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Depp v Heard: se TikTok è avvocato, giudice e boia

La docu-serie Netflix sul celebre processo è un prodotto mediocre, ma utilissimo a capire meglio i terrificanti meccanismi dei social media. Tra tribalizzazione, cinismo e opportunismo

di Jacopo Bulgarini d'Elci
16/09/2023
in Artwork, Documentari
Cover di Depp v Heard per Mondoserie
382
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La docu-serie di Netflix Depp v Heard (2023, 3 puntate) racconta il processo per diffamazione reciproca tra gli attori, ed ex coniugi, Johnny Depp e Amber Heard. Un processo che, nel 2022, ha tenuto banco sui social media (e pure su quelli tradizionali) per sei settimane. Monopolizzando l’attenzione di centinaia di milioni di persone. Tra testimonianze scioccanti, colpi di scena e violente reazioni del pubblico. Non per caso la serie è subito schizzata in testa alle visualizzazioni della piattaforma. 

Diciamolo subito: il documentario in questione è bruttino. Fatto maluccio. Chiaramente parassitario, costruito in fretta e furia per sfruttare ancora il grande clamore del caso. E persino disonesto nell’approccio. Ma, sia chiaro, nessuna di queste osservazioni rappresenta una buona ragione per NON guardarlo. Depp v Heard è anzi show di cui consiglio caldamente la visione, perché ha un valore involontariamente educativo. Certo, rappresenta un discreto pellegrinaggio nei gironi infernali dell’odierna società digitale. Ma appunto per questo, ha un effetto – se non terapeutico, che sarebbe difficile – almeno repellente. 

E, di questi tempi, la capacità di provare disgusto è pur sempre dimostrazione di una certa differenza residua tra soggetto e oggetto del sacrosanto sentimento. Insomma: Depp v Heard può persino essere utile. Aiutando a chiarire alcuni dei molti pericoli da cui un essere umano decente deve, oggi, difendersi. 

A partire, è chiaro, dalla pervasiva e tribalizzante potenza di fuoco dei social media. Che, come vedremo, qui non si limitano a raccontare. O commentare. Di fatto, svolgono una parte cruciale nell’intero processo. Pervertendolo.   

Cos’è la docu-serie Netflix Depp v Heard

Depp v Heard è stata distribuita globalmente da Netflix dopo l’iniziale diffusione britannica di Channel Four. Sono tre episodi della durata di circa 50 minuti ciascuno. Diretti da Emma Cooper, candidata agli Emmy e ai BAFTA per il documentario The Mystery of Marilyn Monroe: The Unheard Tapes.

La serie non ha una voce narrante, ma si basa sui materiali audiovisivi provenienti dal processo e dai social media. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di una neutrale obiettività: ma – come tutti i racconti – anche questo è parziale. Le testimonianze dei due attori, pur rese a giorni di distanza, vengono messe a confronto, evidenziando contraddizioni e incongruenze tra le loro versioni dei fatti. Soprattutto, la serie esplora le reazioni del pubblico e dell’ecosistema mediatico al processo, analizzando il ruolo dei social media nella diffusione di informazioni – e disinformazioni.

Il processo Depp v Heard è stato infatti definito il primo “trial by TikTok”: il primo processo influenzato e seguito dai social media. In particolare appunto la popolare app di video brevi. Il procedimento si è svolto in Virginia dal 11 aprile al 1 giugno 2022. Johnny Depp accusava l’ex moglie Amber Heard di averlo diffamato con un articolo sul Washington Post in cui si definiva una sopravvissuta alla violenza domestica. Heard ha rilanciato con una controdenuncia, sostenendo che Depp l’avesse aggredita fisicamente e verbalmente durante il loro matrimonio.

La copertura mediatica senza precedenti è stata garantita dalla presenza delle telecamere in aula – consentita dalle leggi della Virginia. Trasmessi in diretta, i video del processo venivano immediatamente ripresi e commentati da numerosi utenti di TikTok. Alcuni di questi utenti, e qua le cose si fanno interessanti, sono diventati delle vere e proprie star della piattaforma. Passando dall’anonimato a milioni di follower e di visualizzazioni.

