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Louis Theroux: Inside the Manosphere – guru nazisessisti digitali

Il noto giornalista riprende il dietro le quinte di cinque influencer che insegnano come diventare maschi dominanti: e che, temendolo, a loro volta riprendono lui e la sua troupe...

di Livio Pacella
20/09/2026
in Documentari
cover di Inside the Manosphere per Mondoserie
44
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Louis Theroux: Inside the Manosphere (traduzione letterale: Dentro la Manosfera) è un documentario (Netflix, 2026) di 90 minuti, diretto da Adrian Choa. Conduce Louis Theroux, storica firma della BBC, qui al suo esordio per la nota piattaforma streaming. Oggetto di questa particolare inchiesta è l’eccentrico e variegato ecosistema online noto come manosfera, (o uomosfera, androsfera, maschiosfera). Un vero e proprio arcipelago di video, podcast, dirette e canali social che promuovono una visione iperbolica e muscolare della mascolinità. 

Da una parte vi è una manciata di sedicenti guru superalfa che, millantando insegnamenti su come diventare maschi dominanti tout-court – nell’eros come negli affari – incassano periodicamente decine e centinaia di migliaia di dollari, grazie alla massa di adoranti aficionados che sta dall’altra parte. Ovvero un numero spropositato di clienti / allievi online, disposti a dare anche tutto ciò che hanno, per poter ricevere tali preziosissimi ‘insegnamenti’. Trattasi naturalmente di giovani, più spesso giovanissimi, maschi. Per lo più convinti di appartenere alla categoria beta. O a qualsiasi altra categoria stia in fondo a questa fantomatica classifica. 

Ma cos’è la manosfera? Con questo neologismo non si intende un’idea monolitica, quanto piuttosto un’insieme di satelliti più o meno disconnessi tra loro. Di sicuro il termine di riferimento più datato – e anche il più frainteso – è ‘incel’, abbreviazione di ‘involuntary celibate’ (celibe involontario). Incel si riferisce a uomini incapaci di avere relazioni sentimentali, o anche solo rapporti sessuali, con il gentil sesso. Trasformando questa loro condizione in un’allucinata e rancorosa proiezione del femminile, visto come nemico da sconfiggere o essere inferiore da sottomettere. Il femminismo e le sue funeste conseguenze – come la cultura woke – vengono interpretati come causa di (quasi) tutti i mali che affliggono il giovane maschio bianco occidentale. E, in particolare, quello americano.

Inside the Manosphere: da Trump a Matrix

Va da sé che vi sia un collegamento diretto tra la manosfera e il movimento MAGA (assieme ovviamente al trumpismo: su questo tema vedi il documentario The Antisocial Network). Secondo Theroux, esiste proprio una correlazione tra la vittoria elettorale di Trump nel 2024 e la crescente popolarità della maschiosfera in quello stesso periodo. A tale proposito, in un articolo sul New York Times, Jessica Grose rilancia: l’attuale amministrazione sembra rispondere a una domanda implicita – come sarebbe affidare il controllo del governo più potente del mondo a un gruppo di personaggi mediatici senza scrupoli?

Ma, nell’ampio territorio della manosfera, gli incel sono solo una provincia. Che convive, non sempre in modo pacifico, con tanti altri gruppi. Come i red pill, i black pill, i Men Going Their Own Way (uomini che rinunciano a relazioni con le donne), i men’s rights activists, i pick-up artist – specializzati nell’arte del rimorchio sistematico (sic). Infine, quelli ossessionati dall’aspetto fisico e dalla gerarchia sessuale. Che si scala con muscoli, centimetri e durata…

Secondo la pseudofilosofia ‘red pill’, aprire gli occhi alla verità significa realizzare che la logica dell’amore risponde ad una semplicissima proporzione percentuale: 80 / 20. Il significato è che l’80% delle femmine viene posseduto dal 20% dei maschi. Ovvero quelli alfa, che esistono in un rapporto di uno ogni cinque. Ovviamente, l’80% dei rimanenti beta dovrebbe spartirsi il 20% della rimanenza femminile. Non certo composta dagli esemplari migliori (sempre secondo questo pseudopensiero)…

L’ironia dei red pill è che il loro nome derivi dalla famosissima scena di Matrix: un film scritto e girato da due uomini poi diventati donne: le sorelle Wachowski, nate Larry e Andy.

