The Boroughs (The Boroughs – Ribelli senza tempo) è una serie fantahorror (Netflix, 2026), articolata in 8 episodi, ideata e condotta da Jeffrey Addiss e Will Matthews (già autori di Dark Crystal: La resistenza) e prodotta dai Duffer Brothers (Stranger Things – e scusate se è poco).
Ambientata nel New Mexico, luogo in cui è anche stata girata (più precisamente tra Albuquerque e Santa Fe), The Boroughs è il nome di una comunità residenziale per pensionati, una sorta di oasi nel deserto concepita e costruita negli anni Cinquanta. Dove chi ha i mezzi per permetterselo trascorre, per così dire, gli ultimi giorni tra villette a schiera, piscine e grigliate. La serie si apre con una spaventosa morte, per poi tornare al suo cielo da cartolina, ai suoi campi da golf e alla sua pace idilliaca.
È in questo scarto, tra una surreale posa di piacevole calma e il balzo di un istante in un orrore – e un horror – altrettanto surreale, che The Boroughs – Ribelli senza tempo cerca, con una scommessa invero non poco azzardata, la propria ragion d’essere e il proprio equilibrio formale. Al centro della trama troviamo Sam Cooper (Alfred Molina – Il Commissario Gamache), ingegnere in pensione e vedovo da pochi mesi. Avendo pianificato di vivere in questo buen retiro con la compagna di una vita, vi arriva vistosamente controvoglia, accompagnato dalla figlia Claire (Jena Malone – Too Old To Die Young).
La minaccia ultraterrena e un improbabile manipolo di eroici pensionati
Intorno a lui si raccoglie però subito la compagnia dei vicini: Renee (Geena Davis – GLOW), ex manager musicale con tendenze narcisistiche; Judy (Alfre Woodard – Luke Cage), giornalista in pensione che non ha perso il tocco; Art (Clarke Peters – Fondazione), suo marito e hippy incallito; Wally (Denis O’Hare – American Horror Story), ex medico malato di cancro; infine, Jack (il grande Bill Pullman – The Sinner), bonario e affascinante trainatore del gruppo. Sul versante opposto, il direttore della comunità e la moglie, Blaine Shaw (Seth Numrich – Homeland) e Anneliese (Alice Kremelberg – Orange is the New Black), entrambi giovanili e di bell’aspetto. Forse un po’ troppo…
Al centro della scena, attrici e attori settantenni di grande qualità, la cui massiccia presenza rischierebbe di trascinare il tutto nella caricatura. Invece, in questo caso, il pericolo viene ampiamente superato grazie ai decenni di mestiere messi in gioco. E all’assoluto divertimento provato da questi veterani nell’interpretare la loro parte. Intorno a loro, vi è un contorno di presenze che ha fatto la storia di un certo cinema horror. Da Ed Begley Jr. a Dee Wallace, da Mary McDonnell al cameo di Anna Deavere Smith… Queste presenze sono da leggersi come un omaggio consapevole, che sa e vuole festeggiare un genere e gli interpreti che l’hanno reso nel tempo riconoscibile.
Ad ogni modo, tra tutti questi fantastici personaggi, l’improbabile manipolo di eroici pensionati dovrà impedire a una minaccia ultraterrena di sottrarre l’unica cosa che a loro, poco a poco, sempre più manca: il tempo.
The Boroughs: una Stranger Things della terza età
Quest’oasi nel deserto nasce, come dice la stessa reclame, perché i residenti vi trovino “il periodo migliore della vita”. Purtroppo, come accennato più su, la perdita improvvisa della moglie ha reso Sam rabbiosamente maldisposto nei riguardi di questa nuova sua villetta, troppo capiente e spaziosa per un uomo solo. Inoltre, detesta il fatto che tutti intorno a lui continuino a vivere e andare avanti come se nulla fosse. Ma una notte un incontro ravvicinato – troppo ravvicinato – con un gigantesco ragno vampiresco costringe Sam a smettere di compiangersi e a reagire. La successiva morte di uno dei nuovi vicini fa il resto. L’ex ingegnere vuole vederci chiaro, e il vicinato lo asseconda. Prende dunque vita un’attempata banda di investigatori del paranormale in pantofole.
La comprensibile – e irremovibile – incredulità dei figli, il labirinto di tunnel che si estende sotto la patinata superficie delle villette, le mitologiche e misteriose creature lasciate libere di vagare nella notte, un misterioso uovo trovato da un minatore nel 1959 e un’ancor più misteriosa Madre… Questi alcuni tra gli avvincenti e fantastici elementi della serie.
