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Alias: spie, complotti e profezie all’alba della tv complessa

La serie di J.J. Abrams con Jennifer Garner compie 25 anni. Tra azione, fantascienza ed esoterismo, fu un laboratorio pop della televisione contemporanea

di Jacopo Bulgarini d'Elci
07/06/2026
in Articoli, In primo piano
Cover di Alias per Mondoserie
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Vent’anni fa, il 22 maggio 2006, andava in onda negli Stati Uniti l’ultima puntata di Alias. A settembre saranno invece passati 25 anni dal debutto: era il 30 settembre 2001, appena diciannove giorni dopo l’attentato alle Torri Gemelle. Una collocazione temporale significativa, anche se del tutto casuale: quando il mondo entrava bruscamente in una nuova epoca, la televisione americana cominciava a cambiare forma.

Alias si trova esattamente lì. In una terra di confine. È ancora, per molti versi, un telefilm tradizionale: una protagonista riconoscibile, una nuova missione in ogni puntata, un cattivo da affrontare, una crisi da risolvere. Ma è già qualcosa di diverso. Un racconto orizzontale, pieno di segreti e indizi, capace di accumulare misteri e tradimenti nel corso delle stagioni. Un mosaico narrativo in cui ogni tessera promette di rivelare un frammento di un disegno assai più grande.

Creata da un giovane J.J. Abrams, prima di Lost e Fringe, Alias mescola spionaggio, azione, melodramma familiare, fantascienza, paranoia complottista e persino misticismo esoterico. Attinge all’esotismo di 007 e all’inquietudine di X-Files. Insegue la nuova adrenalina televisiva che, nelle stesse settimane, avrebbe trovato un’altra forma in 24. E lo fa con un gusto spudorato per l’accumulo, la metamorfosi, l’eccesso.

Il risultato non è sempre equilibrato. Spesso, anzi, la credibilità del racconto si affanna vistosamente. Ma proprio nelle sue esagerazioni Alias appare oggi come un interessante reperto di un passato che stava diventando rapidamente futuro. Una serie imperfetta, barocca, forsennata. E sorprendentemente profetica.

Alias in breve: cinque stagioni, 105 episodi e un piccolo culto pop

Creata da J.J. Abrams e prodotta da Touchstone Television e Bad Robot, Alias è andata in onda negli Stati Uniti su ABC dal 2001 al 2006: 5 stagioni, 105 episodi, quasi tutti della durata di 42-45 minuti. Oggi è disponibile in Italia su Disney+.

Al centro della storia è Sydney Bristow, interpretata da Jennifer Garner: studentessa universitaria, agente segreto, doppiogiochista. Attorno a lei ruota un cast particolarmente ricco. Victor Garber è Jack Bristow, il padre algido e apparentemente distante. Ron Rifkin interpreta Arvin Sloane, capo dell’agenzia SD-6 e poi figura sempre più ambigua. Michael Vartan è Michael Vaughn, l’agente della CIA che diventa il referente operativo e sentimentale di Sydney. Carl Lumbly e Kevin Weisman vestono i panni di Marcus Dixon e Marshall Flinkman, colleghi progressivamente risucchiati in una trama sempre più vasta. E tra i personaggi principali delle prime stagioni c’è anche un giovanissimo Bradley Cooper, nei panni del giornalista Will Tippin.

La serie ottenne ottimi riscontri critici, senza mai conquistare davvero un pubblico di massa. Piuttosto, sviluppò una comunità appassionata e fedele. Jennifer Garner vinse il Golden Globe nel 2002 e ricevette quattro candidature consecutive agli Emmy come migliore attrice protagonista. Alias ottenne complessivamente quattro Emmy, premiando anche il lavoro sui costumi, il trucco, le acconciature, la fotografia e la regia.

Non si tratta di dettagli secondari. La natura della serie emerge già da qui: dalla confezione visiva, dalla velocità, dai continui travestimenti, dal gusto per la trasformazione. In Alias, l’identità è una costruzione provvisoria, instabile, sempre sul punto di essere smascherata.

