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Christian, il miracolo di una serie italiana ben scritta

La storia di un moderno Cristo che appare nella degradata periferia romana riesce a stupire, emozionare, tenere avvinti. Sei puntate su Sky e NOW.

di Jacopo Bulgarini d'Elci
01/03/2022
in Articoli, Artwork
Cover di Christian per MONDOSERIE
865
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Lo ammetto: ho approcciato Christian, serie appena conclusasi su Sky (e disponibile anche su NOW) con qualcosa più che scetticismo. E non solo per il tema che si poteva desumere dal trailer: una storia di miracoli nella degradata periferia romana. Un’idea che poteva dar vita facilmente a un disastro di quelli epocali. 

Specie – seconda motivazione del pregiudizio negativo – con una produzione italiana. Visto che fin qui il nostro paese non ha mai mostrato la capacità di affrontare davvero bene, in termini televisivi, prodotti fantastici, o horror, o comunque distanti dai cliché di quell’italian style che al massimo, quando siamo fortunati, partorisce Gomorra. 

La verità è che ho iniziato a guardare Christian in una di quelle serate in cui vuoi distrarti con qualcosa che non pensi possa essere bello. O importante. Anzi: peggio è, meglio è. 

E invece, sorpresa! Ma sorpresa piena, vera. Le 6 puntate della serie, distribuite da Sky nell’arco di tre settimane, conquistano. Tengono avvinti. Fanno venir voglia di sapere cosa succederà della storia, e dei personaggi. 

Miracolo tra i miracoli per uno show italiano: è scritta diretta e recitata da Dio. Vabbé, non esageriamo, ma il tema chiamava la battuta. E comunque avete capito l’idea generale. Dopo Strappare lungo i bordi, di cui abbiamo scritto qui, un altro argomento che fa vacillare la nostra esterofilia produttiva. 

Cos’è e di che parla Christian

Creata da Roberto Saku Cinardi e diretta da Stefano Lodovichi e dallo stesso Cinardi, Christian è piuttosto liberamente ispirata alla graphic novel Stigmate, di Claudio Piersanti e Lorenzo Mattotti. Raccontiamo meglio il rapporto tra graphic novel e serie in questa puntata del nostro podcast (a proposito: iscrivetevi qui!). 

Di che parla, al solito limitandoci alla prima puntata introduttiva per evitare spoiler? Il corpulento Christian (Edoardo Pesce) lavora come scagnozzo per Lino (Giordano De Plano), luciferino boss della periferia romana. Christian è pacioso, accudisce la vecchia madre su cui infierisce la demenza (Lina Sastri). Ma per vivere mena, regolando i conti per il capo, recuperano crediti, sfrattando coloro che occupano appartamenti senza il consenso del boss. Il loro regno coincide con un gigantesco complesso residenziale, ampiamente degradato. In cui vivono centinaia di persone d’ogni genere. 

Un giorno, Christian scopre che le mani lo tradiscono: non riesce a chiuderle a pugno, dolgono, rivelano poi delle ferite sanguinanti. Stimmate? Nella periferia romana d’oggi? Per un delinquente di piccolo calibro? L’ipotesi sembra assurda, ma poi accade l’inspiegabile. Una notte trova la sua vicina tossicomane, Rachele (Silvia D’Amico), apparentemente morta per overdose. Toccandola, la sveglia. L’ha riportata in vita?

La notizia inizia a diffondersi. Attirando l’attenzione di Matteo (Claudio Santamaria), postulatore del Vaticano. Da piccolo è sopravvissuto grazie a un miracolo a un grave incidente, che l’ha lasciato sfregiato: ora indaga su fenomeni apparentemente inspiegabili, a caccia di truffatori e raggiri. 

Scrittura, regia, recitazione: un miracolo italiano! 

Come si è capito: trama complessa e già di per sé tutt’altro che banale. Ecco, il vero miracolo di Christian è questo: riuscire a rendere credibile una storia così poco realistica.  

I meriti sono equamente ripartiti tra i vari reparti. Ci hanno creduto, produttivamente, tre soggetti: Sky Studios, Lucky Red, Newen Connect. Il creatore e co-regista Roberto Saku Cinardi viene dal mondo dei video musicali (campo in cui ha operato con grande successo). Il regista principale, Stefano Lodovichi, vanta invece esperienze già importanti nella direzione e nella scrittura. Aveva fra l’altro già diretto Pesce nella serie Il cacciatore e nel recente film La stanza. La loro mano è ferma e precisa, solida, giustamente asservendo la regia alle necessità della storia. 

Ma, come si diceva, è proprio la scrittura il maggior punto di forza. Il soggetto di Piersanti e Mattotti viene ben elaborato da Enrico Audenino, Valerio Cilio, Patrizia Dellea, lo stesso Cinardi. La progressione drammatica è robusta e avvincente, tiene avvinti, non perde colpi. I dialoghi funzionano perfettamente (persino le metafore!). E questo consente agli attori di mostrare il loro valore. 

