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Icarus: doping massivo in un vertiginoso intrigo internazionale

Bryan Fogel, seguito dal dottor Rodchenkov, decide di assumere sostanze illegali per poi aggirare i controlli antidoping prima di una nota competizione ciclistica, gli eventi prendono però un’inaspettata e sconvolgente piega - tra gole profonde, morti sospette e KGB…

di Livio Pacella
16/05/2026
in Articoli, In primo piano
cover di Icarus per Mondoserie
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Icarus (Netflix, 2017) è uno sconvolgente documentario di due ore su quello che fino ad ora può essere considerato il più grande scandalo globale di doping nel mondo dello sport.

Come altre insolite e ‘fortunate’ coincidenze documentaristiche (vedi ad es. The Staircase), questo progetto voleva al principio indagare su un caso che invece è poi esploso e debordato. Trasformandosi in qualcos’altro. In primis in uno tsunami mediatico che ha lasciato con il fiato sospeso atleti, organizzatori e amanti dello sport di mezzo mondo. Iniziato come un audace esperimento personale, Icarus evolve – quasi involontariamente – in un thriller geopolitico, con tanto di coinvolgimenti governativi ai massimi livelli e un paio di morti inspiegabili…

Premiato come miglior documentario agli Oscar del 2018, l’anno prima vince il premio speciale della giuria (U.S. Documentary Orwell Award) al Sundance Film Festival. Questo straordinario documentario, diretto da Bryan Fogel (Jewtopia, 2012), in Italia vince la XVII edizione del MIFF – Milano International Film Festival –, mostra del cinema indipendente internazionale (ribattezzata il “Sundance milanese“).

Acquistato senza indugi da Netflix (ormai quasi 10 anni fa, pare per 5 milioni di dollari), dove è tuttora visibile. La piattaforma così al tempo continuava ad affermare il proprio predominio nell’ambito documentaristico-investigativo dissidente. Che, con il trascorrere degli anni e la massiccia produzione di docuserie di diverso genere e qualità, è andata ahimè decisamente annacquandosi.

Cavia da dopaggio

Nel 2014 l’intento iniziale di Bryan Fogel, da 30 anni ciclista americano amatoriale, era quello di sottomettersi volontariamente ad un programma di dopaggio per lui appositamente studiato. Con l’obiettivo di migliorare notevolmente la propria prestazione in mountain bike, all’interno di quella che viene definita la più folle e massacrante competizione ciclistica non professionistica del pianeta: la francese Haute Route. Una settimana su e giù, senza soluzione di continuità, tra le impervie Alpi. Risultando naturalmente negativo a tutti gli eventuali controlli. Avvalendosi, per riuscire in tale impresa, della consulenza dei più noti tra gli specialisti dell’antidoping. Tutto questo per dimostrare la concreta possibilità che non solo questo possa accadere, ma soprattutto che probabilmente stia da tempo già accadendo. Come dice però lo stesso protagonista: “accuse straordinarie richiedono prove straordinarie”.  

L’idolo ciclistico di Bryan è sempre stato Lance Armstrong. Un uomo sopravvissuto al cancro e per sette volte consecutive vincitore del Tour de France. Un mito sportivo americano. Testato decine e decine, anzi centinaia di volte dall’antidoping – e risultato sempre negativo. Fino alla sua sconvolgente e drammatica pubblica ammissione. Uno straziante coming out, rimasto indelebile nella memoria di moltissimi sportivi. Ma come è stato possibile superare con tanta apparente facilità tutti quei controlli? Da qui la missione di Fogel: diventare egli stesso cavia per un programma di potenziamento muscolare biochimico, ovviamente illegale, da monitorare minuziosamente. Assieme alla misurazione dei miglioramenti delle sue prestazioni. E, per finire, alle prescrizioni da mettere in atto per passare indenne i controlli per sostanze proibite.

Icarus e la Haute Route

La sua primissima volta alla Haute Route, senza essere minimamente dopato e volendo arrivare tra i primi cento (su 440), riesce addirittura a piazzarsi 14esimo. Avendo però la netta sensazione che i primi dieci siano costituzionalmente diversi dagli altri corridori. Che abbiano, per così dire, una marcia in più. “Se vuoi essere tra loro, ti serve il doping” gli viene fatto capire. Ecco allora che Bryan, sotto la supervisione di medici e professionisti, si dedica ad un complesso protocollo tra iniezioni di testosterone e l’assunzione di svariate altre sostanze. Senza dimenticare la costante e rigorosa raccolta e catalogazione delle sue urine. Ai limiti del feticismo.

