Possiamo discutere quanto volete sul rapporto tra questa nuova Carrie seriale, il film di Brian De Palma, il libro di Stephen King. Lo faremo nei prossimi capitoli. Possiamo domandarci se sia il miglior lavoro di Mike Flanagan (non lo è). Possiamo anche litigare sulla statura del regista americano, che per noi resta elevata, come abbiamo già scritto tante volte (qui il nostro speciale a lui dedicato).
Ma fatemi iniziare dicendo un’altra cosa.
Quello che lascia sconcertati di questa nuova versione, l’ennesimo adattamento del primo romanzo di Stephen King, è il livello di dolore, violenza, brutalità, tristezza e ansia in cui vive questo microcosmo di ragazzi, studenti, professori. Riflesso perfetto tanto della piccola comunità in cui la vicenda ha luogo, una cittadina del Maine, quanto della società americana. E forse non solo americana.
Perché siamo abituati a pensare che l’età della giovinezza, della scuola, degli studi sia l’età dei primi amori. Della curiosità. Della scoperta delle cose che ci piacciono e di quelle che non ci piacciono. Dei primi conflitti, certo: ma in una dimensione che vogliamo ancora pensare di entusiasmo. Proprio nel senso etimologico: “posseduti da un dio”.
E invece la scuola e il mondo dell’adolescenza dipinti da Flanagan in questo coraggioso, intelligente (e bello) adattamento sono qualcosa di completamente diverso. Una sorta di anticamera dell’inferno, se non già un inferno vero e proprio. Un luogo in cui persino la distanza – il conflitto – tra ragazzi e adulti non funziona più secondo una differenza valoriale, morale, di orizzonte.
Perché sembrano tutti impastati della stessa materia. E non la materia, per parafrasare Shakespeare, di cui sono fatti i sogni. Ma la materia di cui sono fatti gli incubi.
Carrie: cos’è, e cosa racconta la miniserie
Carrie è una miniserie americana in 8 episodi, uscita su Prime Video a ottobre 2026, sviluppata da Mike Flanagan a partire dal romanzo omonimo pubblicato da Stephen King nel 1974. È il primo adattamento televisivo seriale del libro, dopo il film di Brian De Palma del 1976, il remake televisivo del 2002 e quello cinematografico del 2013 (versioni di cui parliamo meglio dopo).
Flanagan è showrunner, produttore esecutivo e regista di 4 degli 8 episodi della miniserie, compresi i primi due e gli ultimi due: scelta significativa, perché gli permette di controllare direttamente sia l’ingresso nel mondo di Carrie sia la sua deflagrazione conclusiva. Sul piano della scrittura firma invece due episodi, il primo e l’ultimo, lasciando gli altri a un gruppo di sceneggiatori e registi che lavorano comunque dentro una struttura fortemente flanaganiana (e coinvolgendo nomi della sua crew abituale).
Lo si vede anche dal cast. Accanto a Summer H. Howell, sorprendente protagonista nel ruolo di Carrie White, e a Samantha Sloyan, splendida Margaret White, ritroviamo diversi volti cari all’universo di Flanagan: Kate Siegel, Rahul Kohli, Michael Trucco, Crystal Balint. Non è solo una questione di fedeltà professionale. Flanagan lavora spesso come un regista teatrale con la propria compagnia: richiama attori, ne sposta funzioni, ne usa il volto come memoria interna del proprio cinema.
La trama, nel suo nucleo, è quella che conosciamo. Carrie arriva a scuola, diventa bersaglio di un bullismo feroce, scopre i propri poteri telecinetici, viene umiliata, esplode. Ma Flanagan allarga il racconto, lo attualizza, lo sporca di presente. Il dileggio collettivo della prima mestruazione nello spogliatoio femminile si trasforma: telefonini che registrano, condivisione social, persecuzione digitale, guerra sociale.
Non rifà Carrie. Si chiede cosa significhi Carrie oggi.
