The Bad Guy (Amazon, 2022-2024) è, assieme a pochissime altre produzioni (ad es. Bang Bang Baby) nell’italico panorama dell’ultimo decennio, un felicissimo unicum seriale. Girata tra Sicilia e Lazio (con qualche scappata in Emilia Romagna), ideata da Ludovica Rampoldi, Davide Serino e Giuseppe Stasi (alla regia insieme a Giancarlo Fontana), la serie consta di due stagioni di sei episodi (dai 45 ai 55 minuti) l’una. Il successo da noi è stato tale che The Bad Guy – tuttora naturalmente fruibile su Prime Video – approda poco dopo il debutto su Rai 2. In prima serata.
Non è per niente facile incasellare questo show in un genere. Più volte si è usato il neologismo modaiolo ‘crimedy’. Tra crime e comedy, per intenderci. Piuttosto riduttivo, a dirla tutta. L’incipit è a dir poco sconcertante. Luigi Lo Cascio, sublime protagonista, all’interno di una villa abbandonata, fatiscente e isolata – capelli lunghi, maglietta e pantaloncini – è intento ad eseguire una serie di estenuanti flessioni. Sullo sfondo risuona la trionfale Bandiera Bianca di Battiato. Un’esplosione sovrasta improvvisamente il brano.
Un grido. Fuori, una mina ha fatto saltare in aria il piede ad un agente del ROS. C’è un intero reparto, armi spianate, che circonda la vecchia residenza costiera in questione.
La comandante intima ad un tale “Balduccio Remora” di uscire entro dieci secondi, mani in alto. Lui invece si siede a tavola, dove si serve di ricci di mare – già aperti e pronti all’uso – involontariamente speziati dai calcinacci…
Da Nino Scotellaro a Balduccio Remora
Ed ecco la voce di Lo Cascio cominciare a raccontare… Lui in realtà si chiama Nino Scotellaro, per tanti anni magistrato che ha durissimamente lottato contro Cosa Nostra. Quella fuori, alla guida del reparto d’élite dell’Arma dei Carabinieri, è sua sorella (Selene Caramazza). Diversi anni prima viene processato e ingiustamente condannato per collusione con la Mafia, incastrato da colui a cui aveva fino ad allora passato la vita a dare la caccia. Mariano Suro (Antonio Catania), il boss dei boss. Mandante di oltre duecento omicidi – tra cui quello del giudice Bray, padre di Luvi (Claudia Pandolfi at her best), brillante avvocato. Nonché moglie dello stesso Nino.
Suro è particolarmente inviso al capo del clan rivale Salvatore Tracina (Vincenzo Pirrotta). Il nemico del mio nemico è mio amico. Sarà proprio a lui che Nino Scotellaro, approfittando di un insperato colpo di fortuna che gli permette di evadere e farsi credere morto, si rivolgerà per trasformarsi in “Balduccio Remora”. Un lontano parente del clan mafioso Tracina, vissuto per tantissimi anni in Sud America, e ritornato ora in occasione di un battesimo.
L’ex magistrato sceglie di diventare il suo doppio oscuro: il mafioso, The Bad Guy. Lo scopo, comune tanto a Scotellaro quanto a Tracina è vendicarsi una volta per tutte di Suro. Facendolo arrestare, o addirittura uccidendolo chissà… Perché, come verrà chiarito più avanti: “i magistrati non uccidono i mafiosi, li fanno arrestare”. Ma il punto è: Nino Scotellaro, alla fine del suo viaggio come Balduccio Remora, sarà ancora un magistrato?
The Bad Guy e la fragilissima realtà del ponte di Messina
Qui è necessaria una breve incursione narrativa: l’insperato colpo di fortuna di cui sopra – quello che permette tale metamorfosi – è infatti l’improvviso crollo del ponte di Messina, su cui stava transitando il furgone che trasportava il prigioniero. Ovvero: in questa serie siamo in un paese che è e non è esattamente il nostro.
La piccola variante ucronica del Ponte sullo Stretto, da decenni nostro utopico e delirante tormentone politico-infrastrutturale, qui reso realtà solo per farlo fin da subito miseramente crollare, è importante e significativa sotto diversi aspetti. Simbolo della cornucopia appaltistica su cui il malaffare meridionale (meridionale ormai per così dire, che l’Unità d’Italia da questo punto di vista pare da tempo bella che compiuta!) non vedrebbe l’ora di mettere le mani. In The Bad Guy diviene il surreale percorso drammaturgico (che non s’ha da fare) che permette al protagonista letteralmente di scomparire. Per poi oscuramente rinascere.