Nel corso delle sue cinque stagioni, Alias ha ospitato numerose guest star di primo piano, a conferma della popolarità raggiunta dalla serie e del suo status nella televisione dei primi anni Duemila. Tra i nomi più celebri: Quentin Tarantino, Roger Moore, Ethan Hawke, Ricky Gervais, Christian Slater, David Carradine, Faye Dunaway, Rutger Hauer, David Cronenberg, Djimon Hounsou, Justin Theroux, Danny Trejo e Jason Segel.

Di cosa parla Alias: Sydney Bristow e il peccato originale di SD-6

Sydney Bristow è ancora una studentessa quando viene reclutata da quella che ritiene essere una sezione segreta della CIA: SD-6. Accetta la proposta, riceve un addestramento, diventa un agente operativo. Conduce così una doppia vita. Frequenta l’università, coltiva amicizie, progetta il futuro con il fidanzato Danny. E contemporaneamente viaggia per il mondo, assume identità fittizie, prende parte a missioni rischiose.

Quando decide di confidare a Danny il proprio segreto, la conseguenza è immediata e terribile: il ragazzo viene assassinato. Sydney comprende che SD-6 non è affatto una branca occulta della CIA, ma una cellula dell’Alleanza dei Dodici, organizzazione criminale e terroristica nemica degli Stati Uniti. Nel momento in cui prova ad abbandonare l’agenzia, rischia di essere eliminata a sua volta. A salvarla è il padre Jack, fino a quel momento poco più che un estraneo. Il quale le rivela di essere anche lui un agente di SD-6. Ma sotto copertura: un doppiogiochista al servizio della vera CIA.

Siamo ancora nel primo episodio. E già la trama ha compiuto una quantità quasi indecente di giravolte. Sydney decide di offrire i propri servizi alla CIA e di restare dentro SD-6 per distruggerla dall’interno. Diventa quindi una doppia agente: anzi, per certi versi, una tripla agente. Perché deve ingannare i propri nemici, nascondere la verità agli amici, mantenere un rapporto apparentemente normale con colleghi che ignorano di lavorare per un’organizzazione terroristica.

La protagonista resta il baricentro morale del racconto. Ma il mondo attorno a lei è mobile. Nessuno è esattamente ciò che sembra. E nessuna verità è definitiva.

Alias e la nascita della nuova serialità televisiva

Per comprendere l’importanza di Alias, bisogna tornare al momento storico in cui nasce. All’inizio del nuovo millennio, la televisione generalista americana sta attraversando una trasformazione profonda. La tradizionale struttura verticale del telefilm – ogni puntata una vicenda sostanzialmente autonoma – comincia a lasciare spazio a una serialità più complessa. Le storie si allungano. Gli archi narrativi si sviluppano per intere stagioni. I personaggi cambiano, i misteri si accumulano, le conseguenze non vengono cancellate alla fine dell’episodio.

Alias incrocia le due forme. Ogni puntata propone una missione: infiltrarsi in una base, recuperare un oggetto, fermare un traffico, sottrarre un documento, liberare un ostaggio. Ci sono nuovi Paesi da attraversare, nuovi nemici, nuovi look, nuovi gadget. In questo senso, la serie conserva la piacevole immediatezza del racconto d’avventura. Può essere goduta anche per la singola sequenza spettacolare, per l’adrenalina, per il colpo di scena.

Ma ogni episodio è anche un frammento di una narrazione più vasta. Le missioni compongono un disegno, introducono personaggi destinati a tornare, seminano indizi, spostano costantemente i confini tra amici e avversari. E quasi sempre si chiudono con un cliffhanger: un’ultima rivelazione, una minaccia, un dubbio capace di trascinare lo spettatore verso la puntata successiva.

Non siamo ancora pienamente dentro la prestige television che dominerà gli anni successivi. Alias è più pop, più ingenua, più apertamente ludica. Ma ne anticipa alcuni meccanismi fondamentali. La fidelizzazione dello spettatore. Il piacere della teoria. La costruzione di una mitologia. La promessa che, dietro ogni mistero, se ne nasconda uno più grande.