Basta non fare arrabbiare la mamma…

Le contorte ideologie della manosfera, per quanto inaccettabili e agghiaccianti possano sembrare, sono negli anni uscite dalle loro psicotiche nicchie per spargersi in tutta la rete. Con il suo assurdo lessico, i suoi codici e meme, le sue teorie – rese in buona parte innocue e digeribili – hanno trovato terreno fertile in una grande moltitudine di adolescenti, resi ancor più soli e insicuri dalla traumatica esperienza pandemica. La serie Adolescence è un esempio perfetto delle pericolose conseguenze di questi insegnamenti.

Un influencer palestrato, un complottista convertito all’Islam, un guru relazionale, un imprenditore social e un cacciatore di pedofili in diretta streaming… Sono cinque i personaggi che Theroux sceglie di seguire in Inside the Manosphere. Cinque uomini fanciulli, cinque ritratti che passano dal comico al tragico senza soluzione di continuità.

Harrison Sullivan, in arte HSTikkyTokky, anni 23. Talmente candido nella sua incoerenza da diventare un’involontaria autoparodia. Alla domanda sul perché promuova, attraverso i suoi canali, le stesse creator di OnlyFans che pubblicamente disprezza, definendole ripugnanti, lui, senza imbarazzo alcuno: “…per soldi”. Vi è qui addirittura una sorta di onestà intellettuale. Come quando confessa a Theroux – dopo aver dichiarato che se avesse un figlio gay lo disconoscerebbe – che, se avesse detto questa cosa davanti a sua madre, lei gli avrebbe rifilato un sonoro ceffone.

In una sequenza successiva (una diretta dello stesso HStikkyTokky) la madre compare davvero. La si vede rimproverarlo per aver sporcato per terra e per aver usato l’asciugamano sbagliato per pulire… E così il grande maschio alfa, che si vanta di dominare la scena sessuale del pianeta, viene rimesso in riga dalla mamma per una macchia sul pavimento. Non c’è davvero bisogno di aggiungere altro. 

Inside the Manosphere: maschi alpha o ‘poveretti’?

Nicolas Kenn De Balinthazy, in arte Sneako, è il complottista della banda. No vax dichiarato, contrario al voto delle donne, MAGA convinto, vuole senza mezzi termini che “le femmine tornino in cucina”. Convertitosi all’Islam, ne offre una lettura di comodo, alternando ai precetti religiosi un vocabolario da manuale di marketing digitale applicato.

Justin Waller, imprenditore siderurgico del sud della Louisiana, orgoglioso di essere un tradizionale self-made man. Come in un tronfio spot: “Buttami nudo in una qualsiasi città americana e mi troverai a piazzare acciaio nel giro di sei settimane”. 

Ed Matthews si vanta dei propri “sting”: le esposizioni pubbliche di presunti pedofili, che costituiscono il cuore del suo social business. Un genere di contenuti che gioca pericolosamente sull’ambiguo confine tra giustizia fai-da-te e puro intrattenimento.

Amrou Fudl, in arte Myron Gaines, si presenta come il teorico più raffinato del gruppo. Respinge l’accusa di misoginia con un sofisma da osteria. “Un misogino odia le donne, io le amo – anzi, le capisco – per questo so cos’è meglio per loro: perché le donne vogliono qualcuno che le domini.” 

Comunque, pur essendo nel presente impegnato a “costruire la propria vita” con Angie, la sua compagna, rivendica il futuro possesso di diverse mogli. A fine documentario, apprenderemo che Angie ha deciso di lasciare l’aspirante poligamo. Queste costellazioni domestiche da harem – le donne in fedele attesa, l’uomo totalmente libero – appaiono sostenute più dalla retorica che dai fatti. Alla fine si rivelano essere solo uno scenario di cartapesta.

Questi uomini si millantano alfa, cinici e dominanti, ma non sono che dei “poveretti”, come ha detto qualcuno. Un’espressione che restituisce il moto di compatimento che accompagna, in sottofondo, il documentario. In questo scarto tra pubblico e privato ci sono le scene più riuscite – e le più impietose. 

