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C’è un momento preciso nella sigla d’apertura di Creature Commandos in cui tra i profili dei mostri e dei rinnegati appare, senza troppi complimenti, anche una versione cartoonesca di James Gunn. Non è un semplice cameo animato. È la dichiarazione d’intenti di un autore che si mette letteralmente in scena, suggerendo che scrivere la sceneggiatura e manovrare le marionette della pop-culture sia il suo personale e ingombrante superpotere.
Divertente, caciarona, spudoratamente sopra le righe: Creature Commandos è la prima produzione del nuovo DC Universe guidato da Gunn e dal produttore Peter Safran.
Composta da 7 episodi di circa 22-25 minuti l’uno, scritta interamente da Gunn e prodotta da DC Studios e Warner Bros. Animation, la serie ha debuttato negli Stati Uniti nel dicembre 2024 ed è disponibile in Italia su HBO Max dal gennaio 2026. Rappresenta un banco di prova cruciale per capire dove stia andando la narrazione dei cinecomic.
Oggi smontiamo l’armata dei freaks di James Gunn per capire se questo approccio provocatorio sia una mossa geniale o un lucido suicidio commerciale.
Creature Commandos: la formula Gunn e il rischio del DCU
In puro stile Gunn, Creature Commandos prende una torma di freaks sotterranei, di mostri emarginati e di autentici underdogs e li trasforma negli improbabili eroi della situazione. Ma questa serie non è un esperimento isolato o una parentesi ricreativa. Lavora in stretto e continuo dialogo con le altre tessere del mosaico DC, riprendendo eventi e personaggi del film The Suicide Squad (2021) e della prima stagione di Peacemaker, per collocarsi prima della seconda stagione di quest’ultima.
La sfida intrapresa da Gunn e Safran è titanica: dare un taglio apertamente anticonformista, sporco e scorretto all’universo cinematografico di una major storica dei comics. E dal punto di vista dell’intrattenimento puro l’esperimento è riuscito. Creature Commandos è un’opera scorrevole, trascinante, ritmata da colpi di scena ben assestati e infarcita di momenti esplicitamente “adulti” che la rendono senza ombra di dubbio un prodotto non adatto alle famiglie.
Ma è qui che sorge la grande domanda per gli addetti ai lavori: alla lunga, questa scelta non rischia di rivelarsi un’arma a doppio taglio, se non addirittura un’operazione suicida per le ambizioni commerciali della DC? Basare la ripartenza di un intero universo narrativo – destinato a competere con la macchina da guerra della Marvel – su prodotti per adulti, zeppi di gore, umorismo nero e personaggi di nicchia, è un azzardo. Sono davvero così tanti i nerd viscerali e gli appassionati di B-movie da poter sostenere i costi miliardari di un intero franchise globale?
Guerra, mostri e cuori infranti
Per comprendere la natura anarchica dell’opera, occorre guardare alla sua architettura narrativa.
In seguito ai fatti di The Suicide Squad e della prima stagione di Peacemaker, Amanda Waller si trova nell’impossibilità politica di utilizzare esseri umani per le sue missioni clandestine. Per aggirare il blocco, decide di reclutare la Task Force M: una squadra composta interamente da mostri e creature aberranti rinchiuse nelle celle più oscure del carcere di Belle Reve.
Al comando sul campo c’è Rick Flag Senior, militare segnato dal lutto, affiancato da un manipolo di freak incontrollabili: la Sposa di Frankenstein, una donna dalla forza devastante e dal passato misterioso; Dr. Phosphorus, uno scienziato trasformato in uno scheletro radioattivo perennemente incandescente; Nina Mazursky, un’anfibia sensibile e terrorizzata dal mondo; G.I. Robot, un mecha della Seconda guerra mondiale programmato per uccidere nazisti; e infine Weasel, una donnola antropomorfa apparentemente dominata dagli istinti, incapace di parlare.
La squadra viene inviata nel piccolo Stato europeo immaginario del Pokolistan per proteggere la principessa Ilana dalla maga Circe, storica nemica di Wonder Woman. Tra battaglie cruente, tradimenti politici e flashback traumatici, i membri della squadra dovranno imparare a fidarsi l’uno dell’altro per non essere spazzati via dagli eventi.
