggi.

La terza stagione è la chiusura. Non la più bella, non la più compatta, non la più elegante. Ma necessaria. Brody diventa definitivamente una figura tragica. Non più soltanto il possibile traditore, non più soltanto l’eroe caduto o il terrorista mancato. Piuttosto un uomo impossibilitato a tornare davvero a casa.

Il concetto stesso di homeland, patria, diventa beffardo. Dov’è casa per Brody? Nell’America che lo celebra e poi lo respinge? Nella famiglia da cui è ormai separato da un abisso? Nella fede abbracciata durante la prigionia? Nel rapporto impossibile con Carrie? O in nessun luogo?

Brody è un reduce che non può più rientrare nel mondo dei vivi. La sua uscita di scena chiude la serie originaria. Dopo, Homeland dovrà reinventarsi. E il rischio è enorme.

Stagioni 4-5. Dopo Brody: la guerra segreta permanente. 

La quarta stagione contiene il passaggio più rischioso dell’intera serie. Homeland senza Brody. Senza il concept che l’aveva resa un fenomeno.

Carrie viene trasferita sul fronte pakistano (e talebano). Il racconto diventa più apertamente spy thriller geopolitico: operazioni CIA, uso massiccio di droni, terrorismo internazionale, alleanze instabili, rapporti con servizi stranieri. La guerra segreta permanente sostituisce il dramma domestico.

Brody era una polarità ambigua ma chiara: la potenziale minaccia, il possibile nuovo nemico.  La dinamica ora cambia: cosa significa combattere una guerra senza fine, senza un fronte chiaro, senza un nemico in carne ed ossa, senza una vittoria possibile?

La stagione 4 è di assestamento, ma tutt’altro che inutile. Serve a dimostrare che Homeland può esistere anche senza il suo fantasma più ingombrante. Carrie resta il centro. Saul resta l’altra anima. Il mondo attorno a loro si allarga.

La quinta stagione sposta radicalmente lo scenario. Berlino. Carrie ha lasciato la CIA e lavora nella sicurezza privata. Il teatro è quello dell’Europa attraversata da jihadismo, ISIS, rifugiati, hacker, sorveglianza digitale, intelligence occidentale. È importante perché Homeland segue l’evoluzione reale della minaccia: la War on Terror del 2011 non è più quella del 2015. Nel mondo reale nel frattempo Bin Laden è morto. ISIS è diventato centrale. La guerra si è trasformata.

Il problema è che la stagione 5 funziona decisamente peggio. Per noi è stato il momento in cui abbiamo avuto più forte la tentazione di mollare lo show. E abbiamo molto sofferto per come la conclusione del suo arco narrativo interno sia stata frettolosa e non abbastanza soddisfacente da ripagare della fatica. Eppure anche con tutti i difetti questo capitolo conferma una cosa: Homeland è diventata una serie capace di inseguire le mutazioni della paura occidentale.

Stagioni 6-8. La paranoia nel cuore dell’America

Con le stagioni 6 e 7, Homeland rientra negli Stati Uniti. Il nemico non è più soltanto il jihadismo: la crisi è interna alla democrazia americana. E passa da alcuni fattori chiave. Una polarizzazione politica sempre più radicale. Fake news e macchine della disinformazione. Manipolazione dell’opinione pubblica. Cospirazioni. Interferenze russe. 

Suona familiare? Le tre stagioni finali vanno in onda tra 2017 e 2020. La paranoia post-11 settembre evolve nella paranoia politica dell’America di Trump.

È forse il passaggio storico più interessante dell’intera serie. Homeland era cominciata chiedendosi: può un terrorista distruggere l’America? Ora domanda: può l’America autodistruggersi?

Le stagioni 6 e 7 non sono sempre riuscite. Hanno difetti, squilibri, accumuli, lentezze. La scrittura soffre, cosa che si riflette anche sulla tenuta di alcuni personaggi: il Dar Adal di F. Murray Abraham; il Peter Quinn di Rupert Friend. Ma sono più interessanti della quinta, perché interpretano lo spostamento del centro della paura americana. Dopo anni di guerra alle minacce esterne, il problema è la perdita interna di fiducia. La frattura del discorso pubblico. L’incapacità di distinguere informazione e propaganda, lealtà e tradimento, istituzioni e fazioni.

L’ottava stagione [QUALCHE SPOILER fino a fine capitolo] chiude il cerchio riportando Carrie e Saul dentro il grande scenario geopolitico: Afghanistan, talebani, Pakistan, Russia, intelligence. 

Con il mondo sull’orlo di una guerra atomica. Saul, ormai consigliere per la sicurezza nazionale, viene mandato a negoziare con i talebani. 