Da King a De Palma: un franchise più ricco del previsto
Facciamo quindi un po’ di storia. Carrie è il romanzo d’esordio di Stephen King. Esce nel 1974 e diventa rapidamente il primo grande successo dello scrittore, anche grazie a una storia ormai leggendaria: King, poco convinto dal materiale, aveva abbandonato il progetto; fu la moglie Tabitha a recuperarlo, a incoraggiarlo, a spingerlo a completare quella vicenda di adolescenza, umiliazione, fanatismo religioso e poteri distruttivi.
Due anni dopo arriva il film di Brian De Palma. Carrie – Lo sguardo di Satana è uno degli adattamenti kinghiani più celebri e riusciti: Sissy Spacek diventa icona immediata, Piper Laurie trasforma Margaret White in una figura terrificante, e la scena del ballo scolastico entra nella storia del cinema horror.
Da lì, però, nasce un piccolo franchise più ricco e bizzarro di quanto si ricordi. Nel 1999 arriva Carrie 2 – La furia, sequel certamemente trascurabile, che prova a spostare il tema su un’altra ragazza dotata di poteri telecinetici. Nel 2002 viene realizzato un adattamento televisivo con Angela Bettis. E nel 2013 Kimberly Peirce firma il trascurabile remake cinematografico con Chloë Grace Moretz e Julianne Moore.
E poi c’è il musical! Sì, il musical di Carrie (vedete il video sotto per credere). Debutta a Broadway nel 1988, dopo anni di lavorazione e costi enormi, e diventa uno dei flop più clamorosi della storia del teatro musicale americano: poche repliche, recensioni feroci, instant cult.
Tutto questo per dire che Carrie non è solo un romanzo breve diventato film mitologico. È una storia che continua a tornare. Forse perché, sotto il sangue e la telecinesi, racconta qualcosa che ogni epoca riconosce subito: l’umiliazione dei fragili da parte dei forti. E il desiderio di vendetta.
Perché Flanagan doveva rifare Carrie
C’era davvero bisogno di una nuova versione di Carrie, storia già raccontata tante volte? E per di più dopo un adattamento amato tanto dal pubblico quanto dalla critica come quello di Brian De Palma? È un dubbio che ha avuto anche Flanagan. E giustamente. Perché rifarlo senza una ragione forte sarebbe stato solo esercizio di stile – o un’azione di sfruttamento del marchio.
Flanagan, però, non è un mestierante chiamato a lucidare un classico. È un autore che da anni lavora sul rapporto tra horror, trauma, memoria, famiglia, colpa, fede, fanatismo. Lo abbiamo visto in The Haunting of Hill House e The Haunting of Bly Manor, dove il gotico diventa una macchina per raccontare ferite familiari e abissi della mente. Lo abbiamo ritrovato in Midnight Mass, splendida meditazione sulla fede e sulla follia religiosa. E ancora nel suo capolavoro, La caduta della casa degli Usher, dove Poe viene riletto in una macabra satira sul cuore nero del capitalismo.
Con King, poi, il rapporto è antico: sono suoi gli adattamenti de Il gioco di Gerald, Doctor Sleep, La vita di Chuck. E presto, se tutto andrà come sembra, l’impresa titanica della Torre Nera: la lunga saga fantasy che Flanagan mira a tradurre in serie (c’è anche un easter egg nel primissimo episodio del nostro show).
Dentro questo percorso, Carrie non è un corpo estraneo. È quasi una destinazione naturale. Una ragazza chiusa in una famiglia-prigione. Una madre religiosa, spaventata, mostruosa e insieme sinceramente convinta di proteggere la figlia. Una comunità scolastica che diventa tribunale, arena, gogna pubblica. Un dolore privato che esplode in catastrofe collettiva.
Flanagan aveva messo solo una condizione: non rifare Carrie, ma rifondarla. Prendere la struttura che conosciamo e attraversarla con lo spirito del tempo. Non aggiornare i vestiti, i telefoni, le musiche. Aggiornare l’orrore.