Cinque stagioni di tradimenti, sparizioni e ritorni

Nelle prime due stagioni, il cuore della serie è il lavoro sotterraneo di Sydney e Jack Bristow per distruggere SD-6. Attorno a loro, intanto, la rete si complica. Il giornalista Will Tippin indaga sulla morte di Danny, avvicinandosi pericolosamente alla verità. Il collega Marcus Dixon comincia a sospettare qualcosa. La relazione tra Sydney e Michael Vaughn diventa sempre più intensa. Soprattutto, emerge una figura fondamentale: Irina Derevko, la madre di Sydney, creduta morta e destinata a rivelarsi molto diversa da come la figlia l’aveva immaginata.

A metà della seconda stagione, Alias compie una mossa coraggiosa: smantella SD-6 e il proprio stesso punto di partenza. La protagonista non deve più fingere di lavorare per un’agenzia criminale. Ma anziché semplificarsi, la storia si allarga ulteriormente. Introduce nuove organizzazioni clandestine, nuovi antagonisti, nuovi doppi giochi. E chiude la stagione con un salto temporale di due anni: Sydney si risveglia a Hong Kong senza ricordare nulla di ciò che le è accaduto.

La terza stagione ruota attorno alla ricostruzione di quel vuoto di memoria e al mistero dell’identità di “Julia Thorne”. La quarta prova a ritrovare una struttura più leggibile, con la nascita di APO, nuova unità segreta della CIA guidata paradossalmente da Arvin Sloane. La quinta conduce verso la conclusione, riportando al centro vecchi nemici, vecchi segreti e la lunga ossessione per Rambaldi (di cui dirò meglio dopo).

La qualità oscilla. Le svolte diventano talvolta involute, i ritorni improbabili, le sorprese persino meccaniche. Ma l’energia resta notevole. Alias è una serie che corre sempre. Anche a rischio di perdere l’equilibrio.

Jennifer Garner: la spia dalle mille identità

La forza di Alias dipende in misura decisiva da Jennifer Garner. Sydney Bristow non è soltanto una protagonista d’azione, una delle eroine dell’onda di rinnovamento della tv americana d’epoca che regalò nuova centralità alle figure femminili. È il centro emotivo di una storia in cui ogni rapporto personale è sottoposto a una tensione insostenibile. Il padre lontano, la madre scomparsa, gli amici tenuti all’oscuro, il fidanzato ucciso, l’amore complicato per Vaughn. Dietro ogni missione internazionale si intravede sempre una domanda più intima: quanto può reggere una vita fondata sul segreto?

Garner tiene insieme registri diversi. È atletica e credibile nelle scene di combattimento. Ma sa mostrare fragilità, rabbia, dolore, paura. La sua Sydney non è una versione femminile di James Bond. E neppure una semplice femme fatale aggiornata ai primi anni Duemila. È una giovane donna costretta a cambiare pelle continuamente, cercando di non perdere del tutto se stessa.

La serie trasforma questa condizione in spettacolo. Parrucche rosse, capelli cortissimi, abiti da sera, costumi esotici, completi da ufficio, divise, identità fittizie: ogni puntata mette in scena una nuova metamorfosi. Sydney può trovarsi in un’ambasciata cinese, in una discoteca di Budapest, su un treno, in un casinò, in un laboratorio segreto. E ogni volta deve recitare una parte diversa.

L’effetto fu così potente che, nel 2003, la vera CIA reclutò Jennifer Garner per una propria campagna promozionale destinata alle università e alle fiere del lavoro. La finzione televisiva veniva usata per promuovere il mestiere reale dell’agente segreto. Un curioso cortocircuito, perfettamente coerente con il mondo di Alias: una storia in cui il confine tra ciò che appare e ciò che è risulta sempre precario.

J.J. Abrams: il laboratorio Alias prima di Lost e del cinema

Prima di Alias, J.J. Abrams aveva già ottenuto un buon successo con Felicity, la serie generazionale con Keri Russell ambientata nel mondo universitario newyorkese. Ed è proprio durante quel lavoro che ebbe l’intuizione di partenza: cosa accadrebbe se una ragazza come Felicity venisse reclutata dalla CIA? Se scoprisse dentro di sé una forza inattesa, ma non potesse raccontare nulla agli amici?