Carrie torna dopo mesi di prigionia in Russia: fragile, sospetta. Ed ecco il rovesciamento perfetto. All’inizio della serie Carrie sospettava Brody. Alla fine Carrie diventa Brody. È lei la persona di cui non sappiamo più se fidarci. È lei che ha trascorso mesi nelle mani del nemico. E che potrebbe essere stata compromessa.

L’ottimo episodio conclusivo, non a caso, si intitola Prisoners of War, riprendendo il titolo internazionale della serie israeliana originaria. E con l’emozionante finale il cerchio si chiude.

L’impressionante intelligenza geopolitica di Homeland

C’è poi un elemento che, guardandola oggi, rende Homeland ancora più interessante: la sua impressionante capacità di intercettare in anticipo, o comunque in tempo reale, alcune linee di frattura della geopolitica contemporanea. Una questione di metodo. La writers’ room guidata da Alex Gansa costruiva ogni stagione dopo un lavoro di ascolto e confronto con consulenti, giornalisti, diplomatici, gente dell’intelligence. Il risultato è una serie che identifica tensioni geopolitiche profonde prima che diventino pienamente visibili al grande pubblico.

Nelle prime stagioni (2011-2013) Homeland intercetta il dossier nucleare iraniano, le trattative parallele, le ambiguità dei canali diplomatici riservati tra Washington e Teheran. Un terreno che, pochi anni dopo, si concretizzerà nell’accordo sul nucleare iraniano raggiunto nel luglio 2015 dall’amministrazione Obama.

La quinta stagione, ambientata a Berlino, coglie il mutamento della minaccia jihadista in Europa, tra ISIS, rifugiati, sorveglianza digitale e attentati sul suolo europeo. La sesta e la settima (2017-2018) registrano invece il passaggio decisivo dalla paura del terrorismo alla crisi interna della democrazia americana: fake news, manipolazione dell’opinione pubblica, interferenze russe, fabbriche di troll, sfiducia radicale tra presidenza e apparati di sicurezza. Quello che sembrava materiale da thriller politico diventa, in pochissimo tempo, cronaca quotidiana dell’America trumpiana.

L’ultima stagione (2020) ci porta in Afghanistan, attorno a trattative fragilissime con i talebani, rapporti ambigui col Pakistan, rischio di collasso del processo di pace, ritorno della guerra come destino. Homeland prevede l’esito del ritiro americano dell’anno successivo (agosto 2021): una voragine politica, militare, civile.

The Manchurian Candidate, X-Files, 24: genealogia della paranoia

Il confronto più ovvio è con 24 (serie a cui abbiamo dedicato anche questa puntata del podcast). Lo stesso trauma storico, la stessa ossessione per il terrorismo. Ma con due approcci completamente differenti. 24 è la serie della “reazione” all’11 settembre. Homeland è la serie della riflessione sull’impatto duraturo dell’11 settembre.

Jack Bauer dice: dobbiamo fermarli. Carrie Mathison domanda: cosa siamo diventati per fermarli? In 24, la tortura può essere rappresentata come necessaria perché il tempo sta scadendo. In Homeland, la macchina della sicurezza nazionale appare costantemente ambigua. Il pericolo è reale, certo. Ma reali sono anche paranoia, abusi, errori, vittime civili, manipolazioni, conseguenze delle guerre americane. 

Carrie Mathison, feroce e fragile, bipolare, sensibile e spietata, incarna una contraddizione insanabile. Homeland è stata definita una sorta di 24 per adulti. Formula superficiale (perché la serie con Kiefer Sutherland non era solo un action thriller adrenalinico), ma che coglie il passaggio da un immaginario dell’azione a un immaginario della colpa.

La genealogia è però più lunga. The Manchurian Candidate (romanzo del 1959 tradotto in due film di successo, nel 1962 e poi nel 2004) è il precedente più evidente: il soldato americano catturato dal nemico, il lavaggio del cervello, il ritorno a casa, il dubbio se sia ancora “uno di noi”. 

Negli anni Novanta, The X-Files – come raccontiamo in questo articolo – aveva trasformato la sfiducia nelle istituzioni in mitologia: “trust no one”. Ma il complotto era ancora quasi fantastico, tra fantascienza, occulto e paranoia politica.

Dopo l’11 settembre, con 24, la minaccia diventa immediata: il nemico deve essere fermato adesso, prima che sia troppo tardi. Con Homeland, la paura viene interiorizzata e radicalizzata: forse è già troppo tardi. Forse il nemico ci ha contaminato. Forse siamo noi il nostro nemico. 

L’ambiguità politica di Homeland

Chiariamo, se ve ne fosse bisogno, che non vogliamo santificare la serie. Né sotto il profilo puramente estetico (assai diseguale nelle otto stagioni, come abbiamo detto, al di là di un’ottima fattura media). Né sotto quello per così dire morale. 