Sciacalli, parassiti e la logica contagiosa dello show business

Depp contro Heard dedica molto spazio proprio ai creatori di contenuti digitali, che si fiondano come avvoltoi sul caso. E non in modo neutrale. In modo schiacciante, il nuovo ecosistema di commentatori online si schiera per Depp, accusando la Heard – e solo lei – di “recitare”. Vediamo canali YouTube come The DUI Guy e DARTHNEWS, entrambi a sostegno di Depp, girare video nell’aula del tribunale della contea di Fairfax. Altri, come Popcorned Planet (sempre pro Depp) trasmettono in diretta streaming, per ore e ore, la loro reazione al processo. E più sono accesi nel parteggiare per il beniamino del pubblico (l’amato capitano Sparrow), più donazioni ricevono. 

Nel frattempo i meme dal processo diventano virali: dai video remix sulla “mega pinta” di vino dell’attore alle parodie sul momento più sconcertante della testimonianza di Depp, quando racconta che Heard ha lasciato “materia fecale umana” sul suo letto. Ore e ore di dibattimento vengono condensate in clip di pochi secondi. Il web si incendia. Al suo apice, l’hashtag #JusticeForJohnny aveva 20 miliardi di visualizzazioni su TikTok; di contro, #JusticeForHeard ne ha solo 7,5 milioni, secondo il documentario. Di più. Depp v. Heard mostra come gran parte di questi contenuti provenissero da creatori che avevano un incentivo o addirittura un interesse diretto a farlo – adombrando persino la tesi di una spregiudicata azione di propaganda online tramite un manipolo di creators e un esercito di bot.  

Anche senza arrivare a pensare tanto, i numeri mostrano inequivocabilmente come il pubblico del web si sia schierato a favore di Depp e contro Heard. Con una forza tale – è questa almeno in parte la tesi che emerge dal documentario – da  influenzare anche il verdetto finale della giuria.

Facciamo un passo indietro: la storia tra i due attori

Johnny Depp e Amber Heard si erano conosciuti nel 2009 sul set del film The Rum Diary, tratto dal romanzo di Hunter S. Thompson (autore anche del libro che aveva ispirato una precedente fatica di Depp, il favoloso Paura e delirio a Las Vegas di Terry Gilliam del 1998). La relazione tra i due inizia, a quanto pare, nel 2012, dopo che Depp aveva lasciato Vanessa Paradis, madre di due dei suoi figli. Lui ha 49 anni (oggi ne ha appena compiuti 60, per strano che sia pensarlo). Lei 26. La coppia si sposa nel febbraio 2015.

La relazione è turbolenta fin dall’inizio, con accuse reciproche di tradimenti, gelosie e litigi violenti. Nel maggio 2016, Heard ha chiesto il divorzio da Depp e ha ottenuto un ordine restrittivo temporaneo contro di lui, sostenendo di aver subito abusi fisici e psicologici da parte sua. Heard ha presentato delle foto che mostravano i segni delle presunte aggressioni sul suo volto e sul suo corpo. Depp ha negato le accuse, definendole una menzogna orchestrata per ottenere un vantaggio economico nella causa di divorzio.

Nel gennaio 2017, i due hanno raggiunto un accordo extragiudiziale, in cui Depp ha versato a Heard 7 milioni di dollari, che lei ha dichiarato di aver devoluto in beneficenza (ma il tema occupa uno spazio cospicuo e polemico in Depp v Heard). I due hanno anche rilasciato una dichiarazione congiunta in cui affermavano che la loro relazione era stata “intensamente appassionata e a volte volatile, ma sempre legata dall’amore” e che nessuno dei due aveva fatto false accuse per motivi finanziari. 

Tuttavia, la pace tra i due è durata poco, e nel 2018 sono scoppiate nuove polemiche.

