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Il canale di cartoni animati Adult Swim, visibile con parte della sua programmazione in Italia su HBO Max, ha recentemente confermato la conclusione di una delle serie di maggior successo degli ultimi anni: Smiling Friends. A darne l’annuncio i due creatori Zach Hadel e Michael Cusack. Che in un breve video su Youtube hanno spiegato di essere arrivati, dopo tre stagioni per un totale di 27 puntate più qualche piccola clip extra, ai primi segnali di un burnout lavorativo.
Questo nonostante il network avesse più volte espresso l’intenzione di realizzare una quarta e una quinta stagione. Ma al momento i creatori sembrano inamovibili. Sostengono di aver già detto e fatto tutto quello che volevano con quei personaggi e non ritengono di dover proseguire o promettere un comeback che potrebbe avverarsi, come no.
Smiling Friends si è imposta a partire dal 2022 come l’oggetto più alieno dell’animazione contemporanea. Una granata anarchica che non si limita a far ridere, ma utilizza il disagio visivo come terapia d’urto. Attraverso un’estetica caotica, grottesca e disturbante cerca in realtà una filosofia di fondo profondamente, e quasi comicamente, umanista.
Guarire i mostri che siamo fuori dai mostri che abbiamo dentro
In un universo bizzarro e visivamente schizofrenico, Pim e Charlie lavorano per una improbabile organizzazione no-profit. Il cui scopo aziendale è uno solo: far sorridere le persone depresse o disperate. Pim è un eterno ottimista dalla pelle rosa, convinto che ogni trauma possa essere risolto con una buona dose di empatia; Charlie, al contrario, è un cinico pigro e disilluso, che guarda la realtà attraverso il filtro del pragmatismo più spicciolo. Insieme a una fauna di colleghi assurdi, i due si trovano a gestire clienti sull’orlo del baratro psichico, esseri leggendari in crisi di mezza età e mostri antropomorfi schiacciati dall’ansia sociale. Ogni missione di undici minuti si trasforma in un viaggio lisergico che destruttura la cultura pop e le nevrosi della vita moderna.
I protagonisti del cartone non cercano la grande rivoluzione etica, ma la sopravvivenza quotidiana in un mondo intrinsecamente privo di senso. Formalmente, la serie trasforma il disagio mentale in una parata demenziale di tecniche d’animazione miste, costringendoci a ridere dell’assurdità dell’esistenza. Mentre, quasi senza accorgercene, normalizza i nostri crolli psicologici più intimi.
Perché il malessere psicologico, nell’era della saturazione digitale, è sulla bocca di tutti. Smiling Friends è un trattato di psicopatologia della vita quotidiana travestito da cartone animato. È un’esperienza contemporaneamente comica e disturbante. Al suo debutto, il pubblico avrebbe potuto pensare all’ennesimo prodotto basato sul nonsense fine a se stesso. Oggi sappiamo che la creatura di Zach Hadel e Michael Cusack è stata qualcosa di molto più chirurgico: non offre una fuga cinica dalla realtà ma una terapia d’urto surrealista. Proviamo quindi a smontare i meccanismi di questo strano prodotto, analizzando come undici minuti di totale anarchia formale possano rivelarsi la riflessione più lucida e filosofica sulla salute mentale prodotta negli ultimi anni.
Smiling Friends: il collasso grafico come rappresentazione di una realtà schizofrenica
In Smiling Friends la disgregazione psichica si manifesta attraverso il collasso della coerenza grafica. La serie rifiuta programmaticamente l’omogeneità dello stile. All’interno dello stesso frame convivono l’animazione vettoriale bidimensionale più grezza, la stop-motion in plastilina, la CGI primitiva e inquietanti inserti in live-action o rotoscoping iper-dettagliato.