Don Catlin, fondatore dell’UCLA Olympic Lab, è nelle prime fasi affascinato dal progetto di Bryan, e decide di sostenerlo. Resosi però molto presto conto che partecipando al documentario avrebbe irrimediabilmente compromesso i suoi rapporti con la WADA (World Anti Doping Agency), l’agenzia antidoping a livello mondiale, presenta a Fogel una perfetta alternativa: il dottor Grigory Rodchenkov. 

Rodchenkov è il direttore della Rusada, l’agenzia antidoping russa con sede a Mosca. È senza dubbio un pezzo grosso. Sopra di lui ci sono il viceministro e quindi il ministro dello Sport. il quale riferisce direttamente a Vladimir Putin, di cui era collega ai tempi del KGB. Grigory accetta con insolito entusiasmo di aderire a questo documentaristico esperimento. Grigory Rodchenkov, figura brillante e ambigua, dà le sue direttive tramite Skype. Bryan e Grigory si sentono con regolarità e i due diventano presto amici. Lo scienziato russo viene addirittura a Los Angeles per prendere in consegna le urine statunitensi e portarsele con uno stratagemma a Mosca. Operazione necessaria per la loro successiva contraffazione. 

Il dottor Rodchenkov e la ‘pornografia sportiva’

Poco prima di prendere il volo per tornare in Russia, lo stralunato Grigory dirà ad un operatore: “Attento a quello che stai filmando, è vietato come la pornografia. Anzi, è pornografia sportiva!” Ancora non sa quanto sarà profetica questa sua battuta. Comunque, back in the USA, durante gli allenamenti vengono attestate la maggiore forza e resistenza del ciclista amatoriale. Arriva infine il fatidico momento della gara.

Qualcosa però va storto. Un guasto alla bicicletta. O la perdita di fiducia in sé dell’atleta. Oppure entrambe. Fatto sta che Bryan si posiziona oltre la ventesima posizione: peggio di quando era pulito. Fine documentario. E invece no, Icarus è appena cominciato. E il povero regista, sconfitto alla gara e martoriato dai tanti aghi sul deretano, decide di lasciare spazio al vero protagonista di questa storia: lo scienziato pazzo russo che fino a poco prima, come sempre tra l’ironico e l’autoritario, riferendosi alle iniezioni gli intimava: “better to the ass!” 

Il provvidenziale twist, che modifica completamente quello che altrimenti sarebbe stato niente più che un mediocre documentario, arriva con la messa in onda (2014) per il canale tedesco ARD di un’inchiesta realizzata dal giornalista Hajo Seppelt su come la Russia fabbrichi da tempo i suoi vincitori nel campo dell’atletica attraverso il doping. Un doping, per così dire, di Stato.

La WADA apre immediatamente un’inchiesta, istituendo una commissione indipendente che indaghi sulla questione. E che quindi si installa letteralmente nel laboratorio di Mosca diretto dal dottor Rodchenkov. Il quale, entrato ormai in grande intimità con Bryan Fogel, si confida spesso con lui. In principio, ride e scherza come al suo solito, convinto che tutto si risolverà in un nulla di fatto. 

Icarus: dalla Russia con terrore

Con il passare dei mesi, il dottore sembra sempre più preoccupato. Quando infine esce il rapporto della Commissione, che avvalora le tesi del documentario tedesco, Grigory Rodchenkov ha paura. Diviene presto paranoico, teme per la sua vita. Fogel, consultatosi con la produzione e gli avvocati, gli propone di venire in America. Lo scienziato accetta. La moglie e le figlie decidono invece di restare in Russia.

Arrivato sano e salvo negli USA, Rodchenkov inizia a parlare. Ha portato con sé prove per avvalorare la sua versione dei fatti. E la sua versione dei fatti è semplicemente sconvolgente. È la storia di un sistema di doping di Stato. Iniziato chissà quando, ma di sicuro massicciamente attuato per le Olimpiadi di Sochi. Il governo russo è coinvolto fino ai massimi livelli. Fino a Putin.