Le differenze tra romanzo e serie
Ed è quindi non per capriccio ma per necessità che la miniserie di Flanagan cambia parecchio rispetto al romanzo.
La differenza più evidente riguarda l’ampiezza. Otto episodi permettono alla storia di uscire dal rapporto claustrofobico tra Carrie, Margaret e i persecutori scolastici. Il mondo si allarga. La scuola diventa comunità. Gli adulti pesano di più. I ragazzi non sono solo funzioni narrative. Persino i personaggi tradizionalmente più odiosi vengono complicati.
Margaret White, per esempio, resta una fanatica. Resta una madre che distrugge la figlia mentre pensa di salvarla. Ma è anche più ricca, sfumata, dolorosa. Tiene sinceramente a Carrie. La ama in modo malato, possessivo, soffocante, ma non puramente sadico. Ed è disposta a scendere, letteralmente, nell’inferno dei social media, nel fango della discussione pubblica e politica, per proteggerla. E qui la scelta di Samantha Sloyan come interprete è davvero perfetta, dopo Midnight Mass, dove era già stata una delle figure più memorabili dell’orrore religioso flanaganiano.
Anche Chris, la ragazza sociopatica che prende di mira Carrie e contribuisce a farne deflagrare poteri e rabbia, esce arricchita. Non giustificata, questo no. Ma resa più comprensibile. La serie le dà una storia, una ferita, una forma di disperazione. In modo perverso e orrendo, è anch’essa una vittima.
In molti, poi, hanno protestato per le differenze nel finale (che Flanagan stia preparando una prosecuzione?) e persino nella caratterizzazione della protagonista. Ma bisogna rendersi conto che la differenza più importante, qui, è d’approccio. Nel romanzo e nel film di De Palma prevaleva l’horror soprannaturale: era la tragedia di una ragazza perseguitata fino all’esplosione. Qui siamo dentro un dramma transgenerazionale profondamente calato nella realtà americana contemporanea. La provincia non è più scudo dalle aberrazioni del tempo. Ne è anzi il perfetto laboratorio di incubazione.
Carrie nell’America di Trump: bulli, social, tribalizzazione
L’America della Carrie di Flanagan non è quella della Carrie di King o di De Palma. È l’America di Trump. Del MAGA. Della follia devastatrice e incendiaria delle culture wars. Del post-truth. Della tribalizzazione estrema di ogni posizione e di ogni cosa. E prima ancora è l’America del bullismo elevato a sistema.
Il bullismo c’era già nella storia originale, ovviamente. Non è certo un’invenzione dei nostri tempi. Ma lo è la radicalità, la mostruosa spietatezza, la sistematicità con cui questo fenomeno è cresciuto in alleanza devastante con la società dei social media: telefoni, videocamere ovunque, dirette, streaming, like, commenti, persecuzioni, pubblica gogna.
La scena dello spogliatoio, che era già terribile in King e De Palma, qui diventa intollerabile. Carrie ha per la prima volta le mestruazioni, non sa cosa siano, si vede sanguinare, si dispera. Le altre urlano e filmano. Filmano e urlano. Poi fanno girare il video, lo pubblicano, lo trasformano in evento. Nasce un canale social per prenderla di mira, ma quello stesso spazio diventa poi strumento di vendetta, punizione, emancipazione perversa verso decine di altri. Studenti, docenti.
Non solo. Attorno alla guerra tra ragazze si formano fazioni opposte. Il tentativo della scuola di pacificare il conflitto attraverso il dialogo si trasforma in rivolta e distruzione: con i ragazzi perbene di una normalissima scuola che invocano la morte di una di loro e poi cercano, letteralmente, di lapidarla.
È l’America del “bully-in-chief” Donald J. Trump e della sua corte di sicofanti. Del dileggio feroce come linguaggio politico. Dell’umiliazione come forma di intrattenimento. Della violenza verbale che prepara il terreno alla violenza fisica.
Carrie, oggi, non poteva che passare da qui. Dalla scuola come microcosmo di una società che ha trasformato ogni conflitto in guerra tribale.
