Happy Valley (3 stagioni, 18 episodi) è una serie crime britannica della BBC che conquistò immediatamente il pubblico al suo debutto nel 2014. Scritta da Sally Wainwright (Gentleman Jack), si distingue per un arco temporale distributivo decisamente insolito: le prime due folgoranti stagioni (premiate entrambe col BAFTA come miglior drama) uscirono nel 2014 e nel 2016, mentre la terza e conclusiva arrivò soltanto nel 2023. In Italia in questo momento è visibile su Sky e NOW, ma solo parzialmente, dopo essere transitata da Netflix e Prime Video.
Raccontando la vita dolorosa, malinconica e talvolta luminosa di una piccola comunità di un paese inglese (Halifax), la serie utilizza il salto temporale per permettere allo spettatore di ritrovare i protagonisti, invecchiati o cresciuti. E di seguirne le vicende lungo quasi un decennio di narrazione reale, in un percorso emotivo intenso e tortuoso.
Ogni stagione inizia allo stesso modo: con la solida e instancabile poliziotta Catherine Cawood (Sarah Lancashire) alle prese con le bizzarrie quotidiane del lavoro in una zona depressa e cupamente bella del West Yorkshire: adolescenti che rubano pecore, drogatelli che vivacchiano di spaccio e uomini di mezz’età che scombussolano i pub con le loro violente quanto imbarazzanti ubriacature.
Compassionevole ma incline alla collera, più intelligente dei detective che la trattano con sufficienza, Cawood indossa la sua divisa nera e il giubbotto catarifrangente come una pesante armatura. È un moderno cavaliere errante, che difende un codice di decenza contro gli orrori della vita contemporanea.
Happy Valley: un’eroina, un antagonista, e la vita in mezzo
Come ogni eroe mitico, la Catherine Cawood di Happy Valley ha il suo antagonista. Tommy Lee Royce (uno straordinario James Norton), stupratore e assassino psicopatico, nonché padre di suo nipote. Apprendiamo sin dalla prima puntata che la figlia adolescente di Catherine si era suicidata poco dopo aver dato alla luce il bambino nato dal rapporto sessuale non consenziente con Royce.
Catherine, andando contro il marito e parte della famiglia, aveva deciso di crescere lei stessa il nipote Ryan. Tenendolo all’oscuro delle dolorose circostanze della sua nascita. E, soprattutto, dell’identità del padre, rinchiuso in prigione per traffico di droga. Per crescere Ryan aveva affrontato un divorzio e ripreso in casa la sorella Claire (Siobhan Finneran), ex tossica, con la quale guarda crescere con sospetto il bambino, chiedendosi se assomiglierà al padre. Questa sottotrama familiare melodrammatica dai toni quasi dickensiani dona ad Happy Valley uno strato psicologico che spesso manca alla maggior parte delle serie poliziesche.
La prima puntata si apre con Catherine che cerca di convincere un furfantello scoppiato a non darsi fuoco nel parco giochi del paese. Il malcapitato è stato piantato dalla ragazza e, sotto effetto di qualche droga, sta per compiere un atto atroce e insensato. Lei, nella sua pesante divisa-armatura, gli corre incontro e urla: «Mi chiamo Catherine, sono divorziata. Ho una sorella ex tossicodipendente e due figli adulti: un figlio che non mi parla più e una figlia… morta.» Il furfantello alterato la ascolta, non si suicida e lei può tornare in ufficio.
La vita di Catherine è questa. Combattere i piccoli grandi traffici di droga con le innumerevoli conseguenze che infestano quella regione triste e malinconica. Da qui il titolo senza dubbio ironico: Happy Valley.
Una lotta medievale tra due arcinemici
Già nella prima puntata un fulmine a ciel sereno si abbatte nella sua squallida e difficile esistenza. La notizia che il suo nemico, Tommy Lee Royce, è stato scarcerato e sta tornando ad Halifax. D’ora in poi gran parte delle energie di Catherine saranno dedicate a proteggere il nipote e la sua comunità dal pericoloso criminale.
Happy Valley è il racconto epico della lotta tra i due nemici, che faranno di tutto per distruggersi, con un odio e un acredine degni dei conflitti medioevali più truci. Sono due facce della stessa medaglia. Lui, nato da genitori sbandati e tossicodipendenti, reagisce alla miseria della vita con violenza. Lei, con la compassione. Catherine è inoltre guidata dal codice d’onore poliziesco. Dovrà ‘acchiappare’ Royce, che nel frattempo riprende i suoi traffici loschi correlandoli di orrendi stupri, senza torcergli un capello e consegnarlo alla giustizia. Questo conflitto interiore è uno dei cardini della serie e fa del personaggio della poliziotta una delle icone del crime contemporaneo.
Nel Regno Unito, la sergente Catherine Cawood è diventato un vero e proprio tesoro nazionale, al pari di Miss Marple o Emma Peel. Un personaggio di finzione che incarna e idealizza certe virtù e difetti. “Nonna single”, scorbutica, irruente, apparentemente disillusa dalla vita ma fiduciosa nella giustizia finale, il personaggio magnificamente interpretato da Sarah Lancashire ha fissato un modello per le serie poliziesche con protagoniste femminili complesse e sfaccettate. Come ad esempio la più recente Mare of Easttown.
Happy Valley: storie – e personaggi – di vita vera
Altrettanto straordinari sono tutti gli altri attori, che si muovono nella bruma inglese e nella povertà fatta di piccoli gesti a volte commoventi. Incarnano quella che ci piace definire “la vita vera”: una madre sarà costretta ad uccidere il figlio, un dipendente avido di guadagno capitolerà di fronte alla sua schiacciante mediocrità. Molte sono le storie umane narrate in Happy Valley e nessuna sembra semplicemente fare ‘da contorno’. Sono personaggi vicini a noi, alle nostre preoccupazioni e ai nostri interrogativi e alle prese con conflitti personali (e non surrogati di supereroi), totalmente radicati nella società britannica contemporanea
La violenza e il terrore sovrastano piccole scene quotidiane fatte di camminate sotto la pioggia e sigarette fumate col senso di colpa. Ma Happy Valley sorprende per la meraviglia che a volte si cela nelle più inaspettate relazioni tra vicini, tra parenti e persino tra sconosciuti.
E la macchina da presa riprende, alla maniera di Ken Loach, la tristezza grigia di questo Yorkshire segnato dalla deindustrializzazione dove sembra che gli unici passatempi degli abitanti siano andare al pub, cenare in un cabaret dove si esibiscono miseri imitatori di Elvis, e, perchè no, assassinare la vicina.
Una formidabile sceneggiatura, con dialoghi spesso pungenti grazie a un umorismo più o meno nero, suggella questo successo senza tempo. Halifax è un microcosmo autarchico del bene e del male umano. E chi ci vive ricorda profondamente chi siamo.
Della stessa autrice: Gentleman Jack
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