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The Fix: tentativo (fallito) di correggere la storia

Lo show di Marcia Clark, pubblico ministero nel famoso processo contro O.J. Simpson, cerca di riscriverne la storia e gli esiti - fallendo noiosamente.

di Livio Pacella
18/06/2022
in Articoli, Artwork
Cover di The Fix per Mondoserie
287
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The Fix è una serie televisiva statunitense di genere drammatico giudiziario (ABC, 2019) creata da Marcia Clark con Elizabeth Craft e Sarah Fain. La serie è stata cancellata – non a torto – dopo la prima stagione, composta da 10 episodi (in Italia la trasmise Canale 5 nel 2019). 

The Fix è dunque, a scanso di equivoci, un prodotto fallimentare, praticamente sotto ogni punto di vista. La storia è ispirata al famoso processo degli anni ‘90 contro O.J. Simpson, ex stella del football felicemente rilanciata nel panorama cinematografico (ad es. la saga di Una pallottola spuntata), accusato di aver ammazzato l’ex moglie e un suo amico. Nonostante una serie di prove piuttosto schiaccianti – seppur tecnicamente indiziarie – il caso giudiziario del decennio si concluse con l’incredibile assoluzione dell’imputato.

L’allora rappresentante dell’accusa era proprio Marcia Clark. Che ha in seguito cavalcato l’onda di notorietà data da questa surreale vicenda legale, scrivendo romanzi e sceneggiature televisive. E divenendo infine autrice e produttrice esecutiva di questo benedetto The Fix.

Nella finzione Sevvy Johnson (Adewale Akinnuoye-Agbaje – Lost, Il Trono di Spade), popolare star hollywoodiana – e afroamericana, of course – è accusato dell’omicidio di due donne: la compagna e una sua amica. Maya Travis (Robin Tunney – Prison Break, The Mentalist), procuratore della contea di Los Angeles a capo dell’accusa, dopo l’amarissima sconfitta processuale che le è costata la carriera, si trasferisce in un ranch in Oregon per rifarsi una vita. Ma otto anni dopo, quando la nuova compagna dell’attore viene assassinata in circostanze molto simili, Maya viene richiamata in L.A. per assistere il nuovo procuratore. E riuscire, una volta per tutte, ad incriminare e far condannare Johnson – che si proclama a gran voce innocente. E che è ottimamente difeso da Ezra Wolf (Scott Cohen – Law & Order, The Americans), avvocato cinico e brillante, col vizio del gioco…

The Fix: correggere un madornale errore giudiziario

Questa la trama di base del legal drama in questione, a cui vengono aggiunte altre tracce narrative nel tentativo di incrementarne i momenti di tensione thriller. Un misterioso stalker di Maya. L’ex moglie di Sevvy bramosa di impossessarsi del suo patrimonio. I debiti di gioco di Ezra con la mafia cinese, ecc. Una sequela di sottotrame che risultano però alquanto forzate e posticce. Così come alla fine risulta tutta la deludente narrazione di The Fix: forzata, ahimè, e posticcia.

Ogni puntata si presenta con un titolo che è il nome di un’altra famosa serie televisiva americana: The Wire, Scandal, Lie to me, ecc. Questa artificiosa nomenclatura rende bene la mancanza di originalità che ammanta tutto il progetto. A partire dalla stessa idea di una riscrittura del celeberrimo processo, già vista pochi anni prima nell’ottimo American Crime Story – Il caso O.J. Simpson (di Ryan Murphy). 

Anche se una debole chiave di lettura di questa serie si potrebbe cercare proprio nello stesso titolo – The Fix (la correzione). Una seconda possibilità di fare giustizia, laddove il sistema americano non permette di processare due volte la stessa persona per lo stesso reato. Prospettando un nuovo delitto e di conseguenza un nuovo processo. Una nuova occasione per correggere il madornale errore giudiziario di otto anni prima (nella finzione) perché, a prescindere dalla colpevolezza o dall’innocenza dell’imputato rispetto a quest’ultimo omicidio, vi è ancora da pagare il conto per le due donne allora assassinate.

O si tratta invece di correggere l’errore commesso 20 anni prima (nella realtà)?

La noiosa autoterapia di The Fix

Suona quasi come una forma di autoterapia intrapresa da Marcia Clark, riuscendo anche a farsi pagare profumatamente: buon per lei. Ma non per noi. Il riscatto simbolico che riesce in qualche modo ad attuare, dopo aver perso una causa di duplice omicidio contro un colpevole che era sicuramente colpevole, non si sviluppa in maniera rilevante né interessante. 

Al contrario, in questo specifico caso bisogna ammettere che la realtà stessa ha superato di gran lunga la fantasia. I successivi esiti esistenziali e processuali di O.J. – in seguito condannato per rapina e sequestro di persona a Las Vegas – sarebbero già così elementi di una trama molto più avvincente di quella che invece viene raccontata in The Fix…

Una deludente insulsaggine, in fin dei conti, nonostante la moltitudine di dolenti espressioni facciali eseguite dal mitico Mr. Eko di Lost (serie fondamentale cui abbiamo dedicato questa puntata del podcast). E nonostante l’irresistibile figura del suo avvocato, bandito da tutti i casinò di Las Vegas, a cui i gangster asiatici arrivano a tagliare un dito del piede come promemoria… Nonostante la cascata di prevedibili colpi di scena, nonostante la sgangherata famiglia milionaria e multirazziale della star, nonostante l’ultimo episodio si intitoli Making a Murderer (letteralmente: creando un assassino, altro riferimento a un altro show)…

E poi, in disordine. La banale ostentazione del solito impensabile lusso hollywoodiano, tra ville, bolidi e aerei privati. Il noioso ammiccamento ai giochi di potere politici all’interno della procura. L’improbabile investigatore privato zoppo e agée. Il maniaco amoroso psicopatico che arriva (noiosamente, in verità) alla furia omicida… Per tacere delle difficoltà che intercorrono nella storia d’amore tra Maya, che ritrova il sottile piacere delle subdole aule giudiziarie e il fidanzato, fascinoso allevatore di cavalli dell’Oregon che invece disprezza i meccanismi della grande città…

Quando la realtà supera la fantasia…

The Fix è una serie per un pubblico di zombie, ovvero per cervelli andati nel frattempo in vacanza. Con questo non voglio però dire che il problema stia nell’intelligenza di questo show. Al contrario, il problema è proprio nella mancanza di passione. Questo è un prodotto concepito a tavolino, senza nemmeno la scusante di un qualsiasi brillante guizzo creativo. 

Se qui vi è un aspetto potenzialmente rilevante è forse il rovesciamento del rapporto realtà – finzione, rapporto fluido come non mai nel nostro tempo. Ovvero: la presunzione di The Fix – o meglio di Marcia Clark – di poter riscrivere e in un certo senso manipolare una storia arcinota, realmente accaduta, si è infranta contro l’innegabile profondità e ricchezza di quest’ultima rispetto ad una creazione tutto sommato sciatta, inutile e noiosa… 

Quando la realtà supera la fantasia: questa volta da ogni punto di vista, messinscena compresa. 

Forse perché, in fondo, ringraziando gli dèi, la realtà è davvero incorreggibile.

Processi, realtà e finzione,  ma in un documentario che merita: I love you, now die

I love you now die: realtà virtuale, morte reale

Tags: finzione & realtàgiustizia e ingiustiziaprocessualeThe Fix
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