Il tema manifesto dell’intera serie sta proprio nel dimostrare con agghiacciante pragmatismo quanto si faccia presto, all’interno degli apparati di potere, a rimpiazzare una squadra di sacrificabili con un’altra ancora più reietta. Quando la Task Force X umana diventa politicamente ingombrante in seguito allo scandalo che ha coinvolto Amanda Waller, le istituzioni non smettono di mandare carne al macello. Si limitano a scendere di un gradino nella scala zoologica e morale.
Si passa dagli umani deviati ai mostri veri e propri, soggetti privi di diritti civili dei quali nessuno piangerà mai la scomparsa in caso di fallimento. Se un pedone muore, basta pescarne un altro dal fondo del barile e dargli un fucile in mano.
James Gunn: dalla Troma alla DC, il trionfo del regista-rigattiere
Per capire come si sia arrivati a questo punto, bisogna guardare brevemente alla parabola artistica di James Gunn.
Cresciuto professionalmente alla leggendaria Troma Entertainment – il tempio del cinema indipendente, dello splatter a basso costo e del cattivo gusto d’autore -, Gunn ha scalato Hollywood portando quel DNA da B-movie dentro la Marvel con Guardiani della Galassia. Fino a conquistare la vetta dei DC Studios. È la parabola di un cinefilo “bastardo” diventato re.
E l’impronta di questo regista-rigattiere è evidente in ogni singolo minuto di Creature Commandos. Gunn possiede la straordinaria capacità di prendere attori e personaggi di terzo o quarto piano dell’enciclopedia dei fumetti e iniettare nelle loro vene una linfa vitale accattivante e carismatica.
Se inizialmente la serie sembra ruotare attorno alla figura militare di Rick Flag Senior, alla distanza è la Sposa di Frankenstein a rivelarsi il personaggio più intrigante e carismatico. La sua backstory è un triangolo amoroso tra la creatura di Frankenstein, nata dall’immaginario di Mary Shelley, il suo creatore Victor Frankenstein e la Sposa stessa. Un cadavere rianimato per essere dato in moglie al mostro, ma che di lui non vuole saperne minimamente.
Di conseguenza, la sottotrama con Eric Frankenstein, doppiato in originale da David Harbour, che vaga alla ricerca della sua amata senza essere ricambiato, diventa un’esperienza al contempo tragica e comica. E la sottile linea che delimita commedia e dramma finisce per avvolgere, presto o tardi, tutti gli altri membri del gruppo.
Creature Commandos e la poetica dei freaks: il grottesco diventa umano
Pensiamo a G.I. Robot e a Weasel: sono i tipici personaggi che Gunn ama alla follia. Dei freaks comici con una storia strappalacrime alle spalle, capaci di passare dall’essere macchiette grottesche ad armi di distruzione emotiva.
O ancora al Dr. Phosphorus, doppiato da Alan Tudyk. Un personaggio ritagliato su misura per lo stile recitativo straniante, brillante e tragico di un attore straordinario. Da sempre troppo poco apprezzato dal pubblico mainstream.
In Creature Commandos il mostro deforme non è una scelta estetica di maniera. È una lente di ingrandimento spietata. Gunn usa il grottesco per raccontare la solitudine, l’alienazione e il bisogno primario di connessione umana di chi è stato rifiutato dal mondo.
Creature Commandos è un’opera piacevole pur mantenendo momenti disturbanti e scorretti. Ha la sfacciataggine felice dei B-movie di una volta – dove sangue, sesso e violenza vengono elargiti senza troppi pudori -, ma al tempo stesso possiede una strana grazia e una sensibilità verso i reietti, verso le storie spezzate e gli esseri umani, o quasi umani, che la società ha preferito rinchiudere in una cella anziché provare a capire.
James Gunn ha piazzato la sua bandiera. Resta da vedere se il grande pubblico lo seguirà dentro questa caverna incantata fatta di mostri e canzoni da balera.
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