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Tiger King 2, quanto possiamo ancora cadere in basso?

Il secondo capitolo del clamoroso successo Netflix cerca di rivitalizzare la storia di Joe Exotic e della sua corte dei miracoli: sfidando ogni verosimiglianza.

di Livio Pacella
09/12/2021
in Artwork, Documentari
Cover di Tiger King 2 per Mondoserie
260
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Tiger King 2 (2021) è l’improbabile seguito del fenomenale documentario Netflix dell’anno precedente. Cui abbiamo dedicato anche una riflessione “filosofica” (qui) e una scoppiettante puntata del nostro podcast (qui). 

Al centro, l’incredibile successo della storia di Joe Exotic, personaggio pittoresco, tragico e improbabile come pochi, cowboy ossigenato e armato fino ai denti, gaiamente gay e cantante country con voce altrui in prestito, creatore di un gigantesco zoo dedicato alle tigri in Oklahoma, profondo Midwest, stato per cui si candida a governatore, accarezzando (e non solo) l’idea di candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti, attualmente detenuto con una condanna a 22 anni per 19 capi d’imputazione. 18 dei quali riguardanti il maltrattemento agli animali e uno, quello fatidico, per tentato omicidio su commissione.

https://youtu.be/M1iJ8T7M55o

Tiger King 2: un seguito autoreferenziale e insensato 

Eroe e antieroe borderline divenuto un evento globale in pieno isolamento da pandemia, prova vivente della realtà capace di superare ogni fantasia, questa icona tra l’assurdo e il trash, pur vivendo attorniato da una vera e propria corte dei miracoli, composta da truffatori senza scrupoli, sicari improvvisati, seguaci sdentati e talvolta privi di qualche arto (si tratta pur sempre di tigri!), amanti e amici pronti a pugnalarsi o a pugnalarlo alle spalle alla prima buona occasione, ha o ha avuto – come vuole ogni buona storia – un suo antagonista assoluto: Carole Baskin.

Lei è la giunonica vedova nera e milionaria, dai costosi abiti leopardati, postasi a difesa dei grandi felini maltrattati – inevitabilmente maltrattati – negli zoo di Joe & company. L’omicidio su commissione, o il supposto omicidio su commissione, come bersaglio aveva proprio lei. L’antagonismo tra i due è il motore di un grande affresco, dove realtà e finzione, bugie e verità si susseguono senza soluzione di continuità, che ha incantato il mondo intero e, in primis ovviamente, l’America di Trump. Anzi – che ha, se non incantato, incuriosito lo stesso ex presidente, come vedremo tra poco. La fantastica storia raccontata nella prima stagione ha una sua perfetta chiusa: Joe Exotic finisce in carcere. Sipario, e fine della storia.

Invece poi l’arrivo di questa seconda stagione, che ha creato un certo sconcerto: di che potrà mai parlare una seconda stagione? Non era una storia chiusa quella di Tiger King? A quest’ultima domanda la risposta è – sì, era chiusa. Alla prima domanda la risposta invece è: di se stessa. Tiger King 2 è un seguito assolutamente insensato e soprattutto autoreferenziale. 

Una corte dei miracoli di persone divenute personaggi

Il Re delle tigri rimane dietro le quinte – ovvero dietro le sbarre. Protagonisti ora sono invece tutti gli altri: quei loschi figuri – Jeff Lowe, Tim Stark, James Garretson – che per la smania di tornare una seconda volta sotto i riflettori, sono disposti a mentire (a questo erano in verità già ben predisposti), a cambiare versione, financo ad autoaccusarsi. Non più persone, ma veri e propri personaggi di un copione che abbisogna di nuove situazioni drammatiche e di nuovi colpi di scena – che loro sono disposti generosamente a fornire. Purché la storia continui. Purché la loro visibilità non diminuisca. E la produzione acconsente felice – o forse è il contrario: la produzione propone/impone e loro acconsentono felici.

Così la storia riprende da dove era finita, andando in due diverse e speculari direzioni, vagamente proiettate l’una nel passato e l’altra nel futuro. L’assunto basilare è che l’enorme successo dello show ha avuto pesanti ripercussioni nel tempo presente. Coloro che hanno mandato dentro Joe, tutti a piede libero (sicario compreso!), cercano ora di tirarlo fuori di galera. 

Carole Baskin, dal canto suo, sta vincendo tutte le battaglie legali contro i possessori degli altri zoo; è perseguitata dai fanatici di Tiger King; ne approfitta per partecipare a Ballando con le stelle, in prima serata televisiva americana. 

L’influenza sulla realtà di Tiger King (e Tiger King 2) 

Cosa ancora più emblematica, la polizia decide di riaprire le indagini – dopo più di 20 anni – sulla misteriosa scomparsa del suo primo marito (caso mai risolto dal 1997). Forza dello schermo piatto, accompagnato dal dilagare di insinuazioni e sospetti sui social, dove il fenomeno Tiger King ha più attecchito. 