Questa visione creepy e perturbante non è un semplice espediente estetico per shockare lo spettatore. È la traduzione visiva dell’ansia sociale e della dissociazione contemporanea, la traduzione estetica della nostra sovrastimolazione quotidiana. Il contrasto tra i design elementari e rassicuranti dei protagonisti e l’iperrealismo grottesco, sudato e deforme dei clienti che devono “aiutare” genera un attrito visivo insostenibile. È l’estetizzazione del disagio: il mondo esterno ci appare alieno, mostruoso e informe proprio perché non risponde alle nostre stesse regole, in questo caso grafiche. Hadel e Cusack usano il perturbante visivo per ricordarci che la realtà, sotto la superficie della quotidianità, è costantemente fuori asse.
La schizofrenia dell’animazione diventa così lo specchio perfetto della nostra frammentazione interiore. Al centro di questo caos formale si muove una coppia che rappresenta le due uniche risposte possibili al nichilismo cosmico, l’una opposta all’altra. Da una parte abbiamo Pim: una creatura che visivamente grida ottimismo infantile, una macchia rosa guidata da un’empatia patologica e tossica, convinto che il mondo possa essere aggiustato con un sorriso forzato. Dall’altra c’è Charlie: una sagoma gialla, molle, disillusa, che rappresenta l’apatia difensiva, il pragmatismo cinico che ha accettato la mediocrità del mondo per evitare la sofferenza.
Il sorriso non guarisce, è solo una breve tregua.
La serie non dà mai ragione a nessuno dei due. Pim non è l’eroe puro, è un nevrotico che usa l’altruismo per non guardare dentro se stesso; Charlie non è il classico cinico distruttivo, è solo un uomo pragmatico che ha accettato la mediocrità dell’esistenza come strategia di sopravvivenza.
La scrittura brilla per la sua assoluta mancanza di moralismo. Al contrario, mostra come entrambi i meccanismi di difesa dei protagonisti siano imperfetti strumenti per sopravvivere in una società che esige la felicità come un dovere aziendale. La missione non arriva mai a una vera risoluzione del trauma del cliente; è un’operazione di contenimento. Non ti guariscono dal collasso mentale, ti offrono solo undici minuti di tregua prima del prossimo crollo.
L’alienazione e la nevrosi di Smiling Friends non si limitano però al binomio dei protagonisti, ma si riflettono nella folle fauna dell’ufficio, un microcosmo che parodia la tossicità aziendale e la disgregazione comunicativa.
Prendiamo il Boss: imprevedibile e disturbante, si muove in un perenne limbo tra demenza senile e spietata lucidità capitalistica. Il Boss è un’autorità demente, capricciosa e fuori controllo, che gestisce la salute mentale dei clienti come una metrica aziendale. Pur essendo lui stesso la figura più instabile del palazzo.
Accanto a lui operano Glep e Allan, i due estremi dell’apatia da ufficio. Glep, una piccola creatura verde che si esprime esclusivamente attraverso un borbottio indecifrabile e astratto, è la resa totale ai meccanismi inceppati della comunicazione contemporanea. La sua lingua diventa rumore di fondo in cui il senso non serve più a nulla. Allan, al contrario, è la burocrazia fatta corpo. Una sagoma rossa, rigida, ossessionata dalle piccole mansioni – come la ricerca maniacale di una graffetta o la protezione delle sue clip – che fa dei compiti inutili uno scudo per non impazzire. Allan è l’alienazione impiegatizia. Non gli importa se il mondo fuori sta crollando o se un cliente si sta per suicidare. L’importante è che l’inventario dell’ufficio sia impeccabile.
La fauna di Smiling Friends non è composta da mostri da sconfiggere, ma da soggetti da stabilizzare. Le creature che si rivolgono alla clinica – che si tratti di una parodia di un personaggio dei videogiochi caduto in disgrazia o del Diavolo stesso in piena crisi esistenziale e lavorativa – non cercano una redenzione morale. Cercano una tregua.
La forza di Smiling Friends risiede nella sua totale onestà intellettuale. Non vi promette che tutto andrà bene, né si compiace del fatto che tutto vada male. Attraverso uno stile che deforma e un tono che destabilizza, la serie ci dice che l’unico modo per non impazzire è accettare il nonsense dell’esistenza e trovare, in quegli undici minuti di spazio grigio tra un crollo emotivo e l’altro, il coraggio di sorridere.
Non per imposizione, ma per legittima difesa.
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