Per poter frodare i controlli antidoping durante un’Olimpiade, ci vuole una macchina ben congegnata e perfettamente funzionante. C’è bisogno di una perfetta multi-connivenza. Non è certo un one man job. Né un lavoro per una squadra composta dai primi che passano per strada… più o meno. Uno poi immagina che per eludere questi controlli siano necessarie sofisticate tecnologie, in bilico tra la stregoneria e Mission Impossible. Invece no. Bastava scambiare le urine positive con altre negative attraverso un buco nel muro. Incredibile e rudimentale. Strange but true.

Lo scienziato, sempre assistito da Bryan Fogel, racconta la sua versione molte volte. Ad avvocati vari, alla WADA, ad un Gran Giurì, al New York Times (Russian Insider Says State-Run Doping Fueled Olympic Gold – 12/05/2016). Scoppia uno scandalo a livello internazionale. In Russia la sua famiglia viene perseguitata. Suoi ex colleghi muoiono per improbabili infarti. Il ministro dello Sport lo usa come capro espiatorio, dandogli tutta la colpa di un sistema che paradossalmente, per funzionare, si serviva di decine di agenti dell’ex KGB (oggi FSB)… 

1984

Rodchenkov viene fatto passare per traditore e per malato mentale. In questo cruciale periodo della sua vita, prima di essere messo definitivamente sotto protezione testimoni – non potendo più sentire la sua famiglia in Russia, né tantomeno Bryan Fogel e soci – legge e rilegge il suo libro preferito: 1984 di George Orwell. “Ci incontreremo là dove non c’è tenebra.” 

Quando lo scandalo di Rodchenkov esplode, all’orizzonte ci sono le Olimpiadi di Rio. La squadra di atletica della Federazione russa era già stata bandita, dopo che la Commissione Indipendente aveva avallato le accuse del documentario tedesco. Quando anche la storia dello scienziato russo viene ritenuta assolutamente vera e credibile (rapporto McLaren), la WADA prenderà, a pochi giorni dalla cerimonia d’apertura, una decisione senza precedenti: escludere tutti gli atleti russi dalle Olimpiadi di Rio. Sentenza annullata e decisione ribaltata pochi giorni dopo dal Comitato Olimpico Internazionale. Come se niente fosse accaduto.

“Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario.” (George Orwell, 1984 – scritto nel 1949). Icarus inizia come un esperimento di tipo scientifico-divulgativo sul corpo del regista stesso (tipo Supersize Me) per denunciare la facilità con cui i controlli sportivi antidoping possono essere aggirati. Venti onesti minuti di camera a mano e qualche immagine/video di repertorio. Poi si trasforma, di punto in bianco, in un’inchiesta geopolitica thriller. La qualità di riprese e animazioni viene sensibilmente incrementata. Siamo ora più dalle parti di Citizenfour (su Edward Snowden). Parallelismo interessante, dato che Snowden viene dichiarato traditore della patria dall’NSA e lo stesso fa Putin con il dottor Rodchenkov. 

Icarus: I am Mafia!

Mentre i suoi familiari vengono umiliati e oppressi in Russia, Grigory Rodchenkov è sotto protezione testimoni in America. La sua vita è tuttora in pericolo, e probabilmente lo sarà sempre. In patria ha ideato e diretto un programma di Stato per aggirare massivamente i controlli antidoping posti in atto dalla WADA. La Russia nega fermamente di aver mai avuto un programma in tal senso, additando lo scienziato come eventuale unico responsabile.

Se questa storia fosse vera, rivelerebbe tra le altre cose quanto ancora sia attualissima la politica degli antichi romani detta ‘panem et circenses’. Dato che poco dopo le Olimpiadi invernali di Sochi nel 2014, in cui gli atleti della nazione ospitante vinsero un medagliere incredibilmente più cospicuo che nell’edizione precedente (Vancouver 2010), la Russia – forte del rinnovato consenso popolare – intraprese inaspettate? audaci? e discutibili azioni militari.

“I am mafia!” dice ad un certo punto della prima parte, come sempre ridendo e scherzando, il dottor Grigory Rodchenkov. Totalmente inconsapevole della profonda e amara contraddizione sepolta in quella battuta.

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Tags: agonismo sport e competizionedocumentarioRussia
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Livio Pacella [altrove Al Lecap o liviopacella]. Attore, autore, regista, filosofo ballerino, poeta maledetto, bohemien, da tempo impegnato nella stesura del proprio curriculum, continua a vivere, tra lo stupore generale, al di sopra dei suoi mezzi.

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