Pesce (già nella serie di Romanzo Criminale, e poi David di Donatello per Dogman) costruisce una performance perfetta. Sofferta, trattenuta, ironica, capace di convogliare dubbi e dolcezza, ma anche il veleno del lungo esercizio della violenza. Accanto a lui è ottimo, al solito, Santamaria nei panni del postulatore: tra fede e una sotterranea rabbia. Della Sastri è inutile dire, se non che può far risaltare le proprie qualità grazie a un personaggio complesso, assediato dalla demenza. Ma resta impresso l’eccellente villain di De Plano: un cattivo sulfureo, sfaccettato, pieno di accenti profondamente umani, dolente e insieme spietato, capace anche al massimo dell’eleganza di convogliare una costante minaccia.    

Il bene, il male, la scelta: le grandi sfide di Christian

Tante, tante cose potevano andare storte in questa serie. Il tono. Il modo del racconto. La sua resa attoriale. E, soprattutto, la scrittura, vero punto debole delle produzioni italiane. Perché anche quando vi sono mezzi e idee, una cattiva scrittura trascinerà con sé ogni cosa: regia, interpreti, credibilità. 

In Christian in larga parte tutto questo non succede. Per questo è un po’ un peccato una conclusione che può lasciare qualche perplessità. Non tanto per il finale aperto, in sé e per sé inevitabile se l’ambizione è quella di proseguire la storia. Ma perché sembra quasi di avvertirsi un’incertezza degli autori sul senso finale da dare agli eventi. Più che una reale ambiguità morale e, in questo caso, persino teologica.   

Certo, era molto difficile dare una conclusione netta, una soluzione, una scelta di campo. Visto e considerato di cosa la serie parla. Di Bene, di Male. Del libero arbitrio, della scelta che ciascuno di noi può avere. Se perseguire ciò che sappiamo giusto, e che però richiede sacrificio. O se restare sul piano inclinato di una vita moralmente deprecabile, e però più facile. E poi di fede, di ragione, delle conseguenze delle azioni, del lutto, di vite determinate dall’accumulo di fatti apparentemente insignificanti.

E resta l’eccellente idea di costruire il racconto, popolaresco nei tratti eppure profondo nei significati. Con un Cristo moderno (nel titolo, la parola CHRIST viene illuminata per un attimo) in un mondo spogliato di fede. E di speranza. 

E di un moderno Satana, Lino, il fascinoso ed elegante boss della zona, che “non fa mai il male se non è necessario”. Il re del mondo: colui che domina sulla realtà, la governa con promesse e tentazioni. 

E di mostrare un mondo in completo disfacimento.

Il palazzo – città: dal brutto nasce il male

Tra tante qualità, la scelta della location è forse la mossa più memorabile e azzeccata. Christian è tutto ambientato in una città-palazzo. Un edificio che è come un piccolo mondo, separato e autonomo, in cui tutto si risolve all’interno, in cui nessuno scambio con l’esterno sembra possibile. Ma non un mondo perfetto: anzi, un’anti-utopia. Un mondo in degrado, che cade a pezzi. 

E non so immaginare un luogo più efficace di quello in cui la serie è ambientata e girata. Il Nuovo Corviale, detto “il Serpentone” per via della sua lunghezza: un complesso residenziale romano situato nella periferia sud-ovest della capitale. Gigantesco, con un edificio principale lungo quasi 1 chilometro e alto nove piani e altri due edifici secondari. E una popolazione di circa 4500 abitanti: un piccolo comune, neanche tanto piccolo. 

Di proprietà dell’ATER del Comune di Roma, il complesso è stato progettato a partire dal 1972 da un team di 23 architetti coordinati da Mario Fiorentino. Come dice il proverbio, e per restare in tema, la strada che porta all’Inferno è lastricata di buone intenzioni. In questo caso, quella dei progettisti di dar vita a un modello abitativo alternativo, che integrasse spazi privati con attività collettive e residenze con servizi. Come una piccola città-comunità. Con tanto di teatri all’aperto, uffici circoscrizionali, la biblioteca, scuole, servizi sanitari, mercato, sale riunioni, attività commerciali e artigianali. 

Una visione fallita quasi subito, tra occupazioni abusive e degrado. 

E che oggi fa da perfetta ambientazione, e rappresentazione plastica, dell’intuizione più felice che Christian offre a noi spettatori. Dal brutto nasce il Male. Dalla corruzione degli spazi di socialità emerge l’egoismo individualista. E solo dalla dolcezza di gesti che sanno riscoprire l’umanità sepolta può riemergere, finalmente, la speranza. Forse. 

 

Ascolta il podcast sul rapporto tra fumetto e serie!

Christian / Stigmate: un uomo, due percorsi diversi | PODCAST 

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Tags: anti-eroefantasticoreligione e spiritualitàRoma
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Jacopo Bulgarini d'Elci

Fondatore e direttore del progetto MONDOSERIE, prende le serie terribilmente sul serio. In una vita precedente è stato assessore alla cultura della città di Vicenza. In altre e non meno reali esistenze, si è perso sull’isola di Lost, ha affrontato i propri gemelli oscuri in Twin Peaks, ha avuto il cuore spezzato da Breaking Bad. Autore e critico tv, scrive interventi sulle trasformazioni dell’immaginario pop (Doppiozero), tiene conferenze, coordina e realizza pubblicazioni. Soprattutto, guarda e riguarda show da quasi 30 anni.

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