Depp v Heard: il processo “reale”

Il processo tra Depp e Heard ha inizio l’11 aprile 2022 nel tribunale della contea di Fairfax, Virginia. Depp ha citato in giudizio Heard per diffamazione, chiedendo 50 milioni di dollari di risarcimento, in seguito alla pubblicazione di un articolo di Heard sul Washington Post nel dicembre 2018. Nell’articolo Heard si definiva una sopravvissuta alla violenza domestica e invitava altre vittime a denunciare i loro abusatori. Sebbene nell’articolo l’attore non fosse mai nominato, il riferimento era inequivocabile. Per Depp l’articolo gli ha affossato la carriera, estromettendolo dal ricco franchise cinematografico Disney Pirati dei Caraibi.

Heard ha presentato una controdenuncia contro Depp, chiedendo 100 milioni di dollari di risarcimento, sostenendo che lui l’avesse diffamata con una serie di dichiarazioni false e offensive rilasciate ai media e sui social media. L’attrice ha anche accusato Depp di averla aggredita fisicamente e sessualmente in diverse occasioni durante il loro matrimonio, presentando prove fotografiche, audio e video – e testimonianze – a sostegno delle sue affermazioni. 

Depp v Heard è durato sei settimane, durante le quali i due attori si sono alternati sul banco dei testimoni, con il supporto dei battaglieri avvocati. Il 1 giugno 2022 la giuria ha emesso il suo verdetto: ha riconosciuto che Heard aveva diffamato Depp con il suo articolo sul Washington Post e gli ha assegnato 10 milioni di dollari di danni compensativi e 5 milioni di dollari di danni punitivi (poi ridotti a 350 mila dollari per via del limite imposto dalla legge dello stato della Virginia). Ha anche riconosciuto, in forma secondaria, che Depp aveva diffamato Heard con alcune dichiarazioni ai media e le ha assegnato 2 milioni di dollari di danni compensativi. 

Il verdetto, naturalmente, è stato accolto con gioia dai sostenitori di Depp e con indignazione da quelli (sparuti) di Heard.

Depp v Heard: il processo virtuale

Il processo virtuale si è svolto parallelamente al processo reale, ma con modalità e regole diverse, come mostra Depp v Heard. E ovviamente sui social media, in particolare su TikTok, dove milioni di utenti come abbiamo visto hanno seguito e influenzato il processo. Sui social spopolano i video: non solo e non tanto le testimonianze dei due attori, quanto le reazioni del pubblico, le analisi di esperti veri e sedicenti, parodie, canzonette. Creando una vastissima comunità virtuale di appassionati e di critici del caso.

La tesi del documentario, pur con diverse ambiguità e superficialità, emerge alla fine abbastanza chiaramente: il processo virtuale ha avuto un impatto significativo sul processo reale. Sia in termini di informazione che di opinione. Da un lato, i social media hanno permesso al pubblico di accedere a fonti dirette e in tempo reale del processo, senza il filtro interpretativo dei media tradizionali. Il che non è necessariamente un bene. Da un altro lato, i social media hanno contribuito a diffondere informazioni parziali, false o manipolate, alimentando pregiudizi e polarizzazioni tra i sostenitori dei due attori. È ovvio, poi, che la schiacciante opinione pubblica abbia esercitato una pressione sulle parti coinvolte nel processo: sia sui testimoni che sulla giuria, che non sono stati isolati dalle influenze esterne.

Non solo. Depp v Heard, e in realtà più il processo che la serie, evidenzia altri aspetti non banali della società e della cultura contemporanea. Il ruolo dei social media nella costruzione della realtà, il rapporto tra celebrità e fandom, quello tra giustizia e spettacolo. E naturalmente, il dibattito sul genere e sulla violenza domestica, che è forse quello che ne esce peggio. Insomma: uno specchio dei valori e dei conflitti della nostra epoca, tra realtà e finzione.