Da questa deviazione apparentemente bizzarra nasce Alias. Il primo show in cui la futura poetica di Abrams emerge in modo compiuto. Il gusto per l’azione rapida. Le relazioni personali come motore profondo della storia. La passione per i segreti, le identità nascoste, le organizzazioni occulte. E soprattutto l’idea che ogni risposta debba aprire una nuova domanda.

Nel 2004 arriverà la leggendaria Lost, creata con Damon Lindelof e Jeffrey Lieber: il grande salto, la serie che trasformerà il mistero in fenomeno culturale globale. Nel 2008 sarà la volta di Fringe, costruita attorno a scienza estrema, universi paralleli, doppiezze. Intanto Abrams passerà al cinema: Mission: Impossible III, il rilancio di Star Trek, Super 8, poi i capitoli da lui diretti della nuova trilogia di Star Wars.

In tutte queste opere ritroviamo, con esiti differenti, qualcosa di Alias. Il piacere infantile e sofisticato del racconto. La fascinazione per l’ignoto. La convinzione che il mistero conti non solo per ciò che nasconde, ma per le possibilità che spalanca.

Anni dopo, Abrams avrebbe definito questa inclinazione attraverso la celebre immagine della “mystery box”. In Alias quella scatola è già lì. E continua a produrre nuove scatole, una dentro l’altra.

Da 007 a X-Files: ispirazioni e riferimenti

Alias appartiene al genere spionistico. Ma lo affronta con una voracità quasi enciclopedica. Il primo riferimento è evidente: James Bond. Ritroviamo l’esotismo, i viaggi, i travestimenti, le missioni impossibili, i gadget, i criminali eccentrici, l’idea stessa di un mondo segreto che si estende sotto la superficie apparentemente ordinaria della realtà.

Ma Abrams accelera ogni cosa. Il ritmo è più rapido, i cambi di scena più frequenti, le svolte narrative più fitte. L’universo di 007 viene centrifugato dentro una macchina televisiva che deve rilanciare la tensione ogni pochi minuti. E Sydney, a differenza di Bond, non attraversa intatta le proprie avventure. Ogni missione lascia una traccia. Ogni tradimento produce una ferita.

Il secondo riferimento fondamentale è X-Files. Negli anni Novanta, la serie di Chris Carter aveva trasformato la paranoia in una grande narrazione popolare: le istituzioni non sono affidabili, il governo nasconde la verità, dietro il mondo visibile esiste una trama oscura. Alias eredita quella sensibilità e la esaspera. La CIA, le sue strutture clandestine, le organizzazioni criminali, le agenzie parallele: nessuno possiede una legittimità assoluta. Tutto può essere infiltrato, manipolato, corrotto.

C’è infine un’eco di Millennium, l’altra e meno fortunata serie di Carter: la profezia, il millenarismo, l’ombra della fine del mondo. È qui che la spy story comincia a mutare natura. E che dentro Alias entra prepotentemente Milo Rambaldi.

Milo Rambaldi: Leonardo, Nostradamus e l’esoterismo pop

Il nome di Milo Rambaldi viene evocato fin dalle prime puntate. È un inventore, filosofo e profeta del Rinascimento. Una figura immaginaria che mescola tratti di Leonardo da Vinci e Nostradamus. Ha lasciato scritti, progetti, marchingegni, codici, manufatti. Opere che, a distanza di secoli, mostrano un livello tecnologico inspiegabile e attirano l’interesse delle agenzie segrete, delle organizzazioni terroristiche e dei criminali più pericolosi del mondo.

All’inizio il meccanismo appare quasi plausibile, almeno dentro le regole del racconto. Rambaldi è un genio fuori dal proprio tempo. Le sue invenzioni potrebbero modificare i rapporti di forza globali. Recuperarle significa impedire che finiscano nelle mani sbagliate.

Poi, progressivamente, la posta si alza. Gli scritti di Rambaldi non contengono soltanto conoscenze tecniche. Custodiscono profezie. Alludono al destino del mondo. E una di quelle profezie riguarda direttamente Sydney Bristow.

È qui che Alias prende il volo. O, a seconda della disponibilità dello spettatore, comincia a deragliare. La spy story diventa racconto esoterico, quasi fantastico. Le missioni internazionali si trasformano in una caccia al tesoro planetaria. Ogni oggetto rimanda a un altro, ogni codice apre una porta, ogni scoperta suggerisce che il passato nasconda un progetto sul futuro.