Il fu Mattia Pascal. Breaking Bad. Ovviamente, nessuno di questi racconti, anche se spesso citati, è un diretto riferimento. Non ‘tutti e nessuno’. Semplicemente: nessuno. Anyway, il burbero magistrato Scotellaro, uomo tutto d’un pezzo, crolla e si spezza assieme al ponte. Da servitore dello Stato divenendo eminenza criminale. Tutto ciò che ha sempre combattuto. E se, in guerra, devi prima conoscere il tuo nemico, allora Nino Scotellaro è perfetto per affrontare il boss dei boss. E anche per incarnare Balduccio Remora, il cugino che viene dal Sud America…
Lo sfasamento e una vita vissuta a metà
Questo sfasamento tra maschera e soggetto, tra individuo e ruolo sociale (talvolta anche istituzionale) è evidente in tutti i personaggi, come in buona parte dei dialoghi, delle situazioni ecc… Dietro un pacchiano parco acquatico si cela un covo del crimine organizzato. L’imbarazzante video musicale che pubblicizza il suddetto ‘Wowter World’ è realizzato ed eseguito da Colapesce e Dimartino (sic). Un ex boss è ora uno chef stellato. Lo Stato Maggiore dell’Esercito è platealmente impegnato in una partita a Risiko con il piccolo del Ministro dell’Interno…
La felicissima scrittura di Rampoldi, Serino e Stasi mescola il grottesco allo stile gangsteristico, spesso con soluzioni originali e inaspettate che, per quanto possano virare verso lo humor noir, non dimenticano mai il ritmo e la suspense propri di un thriller crime.
Colapesce, poi, si diceva poco fa. Che è anche il nome del mitico giovane della leggenda siciliana condannato, per amore del mare, a vivere mezzo uomo e mezzo pesce. A vivere diviso tra due nature. Una chiave con cui decifrare molti personaggi dello show, inquadrati nel loro varcare la soglia fra bene e male, giustizia e criminalità, onestà e corruzione. In un dualismo che attraversa in primis l’evoluzione dello stesso protagonista. Che, calatosi nei panni di capoclan, ci si trova immediatamente a proprio agio. Ne usa i codici, l’astuzia, la strategia appresa da magistrato. Che Nino ha studiato per una vita. Quando era dall’altra parte della barricata.
Una vita, per così dire, vissuta sempre a metà. Con un naso che non voleva saperne di farlo respirare. Conducendo ossessive battaglie contro un esercito di mulini a vento. Dato che, ogni volta che si trovava vicino alla cattura di Suro, qualcosa chissà perché faceva sempre sfumare l’operazione…
La seconda stagione di The Bad Guy
Ora, però, nei panni di Balduccio Remora, respira finalmente benissimo (merito della chirurgia estetica). E i suoi piani sembrano andare maledettamente a buon fine. Vi è una fragile e costante ambiguità di fondo, che renderà sempre più sfumato non solo il protagonista, non solo tutti personaggi della storia, ma – soprattutto nella seconda stagione – lo stesso rapporto tra Stato e mafia, criminalità e giustizia.
Una seconda stagione più thriller e un po’ meno comedy. In cui il motore narrativo diventa il leggendario archivio di Mariano Suro, in cui ci sono le prove della trattativa tra Stato e mafia. Un oggetto tanto desiderato quanto temuto da ogni fazione in campo, bomba a orologeria pronta a far saltare tutti gli equilibri.
Entrano in azione gli uomini dello Stato: il ministro della Giustizia Francesco Maria Marmora (Bebo Storti) e il generale dei ROS Ferruccio Zigrino (Gianfelice Imparato). Soprattutto, entra vigorosamente in scena Stefano Accorsi, nei panni di Stefano Testanuda, glaciale agente dei servizi segreti dalle manie ossessivo-compulsive. Calatosi di notte da un elicottero in stile hollywoodiano, il suo arrivo è una strizzata d’occhio che non smette di ricordare la natura fondamentalmente ambigua dell’estetica e dei contenuti di The Bad Guy.
Come Il conte di Montecristo di Dumas, divertitamente segnalato dagli autori come ispirazione per la seconda stagione. Le innumerevoli pagine del romanzo, risaputamente pieno di sotterfugi e diramazioni, servono invece in questa trama come insolito mezzo usato per depistare la procura. Non a caso gli stessi registi hanno raccontato di essersi rivisti vecchi episodi dei Simpson nelle pause di lavorazione, ad ammissione di una libertà citazionista quasi cartoonesca, mai fine a se stessa.
Un sano e sovversivo godimento (ce ne fossero…)
Nonostante la serie – targata Prime come Bang Bang Baby – condivida con quest’ultima una rigorosa estetica tra il caricaturale e l’allucinato, se ne distingue per un approccio meno ossessionato dalla ricerca di eleganza visiva talvolta fine a se stessa. In The Bad Guy il ridicolo è accostato al dramma, senza soluzione di continuità. Proprio per la natura stessa della storia che racconta.
Il registro grottesco di questo show, che permette di toccare temi pesantissimi senza mai scivolare nella retorica, dalla corruzione endemica delle istituzioni alla trattativa Stato mafia, è quanto di più lontano si possa immaginare dalla compunta serietà con cui l’italico piccolo schermo ha trattato finora il tema in questione, da La Piovra in avanti.
Alla fine di questa spassosissima tragedia resta la sensazione di aver assistito a un piccolo miracolo di equilibrismo. Qualcosa che nella serialità italiana aveva, a nostro parere (che immagino stupirà non pochi), avuto origine nell’ormai lontano 2007, con lo straordinario Boris. Qualcosa in cui riuscire a far convivere originalità stilistica, critica sociale e – last but not least – un sano e sovversivo godimento.
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