Un parallelo storico: il processo a OJ Simpson

Difficile non tornare indietro con la memoria. Un precedente illustre a Depp v Heard è stato il processo a OJ Simpson, l’ex stella del football americano accusato dell’omicidio della sua ex moglie Nicole Brown Simpson e del suo amico Ronald Goldman nel 1994. Il processo a Simpson è stato definito il “processo del secolo”, è stato seguito da milioni di spettatori in tutto il mondo e si è tradotto in film, documentari, serie tv (tra cui Il processo a OJ Simpson, bella prima stagione di American Crime Story di Ryan Murphy, il prolifico autore cui abbiamo dedicato una puntata del podcast) .

Ci sono alcune somiglianze innegabili tra i due processi. La presenza di telecamere in aula che hanno trasmesso in diretta le udienze, permettendo al pubblico di assistere al processo come se fosse un reality show. L’uso dei social media da parte degli utenti per commentare e discutere il caso, anche se nel caso di Simpson si trattava soprattutto di forum online e chat room (siamo negli anni ‘90). L’influenza di etnia e genere nel giudizio del pubblico, con una divisione tra bianchi e neri nel caso di Simpson e tra uomini e donne nel caso di Depp. E naturalmente l’esito controverso del verdetto finale.

A metà tra somiglianza e differenza è poi il rapporto con l’ecosistema mediatico del tempo. Quello a Simpson è stato il primo processo influenzato dai media, che hanno creato una narrazione sensazionalistica e polarizzata del caso. Depp v Heard è stato il primo processo influenzato dai social media, che hanno creato una narrazione partecipativa e interattiva.

In ogni caso, siamo nel pieno di ciò che Guy Debord chiamò, nel suo saggio profetico del 1967, “La società dello spettacolo”. 

Depp v Heard: giudizio finale

L’abbiamo già detto in premessa: Depp v Heard è un prodotto che manca di profondità, sostanzialmente parassitario, ed esageratamente ossequioso (specie nelle prime parti) verso i ridicoli figuri del web che diventano improvvisamente paladini digitali del querelante.  

Ma non importa, e davvero non è questo che conta. Possiamo prenderlo come un documento, imperfetto quanto si vuole. Del processo, certo (di cui in fondo offre una ragionevole sintesi: sei settimane condensate in meno di tre ore). Ma soprattutto del nostro mondo e del nostro tempo. E di una tesi che Mondoserie esplora dalla sua nascita (anzi, si può dire che questa testata sia nata per esplorarla): un rapporto tra realtà e finzione che si è fatto sempre più stretto. Sempre più biunivoco. In cui non è solo la realtà ad alimentare la finzione ma anzi, sempre più spesso, la finzione a dare forma a pezzi di realtà. Producendo conseguenze tangibili, misurabili. 

Confessione finale: anche chi scrive parteggiava per l’attore. Prima del processo, e così durante la visione della serie. Oggettivamente è anche difficile immaginare il contrario. Depp è un attore eccezionale, e il personaggio che ha creato per il processo è magistrale: dai suoi completi all’aplomb, financo mentre racconta l’incredibile “incidente fecale”. 

Ma il punto è che un processo reale non dovrebbe essere – o non solo – una gara di recitazione. E invece lo è stato. Chiaro che la povera Amber Heard avesse perso in partenza. Perché il problema non è che lei reciti, come nell’accusa istericamente misogina del suo esercito di detrattori online: il problema, alla fine, è che è una cattiva attrice. 

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Jacopo Bulgarini d'Elci

Jacopo Bulgarini d'Elci

Fondatore e direttore del progetto MONDOSERIE, prende le serie terribilmente sul serio. In una vita precedente è stato assessore alla cultura della città di Vicenza. In altre e non meno reali esistenze, si è perso sull’isola di Lost, ha affrontato i propri gemelli oscuri in Twin Peaks, ha avuto il cuore spezzato da Breaking Bad. Autore e critico tv, scrive interventi sulle trasformazioni dell’immaginario pop (Doppiozero), tiene conferenze, coordina e realizza pubblicazioni. Soprattutto, guarda e riguarda show da quasi 30 anni.

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