Rambaldi è la prima grande mitologia di Abrams. Un’anticipazione evidente di ciò che accadrà in Lost, dove l’isola diventerà a sua volta un deposito sterminato di misteri, indizi, simboli, profezie, falsi percorsi. Ma anche dei rischi connessi a quella poetica: l’accumulo può generare fascinazione, oppure saturazione. E non sempre la risposta è all’altezza della domanda.

Alias e 24: due risposte diverse all’America dopo l’11 settembre

Alias debutta il 30 settembre 2001. 24 arriva poche settimane dopo, il 6 novembre. Entrambe le serie erano ovviamente state concepite e prodotte prima dell’attentato alle Torri Gemelle. Eppure risulta difficile non osservarle alla luce di quella cesura storica, che abbiamo affrontato qui. Due racconti fondati sullo spionaggio, sul terrorismo, sulla vulnerabilità delle istituzioni, sulla minaccia permanente. Due modi profondamente diversi di intercettare la nuova inquietudine americana.

24 si innerva progressivamente nella cronaca e nel clima politico del proprio tempo. Lo fa attraverso la figura di Jack Bauer, la corsa contro il tempo, la logica dell’emergenza assoluta. Costruisce una rappresentazione brutale della sicurezza nazionale, del sacrificio, della sospensione delle regole. Un mondo realistico, almeno tra molte virgolette: perché anche le avventure di Bauer sfidano spesso un criterio stretto di credibilità.

Alias prende un’altra strada. Parte da un retroterra analogo, ma si allontana rapidamente dall’attualità. Non racconta la guerra al terrore: costruisce una fuga iperrealista dal mondo. Trasforma la paranoia in avventura. Il complotto in vertigine narrativa. La fragilità delle istituzioni in un gioco infinito di specchi, in cui le agenzie di intelligence risultano talmente infiltrate e opache da rendere difficile comprendere dove finisca l’antiterrorismo e dove cominci il terrorismo.

Se 24 traduce le paure americane in un racconto ossessivo dell’emergenza, Alias le metabolizza in una fantasia barocca. Più distante dalla cronaca, forse. Ma non meno significativa.

Famiglie disfunzionali, doppi giochi e identità perdute

Dietro l’esotismo, le missioni internazionali e i marchingegni rinascimentali, Alias racconta soprattutto una famiglia. Abrams stesso ha descritto la serie come un dramma familiare disfunzionale collocato dentro un mondo iperreale. Ed è probabilmente questa la ragione della sua capacità di resistere anche quando la mitologia si complica oltre ogni ragionevole misura.

Il rapporto decisivo è quello tra Sydney e Jack Bristow. Un padre freddo, distante, incapace di esprimere i propri sentimenti; una figlia che scopre improvvisamente quanto poco sappia dell’uomo che le è cresciuto accanto. Ma il nucleo si allarga. C’è Irina Derevko, la madre creduta morta. C’è Arvin Sloane, figura quasi paterna e insieme manipolatoria, capace di attraversare continuamente il confine tra alleato e nemico. E c’è Vaughn, il referente della CIA che diventa partner, confidente, amore.

La grande domanda di Alias non riguarda soltanto la verità delle organizzazioni segrete. Riguarda l’identità delle persone che amiamo. Chi è davvero nostro padre? Chi era nostra madre? Possiamo fidarci dell’uomo o della donna che abbiamo accanto? E fino a che punto noi stessi restiamo ciò che crediamo di essere, se viviamo costantemente dentro una parte?

Per questo la serie ricorre ossessivamente al doppio, al travestimento, alla memoria cancellata, al ritorno inatteso, alla rivelazione improvvisa. Il complotto globale e il tradimento intimo sono due facce della stessa angoscia. Il mondo non è leggibile. Gli altri non sono conoscibili fino in fondo. E ogni identità contiene sempre almeno un alias.

