L’uomo delle castagne (in or. Kastanjemanden, in eng. The Chestnut Man) è una serie danese (Netflix, 2021-26) in due stagioni da sei episodi ciascuna, della durata di 50 minuti circa, disponibile su Netflix. Entrambe le stagioni, uscite a distanza di cinque anni l’una dall’altra – la prima è del 2021 mentre la seconda, sottotitolata Nascondino (Hide and Seek), esce nel 2026 – sono adattamenti di romanzi di Søren Sveistrup, sceneggiatore di Forbrydelsen (The Killing).
Il primo libro, L’uomo delle castagne (pubblicato in Danimarca nel 2018 e poi in Italia da Rizzoli) ha avuto un successo internazionale, non eguagliato dal secondo. Tanto che più volte è stato erroneamente affermato la seconda stagione provenire da una trama scritta ad hoc. Ad ogni modo lo stesso Sveistrup, autore anche della prima sceneggiatura, assieme a Dorte Høgh e David Sandreuter, supervisiona il seguito (scritto da Høgh e Emilie Lebech Kaae) in veste di produttore esecutivo.
Danimarca. Nel 1987, in un’isolata fattoria nell’isola di Møn, un poliziotto trova tre cadaveri. Sotto un tavolo, in cantina, si nasconde una bambina… Sugli scaffali, sempre della cantina, tanti omini fatti di fiammiferi e castagne. È l’uomo delle castagne del titolo, un innocente rituale d’autunno domestico, conosciuto in Danimarca da ogni bambino. Anche il poliziotto viene brutalmente ucciso.
Trent’anni dopo, Copenaghen. Una donna viene trovata assassinata in un parco giochi. Accanto al suo corpo, un omino fatto di fiammiferi e castagne. Su cui viene rinvenuta un’impronta digitale che riporta a Kristine Hartung, la figlia minorenne della ministra Rosa Hartung (Iben Dorner – Borgen), scomparsa misteriosamente l’anno precedente.
Gli stilemi del nordic noir
Naia Thulin (Danica Curcic – The Bridge), detective desiderosa di lasciare la sezione Omicidi per dedicare più tempo alla figlia, e Mark Hess (Mikkel Boe Følsgaard – Borgen), rimandato a Copenaghen dall’Europol per condotta indisciplinata, sono costretti a lavorare insieme al caso. Secondo uno stilema ormai diventato classico nel nordic noir, i due possiedono personalità apparentemente incompatibili e si guardano inizialmente con sospetto e reciproca diffidenza. Attraverso una scrittura paziente e raffinata, mai imprecisa o affrettata, imparano a conoscersi e a fidarsi l’uno dell’altra, fino a consolidare profondamente la propria partnership. Senza stupide romanticherie o inutili sentimentalismi. Un archetipo che negli USA, ad esempio, si è affermato proprio con la versione americana di The Killing (cui abbiamo dedicato anche un podcast).
Ovviamente, le indagini sull’omicidio della donna nel parco giochi e il caso Hartung si intrecciano. La trama de L’uomo delle castagne è però, dal punto di vista di costruzione del giallo, manchevole e difettosa in più punti. Inverosimiglianze e ingenuità di vario tipo la pervadono, ma senza intaccarne lo stile. Che è il punto forte di ogni buon thriller scandinavo. L’ambientazione, con i suoi paesaggi spogli immersi nel freddo e i suoi interni angoscianti, altrettanto glaciali. I caratteri, per lo più cupi e silenziosi; a partire dai due protagonisti, che fin da subito sembrano soffocare nei propri segreti e non detti. Il potente impatto visivo degli infantili pupazzetti che, sinistramente accompagnato da una filastrocca cantata dal coro di bambini, porta l’atmosfera dalle parti dell’horror…
Questi sono gli elementi che catturano lo spettatore, molto più dell’indagine in sé o dell’individuazione finale del surreale colpevole (soluzione razionalmente poco dignitosa). Ma, appunto, qui non è il contenuto della storia a reggere le sorti della serie. Anzi, non è che un pretesto per inscenare le atmosfere glaciali e spaventose di cui sopra.