La rabbia femminile: pubertà, trauma, superpoteri
Facciamo una divagazione, però utile. Carrie White è una delle grandi figure originarie della rabbia femminile nella cultura pop contemporanea. Una ragazza repressa, umiliata, terrorizzata, derisa. Una ragazza a cui il corpo accade come trauma: la pubertà, il sangue, la vergogna. E insieme a quel trauma arriva il potere.
Questa connessione tra adolescenza, violenza subita, corpo femminile e facoltà straordinarie è diventata negli anni un vero filone. In Giovani streghe (1996), il potere magico nasce dal disagio, dall’esclusione, dal risentimento di ragazze che trovano nella stregoneria una forma di comunità e vendetta. Jennifer’s Body (2009) mescola liberazione, sessualità, empowerment e poteri demoniaci. In Thelma (2017), il desiderio represso di una giovane donna cresciuta dentro un ambiente religioso produce manifestazioni psichiche incontrollabili. In I Am Not Okay With This (2020), la rabbia adolescenziale diventa forza telecinetica, mentre il trauma si trasforma in esplosione. E poi, naturalmente, Stranger Things (2016-2025), dove Eleven è bambina-cavia, figlia della violenza istituzionale, creatura fragile e potentissima.
Ci sono anche parentele interne allo stesso universo letterario di King: Firestarter, per esempio, con una bambina dotata di poteri pirocinetici, inseguita da chi vorrebbe usarla come arma.
Ma Carrie resta più tragica di molte sue eredi. Perché la rabbia di Carrie non è “giusta” in senso lineare. È comprensibile, sì. È prodotta dalla violenza degli altri, certo. Ma quando esplode travolge anche innocenti, confonde vendetta e liberazione, brucia il mondo invece di trasformarlo. Flanagan lo capisce bene. Per questo la sua Carrie non è solo la storia di una ragazza che si vendica. È la storia di una comunità che produce la propria catastrofe. Tutti partecipano, in modi diversi. Tutti guardano. Tutti tacciono. Tutti filmano. Tutti si schierano.
La tragedia non è più solo individuale. È collettiva.
La Carrie di Flanagan: attuale, complessa, necessaria
E allora, alla fine, com’è questa nuova Carrie firmata da Mike Flanagan? In una sola parola: necessaria.
Perché non è soltanto un adattamento, un ammodernamento, il rinverdimento di un’opera che ha ormai più di mezzo secolo di vita e tante versioni differenti alle spalle. È qualcosa di più. Proprio come succede con i classici, che sono tali per la loro capacità di continuare a vibrare in tempi diversi, anche molto lontani dal loro punto d’origine, così questa storia di rabbia femminile, violenza, crescita e (a modo suo) emancipazione aveva bisogno, per cogliere fino in fondo lo spirito del nostro tempo, di andare oltre certi aspetti della trama di partenza. Persino di tradirli.
Era importante, per Flanagan, compiere un’operazione che non giustificasse soltanto il ritorno a un’opera di King già più volte portata sullo schermo, ma anche il passarci così tanto tempo. Otto episodi che a tratti possono sembrare troppi, e qualche volta un poco lenti, ma che servono a farci capire una cosa: il cuore della storia è cambiato.
Non più, e non soltanto, la storia di Carrie la ragazza. Ma la storia del nostro mondo e del nostro tempo. Di comunità che sembrano ormai incapaci di pensarsi e viversi come tali. Di un mondo abbrutito, illividito, rappreso in un sentimento di rancore apparentemente senza fine. Incapace di voler bene. E capace invece di pervertire, ammorbare, bruciare anche quella giovinezza che ci illudevamo potesse essere l’età dell’innocenza.
La parabola di questa nuova Carrie, che arriva a scuola con gli occhi grandi pieni di meraviglia, curiosità e desiderio, e che ne esce coperta di sangue e circondata dalle fiamme, è uno degli specchi più cupi, ma purtroppo veritieri, del nostro tempo.
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