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Home Mondovisioni Fumetto / Animazione

Dylan Dog, il jukebox culturale di Tiziano Sclavi

Le prime indimenticabili storie del detective dell’incubo sono un mix strepitoso di cinema horror e fantascientifico americano, letteratura anglosassone e un tocco ironico tutto italiano.

di Untimoteo
12/08/2025
in Fumetto / Animazione, Podcast
Cover di Dylan Dog podcast per Mondoserie
206
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Ascolta la puntata e iscriviti al podcast!

Dylan Dog, il jukebox culturale di Tiziano Sclavi | Fumetto

Dylan Dog, podcast | Puntata a cura di Untimoteo. 

Non è semplice spiegare per chi non ha vissuto gli anni ‘90 l’impatto cultural popolare del fumetto Dylan Dog nelle menti dei lettori italiani. Un personaggio atipico (ma neppure troppo se guardiamo alla tradizione degli antieroi a fumetti del Belpaese). Vignette zeppe di immagini raccapriccianti, delitti efferati, mostri di ogni sorta. Ma anche di momenti toccanti fin nel profondo. Narrazioni intrise di cultura classica messe a convivere con citazioni di film cult e della televisione.

Il tutto mixato con un’apparente noncuranza da un padre sfuggente e geniale, uno dei più grandi maestri del fumetto italiano: Tiziano Sclavi.

Il momento di maggior splendore di Dylan Dog, in cui vendeva regolarmente ogni mese più di mezzo milione di copie, sembra ormai alle spalle. Ciononostante, l’impianto e il personaggio reggono l’usura del tempo, anche grazie a nuovi autori e curatori di grande qualità che comunque mantengono la testata sempre tra le prime per tiratura della storica casa editrice Bonelli (quella di Tex e Martin Mystère per intenderci).

A quasi quarant’anni dalla nascita di questo strano detective siamo ad interrogarci sulle ragioni del suo fascino oscuro.

“Fumetto” è il formato del podcast di Mondoserie dedicato al mondo dei fumetti. Dai grandi classici alle opere più recenti. Italiani, orientali, occidentali.

Positivismo VS Postmoderno in Dylan Dog

Dylan Dog è figlio della cultura postmoderna soprattutto di matrice anglosassone e americana. Rifiuta i grandi ideali in nome dell’ibridazione dei linguaggi e dei generi, si compone di frammenti, si trova a suo agio tra i messaggi ambigui e cerca rifugio nell’autoironia.

Dylan è un investigatore privato che  sembra una mutuazione del più famoso detective della narrativa: Sherlock Holmes. Entrambi vivono a Londra (Baker Street 221b per il detective di Sir Arthur Conan Doyle; Craven Road 7, in onore del regista horror Wes Craven, per la creatura di Sclavi). Tutti e due hanno un aiutante – convivente: spalle che alleggeriscono i toni drammatici delle due narrazioni. Entrambi suonano con risultati discutibili uno strumento musicale: l’iconico violino di Holmes e l’altrettanto iconico clarinetto di Dylan. Infine, a loro la polizia si rivolge ogniqualvolta le indagini sembrano finire nel vuoto.

Ma Dylan non è la versione attualizzata di Sherlock Holmes, ne è la negazione. Il personaggio di Sir Arthur Conan Doyle è il figlio del positivismo: il paladino del metodo deduttivo basato su osservazioni dettagliate, analisi logica e metodo scientifico. Crede nella ragione come chiave capace di sbrogliare anche le matasse dei misteri più complessi e rifiuta di netto il misticismo e il soprannaturale.

Dylan Dog va all’esatto opposto: è l’indagatore dell’incubo, il detective dell’irrazionale a cui ti rivolgi quando nessuno ti crede, quando quello che hai vissuto va oltre ogni ragione. Ma non solo, perché a caratterizzare il postmoderna sono l’ironia, il gusto per il paradosso e la demitizzazione del sacro. Dylan Dog è sì quindi il detective dell’inconscio, dei mostri che sono più spesso dentro di noi che non fuori di noi. Ma è un detective scettico, il primo a mettere in dubbio i racconti delle proprie clienti, in genere belle giovani e disponibili.

Un jukebox che suona canzoni familiari – eppur diverse.

Tiziano Sclavi è uno scrittore che assorbe infiniti input culturali di ogni natura. E poi li rielabora in una personalissima visione che è contemporaneamente consolatoria e perturbante. Il primo ad averlo notato è il semiologo Daniele Barbieri: la scrittura dei primi 150 numeri di Dylan Dog non “cita” ma “adopera”. Come gli artisti dei tempi passati (pittori o cantastorie) ri-narravano i miti adattandoli al sentore popolare dei tempi in cui vivevano, così Sclavi prende uno schema, un topos, un elemento del passato e lo utilizza per spiegare il mondo in cui vive. 

Gli antichi avevano i racconti mitici e dell’epica guerresca. Lui ha a disposizione millenni di storie, inclusa la cultura cinematografica, la narrativa di genere, l’immaginario pop della televisione. Frutti di un immaginario collettivo che possono essere riutilizzati per descrivere i tempi successivi.

Se a una prima distratta lettura i fumetti di Dylan Dog sembrano disseminati di citazioni estratte e infilate per puro piacere dall’autore, permane una sensazione di disagio nel lettore che le riconosce. Perché chi capisce il rimando, lo ritrova trasposto in maniera differente, simile ma diverso. Dal campanello urlante preso dal cult Invito a cena con delitto, passando per un Groucho Marx che non è Groucho Marx, a Terminator in salsa hiddish e Essi Vivono come se fosse The Addiction di Abel Ferrara. E poi gli uomini in bombetta di Magritte nei boschi delle fate, i dipinti di Hieronymus Bosch che si scansano per fare spazio all’inferno burocratico di Terry Gilliam.

Un gioco al massacro che gli ha permesso di creare con il fumetto di Dylan Dog un magnifico ponte tra cultura autoriale e popolare.

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Tags: detectivefumettihorrorsoprannaturale
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Untimoteo è un appassionato delle arti cui in passato si è dedicato in maniera selvatica e naif. Spesso irriso per le sue convinzioni, ovvero che il fumetto sia una forma culturale di grande dignità e che l'informatica debba essere antropocentrica, non può definirsi un nerd. I nerd avevano bei voti a scuola. Lui no.

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