Tra le numerose insinuazioni di colpevolezza della Baskin, colpisce l’avvento di investigatori fai-da-te, sensitivi chiaroveggenti e pittoreschi avvocati – figure affamate del quarto d’ora di popolarità promesso di warholiana memoria – che spingono e sgomitano per aiutare le figlie di primo letto di Don Lewis (questo il nome del primo marito) a trovare una volta per tutte giustizia per la scomparsa del padre.

In questa rocambolesca giostra della mostruosa realtà – comitati per la scarcerazione di Joe Exotic, indagini per inchiodare finalmente Carole Baskin, proprietari di zoo braccati dalla PETA e dall’FBI in cerca di una via di fuga, semplici disperati in cerca di soldi dati dalla notorietà – i due autori di Tiger King (Rebecca Chaiklin ed Eric Goode) hanno gioco facile a riempire 5 episodi (dopo i 7+1 di S1) di contenuti ad alto tasso di cliffhanger ed assurdità. 

Non importa più ciò che viene detto, né tantomeno se ciò che viene detto corrisponda o meno al vero: l’unica cosa che conta è la ribalta data dallo show, è apparire in Tiger King 2. La serie perde dunque tristemente la sua dirompente ragione d’essere, a favore di un raffazzonato insieme di elementi simil crime che, come si diceva, mirano più o meno alla cieca al passato e al futuro.

L’indagine delirante sul passato, tra morti, fantasmi e fantasie 

Presto detto: il passato riguarda la scomparsa del marito di Carole, cui è dedicato un intero episodio, che ne scandaglia la doppia vita in Costa Rica, i suoi loschi affari con spostamento di ingenti somme in contanti dagli USA, le sue notti con fanciulle in minore età… insomma, tutto ciò che di torbido vi era nell’esistenza dell’eccentrico milionario amante dei grandi felini… e che potrebbe offrire una soluzione alternativa alla sua cancellazione dalla faccia della terra. 

Per poi tornare a concentrarsi su di lei: al suo alibi traballante – ovvero il racconto di cosa abbia fatto la notte in cui si suppone lui sia sparito, condita di nuove testimonianze – sempre straordinariamente ad hoc – che sole basterebbero ad inchiodarla come colpevole, nella fragile scatola cranica degli spettatori più accaniti. 

Il passato riguarda anche Joe Exotic – come toccata e fuga – e le sue improbabili carriere di poliziotto e spogliarellista. Il futuro è invece legato al tentativo di scarcerare sempre il mitico Joseph Allen Maldonado-Passage – alias Joe – tentativo portato avanti dai suoi stessi accusatori, ora pronti a ribaltare la storia precedentemente raccontata: accusando l’FBI di complotto e istigazione allo spergiuro e, dulcis in fundo, rivelando un nuovo tentativo d’omicidio dove l’obiettivo, questa volta, era proprio il Re delle tigri…

Trump, Joe Exotic la democrazia americana

Lui è sempre e comunque il collante che tiene in piedi questo secondo traballante capitolo, precario fin dal suo inizio, che ci mostra un Team Tiger capeggiato da un certo Eric Love. Talmente certo di ottenere da Trump la firma per la grazia presidenziale da noleggiare una vistosa limousine nel periodo dell’assalto al Campidoglio per riportare il loro idolo a casa. 

Inutile dire che il macchinone in questione non avrà nessun passeggero nel viaggio di ritorno. Trump, pur interessatosi alla faccenda per la sua perenne ricerca di consenso, decide infatti di negare la grazia al nostro. Dopo averne firmate comunque a decine per i suoi altri amichetti.

L’ex presidente, fautore di una delle pagine più nere della democrazia americana, è la perfetta incarnazione del segno dei tempi che hanno partorito il fenomeno Tiger King. E questa sua desolante, seppur istruttiva, continuazione: Tiger King 2. 

Tempi in cui non solo, come diceva Wilde, la vita si ispira all’arte più di quanto l’arte non s’ispiri alla vita, ma nei quali la realtà si mostra nelle fattezze di uno spettacolo e lo spettacolo dà poi forma alla realtà. Nei quali la differenza tra persone e personaggi è sempre più sottile, talvolta indistinguibile.

Tiger King 2: quanto può cadere in basso la società dello spettacolo?

Per concludere: in un certo qual modo questo secondo triste capitolo, questo Tiger King 2, è la logica continuazione del viaggio nell’abiezione morale ed esistenziale dell’America del Midwest cominciato con il primo. 

Pur non avendo nessuno dei requisiti che ha reso così dannatamente celebre la prima stagione, ci mostra concretamente quanto in basso possa arrivare la realtà della società dello spettacolo, teorizzata qualche decennio fa da Guy Debord e oggi forse all’apice del suo orribile splendore. 

Rimane un ultimo interrogativo, che sorge dalle ceneri di questo racconto in cui tutto è fuoco e fumo. 

Non è che vi è forse, nascosto nel fondo di ognuno di noi, un improbabile Joe Exotic pronto a ruggire?

 

Leggi anche questa nostra riflessione su Tiger King e la realtà

Tiger King: un manifesto sulla follia del nostro tempo

Ascolta la puntata del podcast su Tiger King 1 e 2!

Tiger King e la fama: da Andy Warhol a Joe Exotic | PODCAST

Tags: documentariofinzione & realtàTiger KingTrumpUSA
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