Il piacere dell’eccesso e i limiti di Alias

Alias è una serie insieme riuscita e imperfetta. Le due cose non sono in contraddizione. La prima stagione trova un equilibrio notevole tra azione, relazioni e mistero. La seconda ha il coraggio di distruggere la premessa originaria e rilanciare. Poi la macchina comincia a mostrare qualche difficoltà. Le organizzazioni segrete si moltiplicano. I personaggi morti tornano. Le identità si confondono. Le profezie di Rambaldi conquistano spazi sempre più ampi. La credibilità, mai particolarmente solida, viene sottoposta a prove estreme.

Gli stessi autori hanno riconosciuto il problema. La serie aveva bisogno di restare accessibile al pubblico generalista di ABC, ma contemporaneamente coltivava una trama orizzontale sempre più complessa. Provò ripetutamente a correggere la rotta: smantellando SD-6, riducendo in alcuni momenti il peso della mitologia, introducendo nuove strutture narrative. Non sempre con risultati convincenti.

Eppure, il fascino di Alias risiede anche qui. Nella sua generosità quasi sconsiderata. Nella sensazione che tutto possa accadere. Nel piacere un po’ infantile di una storia che rilancia costantemente e non teme il grottesco. Nella convinzione che una serie televisiva possa contenere spie, terroristi, scienziati, profeti rinascimentali, famiglie spezzate, doppiogiochisti, doppelgänger, amori impossibili, sette millenaristiche e apocalissi potenziali.

Non sempre funziona. Ma raramente annoia. E ancora più raramente si accontenta. Alias non conosce la moderazione. La sua misura naturale è il troppo.

Alias e il nostro presente: elogio del pastiche

A 25 anni dal debutto, Alias appare profondamente legata al proprio tempo. Lo ricordano la fotografia, le acconciature, i computer, i telefoni cellulari, il ritmo musicale, persino una certa idea dell’eleganza internazionale. Ma dietro quella superficie inevitabilmente datata, la serie mostra una sensibilità sorprendentemente contemporanea.

Viviamo nell’epoca del pastiche. I generi si mescolano, i linguaggi si contaminano, i confini tradizionali diventano mobili. Una serie può essere insieme thriller politico, fantascienza, melodramma, racconto familiare, commedia nera, avventura, horror. Il pubblico ha imparato a muoversi tra codici diversi e a riconoscere le citazioni, gli incastri, i rimandi. La cultura pop funziona sempre più come un grande archivio disponibile al montaggio, alla ricombinazione, al rilancio.

Alias aveva intuito questa tendenza molto presto. Non inventava quasi nulla, se preso singolarmente. Prendeva l’esotismo di 007, la paranoia di X-Files, il millenarismo di Millennium, la velocità dei nuovi action movie, la struttura verticale del vecchio telefilm e quella orizzontale della nuova serialità. E mescolava tutto con un entusiasmo contagioso.

Persino il suo difetto più evidente – l’accumulo incontrollato – appare oggi come una forma di preveggenza. Il nostro immaginario è ormai saturo di universi narrativi, reboot, sequel, mash-up, contaminazioni. Il pubblico contemporaneo vive dentro una rete di richiami incrociati. E la realtà stessa sembra aver assunto una consistenza narrativa sempre più instabile: complotti, versioni alternative, identità pubbliche e private, rappresentazioni che diventano più potenti dei fatti.

In fondo, Alias assomiglia a uno dei misteriosi manufatti di Milo Rambaldi. Un oggetto proveniente dal passato, un po’ ingenuo e un po’ barocco, che contiene il progetto imperfetto del futuro.

Abbiamo parlato di Alias anche nel podcast

Alias: spie, doppi giochi, profezie, sensualità | PODCAST

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Jacopo Bulgarini d'Elci

Jacopo Bulgarini d'Elci

Fondatore e direttore del progetto MONDOSERIE, prende le serie terribilmente sul serio. In una vita precedente è stato assessore alla cultura della città di Vicenza. In altre e non meno reali esistenze, si è perso sull’isola di Lost, ha affrontato i propri gemelli oscuri in Twin Peaks, ha avuto il cuore spezzato da Breaking Bad. Autore e critico tv, scrive interventi sulle trasformazioni dell’immaginario pop (Doppiozero), tiene conferenze, coordina e realizza pubblicazioni. Soprattutto, guarda e riguarda show da quasi 30 anni.

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