Sociale e metafisico ne L’uomo delle castagne
A prescindere dal suo essere deludente – soprattutto quando si tratta di tirare le fila del discorso – e dal suo mettere a dura prova la sospensione dell’incredulità, vero è che de L’uomo delle castagne si potrebbe dare anche una lettura, per così dire, sociale. Un governo che dichiara fieramente di aver sradicato la violenza, attraverso un’attenta e capillare forma di assistenzialismo. Mentre quella stessa violenza, che era solo stata nascosta come polvere sotto il tappeto, esplode incontrollata. Distruggendo ogni illusione di civile convivenza. Una lettura indubbiamente lecita, anche se non innestata in profondità, nel cuore stesso del racconto. Ma che piuttosto giace inerte sulla sua superficie.
Vi è poi una seconda possibile lettura, di tipo più metafisico. In questa nuova prospettiva, gli omini di fiammiferi e castagne rappresentano l’incarnazione di un male che convive ambiguamente con noi. Per le strade e dentro le case. Nelle istituzioni come nelle famiglie. Negli ambienti che dovrebbero essere rassicuranti e che, invece, possono diventare luoghi in cui il male cova la propria progenie, anche per lungo tempo. Anche per anni o, meglio, come in questo caso, per trent’anni. Ecco allora che una lunga, elaborata e faticosa indagine può alla fine svelare ciò che fin da subito avremmo dovuto sospettare: che il male non è mai stato estraneo a noi. Anzi, è sempre stato vicino, molto vicino. Quasi fianco a fianco…
E forse quegli omini di fiammiferi e castagne non erano, non sono mai stati, la firma dell’assassino… Certo che, a forza di vederle e rivederle, queste ossessive costruzioni autunnal-infantili rischiano di – come qualcuno ha brillantemente scritto – “sconfinare nel gadget visivo”… E vabbè. Qui non si è mai detto che L’uomo delle castagne fosse un capolavoro. Anche se altrove l’hanno dichiarato in molti.
La seconda stagione: Nascondino (Hide and Seek)
La seconda – e, per ora, l’ultima – stagione della serie, sottotitolata Nascondino (Hide and Seek), apre il suo racconto nel 1992. Con le eloquenti immagini di un cuculo da poco venuto al mondo che, per sopravvivere, elimina uno a uno gli altri, gettandoli dal nido. Un gruppo di scolaretti in gita scopre un cadavere nel bosco. Ancora un incipit con la morte da una parte, e l’infanzia dall’altra.
Siamo ora nel 2025. Trentatre anni dopo gli eventi del bosco e cinque da quelli della prima stagione. Thulin – che nel frattempo è riuscita a dedicare più tempo alla figlia, ora adolescente – indaga sulla scomparsa di una donna. La donna era stalkerata da uno sconosciuto, che le aveva inviato una serie di video inquietanti. Accompagnati da un’altrettanto inquietante filastrocca per bambini sul nascondino. Altro elemento dannatamente in comune con L’uomo delle castagne. E anche qui c’è una connessione con un caso avvenuto un anno prima: l’omicidio ancora irrisolto di una diciassettenne. Per cui la madre, Marie Holst (interpretata da Sofie Gråbøl, già protagonista dell’originale The Killing), non riesce a darsi pace. Di nuovo due diversi casi che si intrecciano tra loro.
Fra Thulin e Hess, tornato a Copenaghen per motivi familiari, intuiamo esserci stata – anni prima – una relazione. Interrotta dall’improvvisa partenza di lui. Senza preavviso, of course. I due detective si ritrovano per una seconda volta costretti a lavorare assieme. E di nuovo ci sono sguardi altrove e silenzi imbarazzati. Anche se questa volta, ovviamente, per tutt’altro motivo.
Agli omini di fiammiferi e castagne subentrano in questa stagione messaggi audio, video, e tracce digitali in genere. Spostandosi dal feticcio artigianale al mondo digitale, la nuova minaccia di questo assassino seriale si fa ben più attuale e, paradossalmente, concreta, di quella di 5 anni prima.
