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The Terror [S1] – un ipnotico incubo tra i ghiacci

La prima stagione dell’antologica serie, a metà tra ricostruzione storica e soprannaturale, è un freddo e fantastico viaggio di sola andata

di Livio Pacella
02/07/2025
in Articoli
cover di The Terror per Mondoserie
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Strutturata come serie horror antologica, la prima stagione di The Terror, creata da David Kajganich e prodotta da Ridley Scott, ha debuttato nel 2018 sul canale statunitense AMC (lo stesso di The Walking Dead), per essere poi distribuita da Amazon Prime Video. In attesa del terzo capitolo – Devil in Silver -, il secondo – The Terror: Infamy -, ambientato in una comunità nippo-americana nella seconda guerra mondiale, è del 2019. The Terror, che consta di 10 episodi da una cinquantina di minuti circa ciascuno, è tratto dall’omonimo romanzo del 2007 (in it. La scomparsa dell’Erebus) di Dan Simmons. Che a sua volta si basa sulla vera storia della spedizione marittima britannica del 1845 nelle acque del circolo polare artico, alla ricerca del mitico passaggio a nord-ovest.

Delle due navi inviate dalla Royal Navy – la Terror e la Erebus – salpate verso l’Artico e poi scomparse nel nulla, non si seppe più niente. Almeno fino a qualche anno fa (soltanto nel 2014 e nel 2016 sono state ritrovate le due navi), a romanzo già pubblicato. I due vascelli della Marina Britannica, capeggiati da sir John Franklin, avevano già compiuto diverse missioni esplorative in Antartide. Tra ufficiali, personale medico e civili, inizialmente gli equipaggi sono formati da 129 uomini. Le due navi rimarranno imprigionate tra i ghiacci del terribile inverno artico. 

The Terror e un destino horror

The Terror racconta in chiave horror, fondendo elementi realistici e soprannaturale, l’immaginario e ‘agghiacciante’ (si perdoni l’involontario gioco) destino di quegli uomini. Oltre all’ipotermia di Damocle e a tutta la pletora di malattie e intossicazioni varie che pendevano su quegli sventurati (non ultima l’intossicazione da piombo, dovuta alla cattiva saldatura delle scatolette in dotazione per la missione), per quanto attrezzati fossero a trascorrere mesi e anni all’interno delle navi, il pericolo maggiore era pur sempre l’incombere della pazzia. Pazzia data dall’isolamento forzato, dal freddo e dal buio continui… Pazzia data dal diffondersi dello scorbuto, dalla prospettiva del cannibalismo, dalle sinistre allucinazioni dovute alle durissime condizioni climatiche…

Il tutto dovendo sottostare alla catena di comando e alla rigida disciplina militare in vigore sulle navi, nonostante questa sembri – giorno dopo giorno, svanendo sempre più la speranza di poterne uscire vivi – più insensata e meno giustificata. “È stato un piacere affrontare questo soggetto drammatico perché vede personaggi impossibilitati a comunicare direttamente e in modo trasparente a causa della rigida gerarchia in cui sono inseriti, per rango, classe e razza, il tutto mentre il disastro rende queste barriere sociali sempre più irrilevanti…” dice Kajganich,  assieme a Soo Hugh sceneggiatore dello show – che avrebbe dovuto in origine essere un film di David Fincher, almeno nelle intenzioni.

“Questo posto ci vuole morti”

Il comandante dell’audace e folle impresa è quindi l’arrogante John Franklyn (Ciáran Hinds – Game of Thrones), capitano dell’ammiraglia Erebus, la cui tracotante ottusità condanna inconsapevolmente tutti a morte. Ed è proprio l’amara consapevolezza della gravità della situazione, a portare il secondo in comando Francis Crozier (un sublime Jared Harris – The Expanse, The Crown), il capitano della Terror, praticamente ad esaurire le scorte di alcolici di entrambe le navi.

“Questo posto ci vuole morti” dice il laconico e riflessivo capitano, che già aveva profeticamente tradotto l’avvertimento degli indigeni con: “We will disappear”. Niente sembra però scalfire l’iniziale borioso ottimismo di Franklin, sostenuto dal suo sussiegoso secondo James Fitzjames (Tobias Menzies – Rome). L’ufficiale avrà però tempo e modo di ricredersi. Con lo scorrere degli episodi viene svelato – in flashback – il passato di questi due primi ufficiali, le loro motivazioni e i loro trascorsi. Così come l’inquietudine che nella capitale inglese attanaglia sempre più i parenti, in primis la moglie di Franklin. Che cerca finanziamenti per una spedizione di recupero e salvataggio.