Homeland è stata anche duramente criticata, come già era successo a 24. Soprattutto per la rappresentazione dell’Islam, del Medio Oriente, del Libano, del Pakistan, dei musulmani, del terrorismo jihadista. Diversi critici hanno accusato lo show di riprodurre stereotipi orientalisti e islamofobi proprio mentre pretendeva di problematizzarli. È una critica che non può essere liquidata con facilità.

Perché esiste una contraddizione profonda dentro Homeland. Da una parte la serie dice: la War on Terror ha prodotto orrori, paranoia e compromessi morali. Dall’altra costruisce continuamente mondi narrativi nei quali la minaccia terroristica è effettivamente ovunque. Quindi Carrie è paranoica. La CIA è paranoica. L’America è paranoica. Però continuano a esserci davvero terroristi pronti ad attaccare.

È uno dei grandi paradossi ideologici di uno show che denuncia la paranoia e insieme la alimenta. Homeland mostra il costo morale della sorveglianza ma allo stesso tempo conferma la necessità di sorvegliare. Critica l’arroganza americana e tuttavia mette quasi sempre al centro agenti americani chiamati a impedire catastrofi. Ci dice che la War on Terror ha prodotto mostri, ma continua a costruire trame in cui il mostro è davvero là fuori.

Questa ambiguità non cancella il valore della serie. Anzi, in un certo senso lo conferma. Perché Homeland è interessante forse soprattutto nei suoi limiti. Dentro la contraddizione che ci fa vivere: in cui critichiamo la paranoia americana mentre scopriamo di non poter uscire dalla logica che quella paranoia ha costruito.

Homeland come storia di un ventennio americano

Il modo migliore per guardare oggi Homeland è allora considerarla la storia di un ventennio americano condensata in quasi dieci anni di televisione.

La serie comincia nel 2011, quando la grande ossessione americana è ancora al-Qaeda. Passa attraverso Iraq, Afghanistan, Pakistan, ISIS, terrorismo domestico, cyberwarfare, Russia, disinformazione, crisi istituzionale. E finisce quando il problema è diventata l’America stessa. Con la sua polarizzazione. La sua perdita di fiducia. La sua incapacità di distinguere informazione e propaganda. La paura permanente come condizione politica.

Da questo punto di vista, Homeland è stata una delle serie politicamente più significative dell’America post-11 settembre perché ha capito, prima e meglio di altre, che la War on Terror non era soltanto una guerra esterna. Era una trasformazione interna. Una mutazione del modo di percepire il mondo. Dentro e fuori da confini che si scoprono labili, proprio mentre la retorica più nazionalista suona la grancassa sulla loro “sacralità”.

Carrie Mathison è l’eroina perfetta di questa America. Una donna straordinariamente intelligente e straordinariamente fragile. Una persona che vede complotti dappertutto, e che però ha molto spesso ragione.

E parallelamente Homeland, al di là della sua natura spionistica e d’azione, rivela il suo vero volto quando sposta la domanda da “chi è il nostro nemico, e come lo fermeremo?” a “cosa succede a una società che cerca il proprio nemico incessantemente?”. 

La serie lo racconta: succede che il nemico si moltiplica. Fuori e dentro. Nelle moschee e nei palazzi del potere. Nei campi di addestramento e negli uffici della CIA. Nei media, nella politica, nei servizi segreti, nelle famiglie, nei corpi traumatizzati dei reduci, nella mente ferita di chi dovrebbe proteggerci.

Succede che la patria diventa una casa assediata. Una casa sorvegliata. Una casa in cui nessuno riesce più a dormire.

Al netto dei suoi difetti, delle sue stagioni diseguali, delle sue ambiguità ideologiche, Homeland è stata questo: la grande serie sulla patria paranoica. Sull’America che dopo l’11 settembre ha avuto paura di essere colpita di nuovo. E che, per scongiurare il prossimo attacco, ogni possibile prossimo attacco, ha finito per trasformare la paura in destino.

 

L’11 settembre tra cinema, tv, documentari

L’11 settembre in film, serie tv, documentari

Paranoia, terrorismo, spionaggio: 24

24. Jack Bauer, di corsa contro il tempo

 

Tags: politicaspionaggioterrorismoTrumpUSA
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Jacopo Bulgarini d'Elci

Jacopo Bulgarini d'Elci

Fondatore e direttore del progetto MONDOSERIE, prende le serie terribilmente sul serio. In una vita precedente è stato assessore alla cultura della città di Vicenza. In altre e non meno reali esistenze, si è perso sull’isola di Lost, ha affrontato i propri gemelli oscuri in Twin Peaks, ha avuto il cuore spezzato da Breaking Bad. Autore e critico tv, scrive interventi sulle trasformazioni dell’immaginario pop (Doppiozero), tiene conferenze, coordina e realizza pubblicazioni. Soprattutto, guarda e riguarda show da quasi 30 anni.

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