Lo sconvolgente colpo di scena de L’uomo delle castagne S2 (achtung SPOILER)
Se, dal solo punto di vista della trama del giallo, Nascondino non è dissimile nei difetti dalla prima stagione de L’uomo delle castagne, da una prospettiva squisitamente emozionale il discorso è diverso. A metà stagione circa (terzo episodio) avviene qualcosa di sconvolgente. Qualcosa che non possiamo evitare di spoilerare. Si tratta della morte di Naia Thulin, uccisa in circostanze del tutto estranee al caso principale, davanti agli occhi di un impotente Hess. Non un colpo di scena per rianimare una trama scontata. L’insensata morte – in un certo senso quasi accidentale – della protagonista rimarca il sentimento sottile e preponderante ne L’uomo delle castagne. Quel ‘male metafisico’ che vive nascosto accanto a noi, che viene ereditato di generazione in generazione, e dal quale è impossibile difendersi.
Rimasto solo, Hess, il detective dagli occhi di diverso colore (eterocromia) nonché il personaggio più intrigante dello show, diventa ancor più cupo e nichilista. Trascinando con sé l’intera storia. In cui il senso di colpa, di perdita e di impotenza diventa l’impulso decisamente prevalente rispetto al nudo meccanismo del giallo. Gli ambienti, i colori, persino gli alberi e il cielo, tutto ora si fa più buio e disperato. Nemmeno la risoluzione finale, il disvelamento del colpevole, sarà del tutto di catartico sollievo.
Ancora una volta, si scopre che il male si era annidato dentro una di quelle istituzioni appositamente pensate e create per proteggere i più deboli, le vittime. Ancora una volta, la società fallisce nel debellare la violenza dal consorzio civile.
[FINE SPOILER]
Un male che respira tra noi invisibile e silenzioso…
Altra cosa che Nascondino ha in comune con la prima stagione è la forte presenza materna: lì era la ministra Rosa Hartung, qui Marie Holst. Donne in lutto, con un insanabile dolore che la società vorrebbe a tutti i costi normalizzare. Relegandolo in un passato da elaborare, per poi andare avanti. Ma il dolore brucia sempre, anche sotto la cenere di un’apparente normalità.
E poi c’è tutto un immaginario infantile – dagli omini di fiammiferi e castagne al nascondino, dalle filastrocche al cuculo – che viene qui simbolicamente legato alle morti più cruente. Senza mai spettacolarizzare a vuoto, in modo sensazionalistico. Il registro è invece sommessamente sotterraneo, in bilico tra il sonno della ragione che genera mostri e la psicanalisi.
Infine, lei e lui, i due detective il cui legame risplende nella labirintica oscurità che la loro indagine li costringe ad attraversare. Due anime totalmente differenti, quasi contraddittorie. Che, per sopravvivere laggiù, hanno disperatamente bisogno l’uno dell’altra. Se The Killing (Forbrydelsen) è l’antecedente più illustre, The Bridge è l’originale. La discendenza, nel nordic noir come nel crime americano, è quanto mai vasta. E forse, ormai, logorata dall’abuso.
Senza mai dimenticare il freddo fin dentro le ossa, colto da una fotografia sempre volutamente desaturata. E i boschi nebbiosi, le grigie periferie, le fattorie fatiscenti e i tristi condomini. In questi ambienti, la tensione è accompagnata dalla colonna sonora di Kristian Eidnes Andersen. Che agisce per sottrazione, non per tautologico commento. Al centro di tutto, l’irresistibile chimica attoriale fra Curcic e Følsgaard. Gesti finemente trattenuti, più che esplicite manifestazioni. Infine, rimasto solo Hess, il suo sguardo sbilanciato e la sua eterocromia metteranno a fuoco soltanto le ombre di un mondo in cui ogni forma di protezione – da un male che respira tra noi invisibile e silenzioso – non è che pura illusione.
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