Tra le mille insidie dell’inverno locale e le formalità dell’etichetta britannica, cresce implacabile l’angosciante tensione di The Terror. Che, visivamente, è data anche dalla contrapposizione tra l’immensa vastità del deserto di ghiaccio e l’asfissiante paranoia degli ambienti chiusi e malamente illuminati dalla luce delle candele, delle cabine o in sottocoperta. Dove si muove, a volte quasi strisciando, l’equipaggio. In cui spiccano le figure del medico di bordo Harry Goodsir (Paul Ready – Utopia), uomo paziente e di buon cuore, e dell’infido e subdolo Cornelius Hickey (Adam Nagaitis), marinaio irlandese propenso all’ammutinamento e all’omosessualità. Accanto a loro, l’enigmatica Lady Silence (Nive Nielsen), giovane Inuit (tribù eschimese) il cui silenzio indispettito nasconde forse la vera natura del Tuunbaq, creatura spaventosa che inizia a decimare l’intero equipaggio.

The Terror – Homo Homini Lupus

Questa creatura totemica, a metà tra il mostro mitologico e un gigantesco orso polare (il cui design è stato creato da Neville Page – Cloverfield), è perfetta nel contesto della cultura ottocentesca. Cultura votata al metodo scientifico ma innegabilmente ancora aperta al misterioso e al soprannaturale. E sempre più soprannaturale diventa la furia del Tuunbaq – nata dall’involontaria uccisione di un Inuit – tendendo quasi a incarnare l’ancestrale simbolo dell’indomita e selvaggia natura, che la spedizione ha tentato di sottomettere.

Questo essere irrefrenabile e sanguinario sarebbe dunque la rappresentazione della violenza primigenia che è nel cuore stesso della realtà. Del Male, per intendersi. O forse è ‘solo’ la reazione ad un equilibrio irreparabilmente rotto dall’invasione britannica. Ma come insegnano i migliori show seriali (Lost, The Walking Dead ecc.), il vero pericolo per l’uomo non sono i mostri, bensì gli altri uomini. Nonostante la spaventosa entità che perseguita senza requie questi poveri sventurati. Nonostante le malattie, per cui muoiono uno ad uno soffocati nel proprio sangue. E nonostante il freddo terribile e pungente, che invade le vene di chiunque osi avventurarsi troppo a lungo tra le lande del Grande Nord.

Vaste e bianche distese (si tratta di uno scenario interamente ricostruito in teatri di posa!) che, anche in virtù delle bellissime sequenze e dell’eccezionale fotografia, non possono non sussurrare allo spettatore una strana sensazione agorafobica. In perfetto contrappunto claustrofobico agli interni, unico riparo dalla perenne insidia del freddo mortale e dai mostri che senza requie incalzano i membri della sventurata spedizione. Macabro paradosso, è all’interno dei due vascelli che ha origine, ancora una volta, il Male. Non più quello sconosciuto e bestiale, con zanne e artigli, ma quello subdolo, ingannevole e multiforme, che cammina su due gambe e parla inglese…

Un terrore sublime

In preda alla tempesta, ovunque tra pericoli e nemici, i protagonisti sono costretti a confrontarsi con un inevitabile nulla che sembra inghiottirli uno ad uno (già nella sigla iniziale vediamo i loro volti trasformarsi in teschi). Abbandonata da tempo la missione, la stessa sopravvivenza è divenuta un miraggio sempre più sfuggente. Riuscire a mantenere i nervi saldi e, ancor più, la propria umanità, in un contesto di tale algida disperazione, è a dir poco eroico. E l’inumana crudeltà di alcuni dovrà alla fine scontrarsi con la straordinaria nobiltà di altri. Come in ogni grande storia, il viaggio di The Terror si compie nelle abissali profondità del cuore umano.

Questa miniserie si impone per magnificenza sin dalle prime inquadrature. Impressionante è poi la cura dei dettagli visivi (a partire dalle navi, ricostruite a grandezza naturale in Ungheria). La tensione si dipana proprio attraverso molti di questi dettagli (luci misteriose, bussole impazzite), in perfetta sintonia con quelli sonori (il latrato del cane, il cigolio del legno), altrettanto meticolosamente curati. Non a caso, in produzione figura il nome di Ridley Scott. Kajganich mescola sapientemente la ricostruzione storica alle derive fantastiche. Lasciando che sia lo stesso sentimento – sempre imminente – della fine a guidare gli istinti di alcuni verso il baratro e svelando una forza prima sconosciuta in altri. La lotta tra i due impulsi primigeni diventa irresistibile materia di affabulazione.

L’autore infatti descrive The Terror come un’originale miscela di generi e stili: “A tratti è una storia horror e a tratti è d’avventura. Ci sono episodi che abbiamo scritto e montato come fossero western e altri che hanno il tono di un film di guerra”. Verissimo, ma è altrettanto vero che i tempi della narrazione sono estremamente dilatati. Episodio dopo episodio lo spettatore affonda lentamente in un incubo sempre più ovattato. Sabbie mobili innevate attorniano la visione, altamente evocativa, di questo terrificante show. Una lunga discesa in un insolito inferno di ghiaccio. Fuori e dentro l’anima dei protagonisti. In preda ad un terrore sublime.

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