Come fare soldi con la frustrazione del giovane bianco

Inside the Manosphere ci mostra anche come l’impalcatura dello show manosferico non si regga tanto su pazzi principi nazisessisti quanto sul puro, semplice e vile interesse economico. In perfetto stile americano. O amerikano (mi si conceda questa formula leziosa ma significativa). Lo sguardo va allora dai fattori storici, sociali e culturali di questi ricchi bellimbusti (nel senso che questi fattori hanno partorito questi personaggi, non che ne possiedano loro) al portafoglio. La misoginia trasformata in capitale (chiamali stupidi! potrebbe dire ora qualcuno). 

Il meccanismo, una volta compreso e smontato, è addirittura disarmante nella sua semplicità. Gli influencer si fanno notare con dichiarazioni volutamente provocatorie e controverse. Così da favorire la diffusione virale dei loro contenuti, in primis, sui canali della visibilità: TikTok e Instagram. Il consenso così ottenuto viene monetizzato attraverso la vendita di corsi, abbonamenti riservati, programmi di consulenza personalizzata, marchi legati a un determinato stile di vita… Promettendo ai propri follower e seguaci – quasi sempre giovani e insicuri (e non più per forza bianchi) – successo economico e/o relazionale. E trasformando la frustrazione maschile in fidelizzazione.

Il canale privilegiato per questo tipo di guadagni, volendo restare lontano dalle politiche di moderazione più severe, è Telegram. La piattaforma di messaggistica che tollera più ampiamente, rispetto ai social mainstream, attività anche al limite della truffa. Si tratta, come già detto, di percentuali sulle iscrizioni delle stesse content creator di OnlyFans, che gli influencer promuovono pubblicamente, pur disprezzandole a parole. Oppure di abbonamenti a contenuti speciali e a gruppi privati, dove la dottrina si fa più esplicita e, presumibilmente, più redditizia. Infine, di commissioni su piattaforme di trading online dalla pessima reputazione, che promettono rendimenti irrealistici. Lo stesso Theroux decide di investire 500 dollari su una di queste app raccomandate. Perdendoli quasi tutti. Prova ‘empirico documentaristica’ di quanto valga il consiglio finanziario di un vero maschio alfa.

Sign of the Time (this is the end…)

Inside the Manosphere aiuta a comprendere un fenomeno che alcuni potrebbero credere essere soltanto di nicchia o da baraccone. Ma non sono vere né una cosa né l’altra. Questo frammentato ecosistema di influencer della mascolinità, dai contenuti talvolta apparentemente innocui – automiglioramento, fitness, relazioni – alle posizioni più radicali e intransigenti, nel Regno Unito, Stati Uniti e Australia, è regolarmente seguito dal 63% dei giovani (dal report Movember, condotto su oltre tremila uomini tra i sedici e i venticinque anni). Ma, per comprendere la reale portata di questo fenomeno, basta guardare le scene del documentario in cui frotte di ragazzini in età da scuola media riconoscono questi personaggi per strada e li inseguono per un selfie. Come fossero delle pop star.

Più che una semplice deriva culturale, allora, la manosfera appare – è questo, in fondo, il vero contributo del documentario, al di là dei suoi limiti – sempre più un mercato in cui pagano l’estremismo, la provocazione e la misoginia. Questi influencer non mostrano alcun interesse per i possibili effetti su larga scala di certe loro affermazioni. “Non vivo per gli altri, vivo per me stesso” è un’altra perla del candido Sullivan. 

Per alcuni (vedi The Independent), i “metodi di osservazione e di garbato pungolo” – che hanno reso celebre lo stile di Theroux – non sono all’altezza di una cultura online “definita dalla sua indifferenza morale”. Il fallimento più evidente del documentario sarebbe allora proprio quello di contribuire, suo malgrado, al guadagno di questi personaggi, offrendo loro “la massima esposizione possibile a individui che considerano qualsiasi forma di attenzione come una vittoria”. C’è chi invece valorizza proprio il metodo scelto da Theroux – lasciare che siano gli intervistati a contraddirsi da soli, “più che smascherarli direttamente, li mette nelle condizioni di autoesporsi”. Leggendovi quindi una forma di intelligenza narrativa. 

Ad ogni modo, sta agli spettatori decidere se questo stile paziente e un po’ dimesso sia qui – in questo mondo di cosiddetti superuomini – un limite o una virtù. Resta, alla fine, la triste immagine di fanciulli, più o meno cresciuti, che hanno costruito imperi digitali sulla promessa di un dominio mai davvero esercitato fuori dallo schermo. Sign of the Times.

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Tags: documentariotruffe e inganniTrumpUSA
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