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Alley Cats, podcast | Puntata a cura di Untimoteo.
Niente di quello che fa Ricky Gervais è mai davvero banale, anche se il geniale commediante inglese ama ricoprire sistematicamente i suoi prodotti con una patina di ingannevole ordinarietà.
Lo abbiamo visto in The Office, con la grigia routine degli uffici di Slough (qua l’articolo sulla versione americana). Lo abbiamo provato sulla nostra pelle con After Life, che dietro la facciata di una commedia provinciale nascondeva una struggente ballata sulla gente comune, sospesa tra l’elaborazione del lutto e la faticosa riscoperta della propria empatia.
Oggi Gervais approda per la prima volta da autore al mondo dell’animazione con Alley Cats.
La prima stagione consta di 6 episodi da 15 minuti ciascuno. Un minutaggio perfetto per una comicità fatta soprattutto di battute grevi che sembrano uscite direttamente da una serata di sbronze al pub, tenute insieme da una flebile e tenerissima trama orizzontale.
“Animazione” è il format del podcast di Mondoserie dedicato alle diverse scuole ed espressioni del genere, dall’Oriente alla scena europea e americana.
La trama di Alley Cats e la nobile tradizione dei gatti di strada
In un vicolo cieco della periferia londinese, quattro gatti randagi segnati dalla vita trascorrono le loro giornate tra bidoni della spazzatura, cinismo metropolitano e interminabili discussioni da bar. Il gruppo è guidato da Gus, un gatto disilluso e dalla lingua tagliente, doppiato dallo stesso Gervais. La routine della banda viene improvvisamente sconvolta dall’arrivo imprevisto di una tenera gattina domestica che si è smarrita. Nonostante le resistenze iniziali e le continue proteste di Gus, che vorrebbe fare di tutto per ignorarla, i quattro felini si trovano costretti ad adoperarsi per proteggere la piccola dai pericoli della strada e aiutarla a ritrovare la via di casa. Affrontando nel percorso piccoli e grandi ostacoli urbani che metteranno a nudo la loro reale natura.
Prima di analizzare ciò che rende Alley Cats un esperimento riuscito, è necessario fare un breve accenno a cosa abbiano rappresentato i gatti di strada nel mondo dell’animazione prima di questo cartone. Il gatto randagio è da sempre una figura allegorica con un alto potenziale. Pensiamo al Fritz il Gatto di Ralph Bakshi del 1972, primo film d’animazione vietato ai minori della storia. Dove il felino era il simbolo anarchico, edonista e sfacciato della controcultura. Pensiamo alla versione decisamente più rassicurante e scaltra di Top Cat di Hanna-Barbera. O al fascino randagio e jazzista di Romeo ne Gli Aristogatti della Disney. Senza dimenticare il versante noir e violento del film di culto tedesco Felidae.
In tutta la storia dei media, il gatto di strada è sempre stato l’emarginato perfetto: la creatura che osserva le ipocrisie del mondo umano dal basso dei marciapiedi, libera dalle convenzioni borghesi ma perennemente esposta alla fame e alla solitudine. Gervais si inserisce consapevolmente in questa tradizione, privandola però di ogni romanticismo d’epoca.
La maschera del cinico: L’apriscatole emotivo di Ricky Gervais
Il primo grandissimo pregio di Alley Cats è senza dubbio la sua straordinaria scorrevolezza. Si arriva in fondo a questa avventura di poco più di un’ora e mezzo complessiva con un’estrema facilità. La sensazione iniziale è che il comico britannico abbia voluto accettare la sfida di un nuovo linguaggio espressivo adattando la formula vincente delle sue celebri serie live-action. Senza osare troppo sul piano stilistico, al netto di una sproporzionata quantità di battute oltre ogni lecito cattivo gusto.
Qui si ritrova il tipico repertorio di Gervais: battute esilaranti, sketch spassosi e personaggi buffi con cui si simpatizza immediatamente. Ma, come ci ha abituati il comico inglese lungo tutta la sua carriera, tutto questo è soltanto una facciata.
L’arrivo della piccola gattina smarrita funge da vero e proprio “apriscatole” psicologico per far emergere la vera indole da finto duro del protagonista Gus. Gervais ancora una volta si spoglia letteralmente di fronte a noi: ci dimostra che non è semplicemente un cinico battutista con una visione nera del mondo, ma non è nemmeno un uomo zuccheroso e gentile che ha a cuore soltanto le sorti dei più deboli.
Gervais è, prima di ogni altra cosa, un commediante della vita. È una persona che indossa una molteplicità di maschere al punto da rischiare di non ricordarsi più chi sia veramente. Gus è il ritratto di un individuo talmente impegnato a recitare male il ruolo del duro, del disincantato che non deve chiedere mai, da correre il rischio reale di perdere l’amore. E, con esso, tutte le cose belle della vita. Ma è anche un essere rigido, debole, spaventato, incapace di fronteggiare la maggior parte del mondo esterno.
La filosofia del pub
Guardando Alley Cats, appare chiaro che non ci troviamo di fronte a un semplice accumulo di battute triviali o alla solita retorica a buon mercato sui buoni sentimenti.
La vera chiave di lettura di questa serie sta nel modo in cui gestisce il contrasto tonale: Alley Cats compie un corto circuito continuo passando con disinvoltura da ciò che è schifoso, goliardico e disgustoso alla delicatezza dei buoni sentimenti più puri. Non si tratta solo di battute triviali o di retorica rassicurante.
Questo cortocircuito formale ci fa tornare immediatamente alla memoria un capolavoro assoluto della comicità britannica: Il senso della vita dei Monty Python del 1983. Nel film si assiste a una transizione identica, violentissima e geniale, quando si passa direttamente dalla disgustosa e stomachevole scena del vomito del signor Creosote alla confessione intima di Gaston.
Gaston fa il cameriere in un ristorante di lusso e ama visceralmente il suo lavoro. Perché, custodendo nel cuore gli insegnamenti affettuosi di sua madre, riesce a ricollegare quella mansione così umile agli ideali universali di bontà, accoglienza e fratellanza umana. È una visione che, sul piano puramente etico e filosofico, non ha nulla da invidiare ai grandi trattati accademici.
Eppure, Gaston cade vittima di una tragica sudditanza intellettuale: prova vergogna, scusandosi quasi per non aver detto nulla di «filosoficamente profondo» secondo i parametri rigidi della cultura alta. In quel momento, Gaston incarna la ferita di un’intera classe sociale: quella lavoratrice, a cui la storia ha raramente riconosciuto il diritto di parola, considerandola preconcettualmente incapace di produrre un pensiero alto.
Alley Cats lavora esattamente su questo solco. Da un lato demolisce il “buon gusto” e il perbenismo che ci frenano dall’essere liberi e autentici; dall’altro ci ricorda che questa sfrontatezza non implica mai un egoismo ingiustificato. Dietro la volgarità da pub dei gatti di Gervais, esattamente come nel monologo del cameriere Gaston, si nasconde la filosofia dei pub inglesi. Fatta di volgarità sparate ad alto volume, insulti fraterni e birre scadenti. Per quanto brutale, un’empatia molto più pura rispetto ai salotti borghesi.
In appena novanta minuti complessivi, Alley Cats riesce nell’impresa di trasformare una serie animata apparentemente scorrettissima in una lezione sulla fragilità dei nostri sentimenti. Ricky Gervais dimostra ancora una volta che si può ridere di tutto — anche delle cose più sconce e sgradevoli — senza mai smettere di prendersi cura di chi si è smarrito lungo la strada.
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Dello stesso autore: leggi il nostro articolo su After Life