Ed ora, l’elefante nella stanza. The Boroughs è evidentemente una Stranger Things della terza età, come abbiamo discusso anche in questa puntata del podcast. Le coincidenze, una volta riconosciute, si moltiplicano fino a diventare sistematiche. Ad esempio, i golf kart al posto delle biciclette. Più seriamente, un gruppo di disadattati che avanza contro un’incomprensibile forza malvagia. Addirittura l’identico carattere dei titoli di testa… Si potrebbe naturalmente andare avanti ma non è qui il caso. Non è un mistero che i Duffer siano tra gli artefici della serie, forse anche più dei due ideatori nominali. E si vede nell’estetica delle creature, nella continue strizzate d’occhio ecc.
I veri mostri di questa Cocoon al contrario
Ovvio: mentre a Hawkins vi erano dei ragazzini con tutta la vita davanti, qui ci sono anziani che hanno già alle spalle gran parte della loro esistenza. Eppure in questa Cocoon al contrario – rispetto al film di Ron Howard del 1985, qui le creature aliene prendono invece di dare – aleggia un’atmosfera a tratti molto malinconica, la stessa che poco a poco aumenta in Stranger Things, fino alla commovente esplosione finale.
Rispetto all’altra serie recentemente prodotta dai Duffer – Something Very Bad Is Going to Happen – che trasformava in orrore le paure di chi sta per sposarsi, questa serie sembra invece portare alla liberazione dalle paure di chi, alla fine del viaggio terreno, sa che più o meno a breve lo aspetta l’ultima festa: l’ultimo cerimoniale…
The Boroughs, che – non avendo un seguito – può a tutti gli effetti essere considerato una miniserie, esce dopo diversi esperimenti seriali sulla terza età: da Il metodo Kominsky ad A Man on the Inside, passando per film come Il club dei delitti del giovedì e altri. In questa serie però, sotto l’insegna dell’avventura fantastica, il terrore vero non sta tanto nei mostri nascosti nell’ombra quanto nell’idea di stare diventando fragili, pesanti e inutili. A cui si aggiungono la paura della demenza e delle malattie, della perdita d’autonomia, della solitudine… Ne esce un catalogo di angosce che, in parte, l’aspetto orrorifico della sceneggiatura ha il compito di rendere tangibili.
Fin qui gli elementi positivi di The Boroughs, senza dimenticare le performance dei suoi protagonisti âgées – su tutti quella di Alfred Molina.
The Boroughs: una compagnia di bravi attori alle prese…
Bisogna sottolineare, ahimè, anche diverse pecche di questa serie. Che parte brillantemente per poi sfilacciarsi e perdersi parzialmente lungo la via. Divertente lo resta, of course. Tuttavia quello che si perde sempre più, nel corso degli episodi, è l’originalità creativa e la profondità tematica. I dilemmi vengono risolti in poche superficiali battute oppure per mezzo di abusati espedienti di trama.
Se quindi il cast è il cuore pulsante del lavoro, la macchina narrativa è il punto debole, e quasi tutti, fra i critici più indulgenti e quelli più severi, hanno finito per ammetterlo. La serie perde forza quando il filone investigativo si prende troppo spazio, con spiegazioni e rivelazioni inferiori alle premesse e quindi alle aspettative precedentemente create. Qualcuno l’ha spiritosamente definita “una compagnia di bravi attori alle prese con una macchina di genere che gira con il fiato un po’ corto”. Chissà, forse The Boroughs paga paradossalmente il prezzo di un fantahorror in cui i cacciatori di mostri portano addosso la stanchezza e la spossatezza degli anni. Forse no. Ad ogni modo è la prevedibilità ad essere il difetto più ricorrente. Come, ad esempio, prevedibile è lo stereotipo dei malvagi sposi antagonisti.
Imperfetto ma curioso, limitato ma dignitoso, The Boroughs non sarà magari destinato a restare negli annali della storia seriale, eppure rimane uno show godibile e maledettamente umano. Nonostante l’eccesso di derivazioni formulaiche, sarebbe stato interessante vedere come i Duffer pensavano di sviluppare il progetto nelle tre stagioni annunciate. Netflix ha però deciso diversamente, pare per i costi di produzione troppo elevati. Anche qui, chissà.
E qui la vicenda produttiva si fa – suo malgrado – il miglior commento al tema. Una serie sulla quantità di tempo che rimane, e su quanto preziosa possa essere, a cui la piattaforma produttrice ha sottratto il proprio… Occorre dire quanto labili siano sempre i confini tra realtà e spettacolo, anche quando ci si avvicina irrimediabilmente al finale?
Abbiamo discusso The Boroughs anche in questa puntata del podcast
The Boroughs, una Stranger Things della terza età? | PODCAST
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