Ascolta la puntata integrale del podcast.
The Mentalist, podcast | Puntata a cura di Jacopo Bulgarini d’Elci e Livio Pacella.
Di The Mentalist abbiamo già parlato diffusamente in questo articolo lungo pubblicato su Mondoserie: qui nel podcast ne discutiamo a due voci. Perché il cuore della serie è semplice da isolare: The Mentalist è un procedural spesso ripetitivo, talvolta ingenuo, non di rado persino mediocre. E tuttavia funziona. O meglio: continua a funzionare quasi interamente grazie a un personaggio riuscitissimo. Patrick Jane da solo tiene in piedi (più o meno) tutto il castello.
La serie vive costantemente su due registri. Da un lato il classico “caso della settimana”, con la sua leggerezza generalista, la sua formula rassicurante, i suoi rituali. Dall’altro la lunga caccia a John il Rosso, grande motore orizzontale che per molte stagioni alimenta l’attesa e la curiosità. Ma anche qui il vero baricentro non è tanto il mistero in sé, quanto il rapporto che Jane intrattiene con quel mistero. Vuole giustizia, oppure solo vendetta?
Ed è qui che la serie trova la sua ragion d’essere. Jane risolve i casi non come uno Sherlock Holmes televisivo (deduttivamente, o scientificamente) ma come un illusionista, un manipolatore, un uomo che capisce le persone prima ancora dei crimini. Legge ego, paura, vanità, desideri. Intuisce le crepe umane, e le usa.
“2 voci, 1 serie”: dialoghi sulle cose che ci piacciono, o ci interessano, nel podcast di Mondoserie.
Cos’è The Mentalist: struttura, premessa, sviluppo
Andata in onda sulla CBS tra il 2008 e il 2015, per 7 stagioni e 151 episodi, The Mentalist è creata da Bruno Heller (Rome, Gotham), autore abile nel costruire personaggi interessanti (più che perfetti meccanismi narrativi). Il protagonista assoluto è Simon Baker, che nei panni di Patrick Jane costruisce una figura indubbiamente carismatica della tv generalista di quegli anni.
La premessa è intrigante. Patrick Jane era un celebre (finto, ovviamente) sensitivo televisivo, specializzato nello sfruttare il bisogno altrui di credere. Dopo aver provocato pubblicamente il serial killer John il Rosso, ne subisce la vendetta più atroce: l’assassinio della moglie e della figlia. Da quel momento collabora con il California Bureau of Investigation come consulente. Non è un poliziotto, non è un detective classico, e soprattutto non è un uomo pacificato. È uno che vive dentro il proprio senso di colpa e dentro la propria ossessione.
Le prime stagioni di The Mentalist, come discutiamo nel podcast, sono le più riuscite: la formula episodica è leggera, Jane è irresistibile, la trama di John il Rosso resta sullo sfondo quel tanto che basta per alimentare tensione. Poi però la mitologia del killer cresce (anche troppo), il disvelamento dell’identità viene rimandata a lungo, l’attesa si carica oltre misura. Quando infine la vicenda si chiude, oltre a deludere le ormai eccessive attese, la serie perde inevitabilmente il suo centro dinamico.
Mentalismo, inganno, bisogno di credere
L’aspetto più interessante di The Mentalist – alla fine nel podcast conveniamo almeno su questo – è il suo gioco costante con il tema del credere. Jane è un impostore, o meglio è stato un impostore. Ha costruito il proprio successo fingendo poteri che non possedeva. Eppure la serie mostra continuamente quanto le persone desiderino credere: nei sensitivi, nelle superstizioni, nelle scorciatoie magiche, in qualcuno che sappia dare un ordine al caos. Jane combatte quel bisogno, lo smaschera, lo deride. Ma ne è stato anche parte. E questa ambiguità è il nucleo del suo fascino.
Per questo Patrick Jane non assomiglia davvero ai detective classici. È più un prestigiatore, un truffatore, uno psicologo empirico. Domina la scena soprattutto perché sa toccare i nervi scoperti delle persone. La sua intelligenza è teatrale, manipolatoria, affilata. E anche quando la serie gira a vuoto, o si accontenta del compitino, lui continua a brillare.
Quanto a John il Rosso, il suo problema è tipico delle grandi mitologie seriali. Finché resta invisibile funziona benissimo, quando bisogna finalmente dargli un volto e una soluzione il rischio di deludere è enorme. Ed è quello che qui accade. Ma forse non è neppure il punto decisivo. Perché The Mentalist, alla fine, non resta nel ricordo per la perfezione dei suoi intrecci. Resta per la qualità del suo protagonista. Una serie piena di limiti, sì. Ma capace, attraverso Patrick Jane, di rendere quei limiti quasi trascurabili (quasi).
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