Ascolta la versione podcast di questo articolo!
The Freak Brothers è una serie animata prodotta da Lionsgate a partire dal 2021 e basata sul fumetto creato nel 1968 da Gilbert Shelton. Disponibile nel nostro paese su Netflix, al momento con le prime 2 stagioni: per un totale di 16 episodi (8 per stagione) della durata di 22 minuti circa ciascuno. Il cast vocale originale contempla un parterre di stelle guidato da Woody Harrelson (Freewheelin’ Franklin), John Goodman (Fat Freddy) e Pete Davidson (Phineas), con la stand up comedian Tiffany Haddish nel ruolo della gatta Kitty.
Un cartone comedy per adulti, con comicità legata al mondo dello sballo e una satira leggera. Che sancisce il passaggio dei tre eroi fricchettoni dal mondo del fumetto autoprodotto e illegale alle major milionarie dei mercati globali.
“Animazione” è il format del podcast di Mondoserie dedicato alle diverse scuole ed espressioni del genere, dall’Oriente alla scena europea e americana.
Il “Bad Trip” del 2020
La serie sposta l’azione dal 1969 alla San Francisco del 2020. Dopo aver fumato una varietà di erba geneticamente modificata capace di indurre un sonno criogenico, i tre Freak Brothers si risvegliano cinquant’anni dopo in un mondo che non riconoscono. Il Cowboy alla “Easy Rider” Freewheelin’ Franklin rimane il cinico leader di strada, pronto a tutto per la prossima “svolta”. L’irsuto Phineas conserva la sua paranoia politica e intellettuale, vedendo complotti ovunque. Il vorace Fat Freddy continua a essere il motore del caos, guidato esclusivamente da una fame atavica e dalla pigrizia cronica. A completare il quadro c’è Kitty, la gatta di Fat Freddy: nella serie diventa un personaggio parlante, sarcastico e manipolatore. Che funge spesso da voce della ragione (o della cattiveria gratuita).
Il trio deve navigare tra social media, assistenti vocali, cibo bio e la legalizzazione dell’erba, che ai loro occhi appare come una patetica operazione commerciale. La serie mette in scena questo scontro frontale tra la libertà anarchica del ’69 e le nevrosi digitali del nuovo millennio, tra gag scatologiche e fughe dalla polizia. Cercando di mantenere intatta quella filosofia del “cattivo esempio” che li ha resi celebri. Pur dovendo scendere a patti con i ritmi e i limiti della sit-com moderna.
Nati ad Austin, Texas, nel 1968, i Freak Brothers sono il simbolo della controcultura americana. Shelton non voleva fare proselitismo per le droghe, ma raccontare la vita quotidiana di chi viveva ai margini. Il fumetto divenne un successo globale grazie al passaparola, vendendo milioni di copie in tutto il mondo senza mai passare per i canali ufficiali. È una cronaca di sopravvivenza, dove la ricerca della “roba” è solo un pretesto per ridere delle storture del sistema.
I Comix Underground: satira, tormento, sangue e cultura.
Per capire Shelton bisogna guardare ai suoi compagni di rivoluzione nei Comix (con la “x” proibita).
Gilbert Shelton: il maestro della dinamica e dello slapstick. Tratto pulito, ritmo da cartone animato classico, applicato però alla narrazione dell’illegalità. Nelle sue opere di ampio respiro riesce a fondere comicità, avventura e satira sociale.
Robert Crumb: l’incarnazione della nevrosi. Un segno teso e ossessivo che esplora le perversioni sessuali e l’odio per l’America borghese. Il suo Fritz il Gatto sarà per anni equivocato come un campione del mondo hippy, che Crumb criticava con la stessa ferocia riservata ai conservatori.
Richard Corben (Gore): il re della carne e della materia. Anatomie ipertrofiche e chiaroscuri scultorei che hanno ridefinito il fantasy e l’horror viscerale. Per anni sarà il punto di riferimento di un fumetto underground contemporaneamente estremo e raffinato.
Infine, un po’ più tardi arriva Art Spiegelman: l’anima intellettuale e d’avanguardia, colui che raccoglierà le istanze del movimento underground e porterà il fumetto verso la dignità del Premio Pulitzer con Maus.
Shelton è l’unico dei quattro che sceglie la via della commedia solare, attingendo dal repertorio comico dei Fratelli Marx e dei Three Stooges. Pur rimanendo fieramente “sporco”.
La serie gioca tutto sulla distanza temporale, ma con risultati alterni. Paradossalmente, nel 2020 i tre hippy sembrano quasi dei conservatori. La loro libertà assoluta cozza contro la logica della cancel culture e del politicamente corretto. Gli attacchi a Zuckerberg o Ellen Degeneres appaiono spesso banali, già visti in South Park o I Griffin. Manca quella sottigliezza e quella ferocia geopolitica che Shelton metteva nelle sue tavole.
L’uso delle sostanze è quasi esclusivamente limitato alla marijuana, perdendo quel sapore di “pericolo” totale del fumetto. L’umorismo è spesso greve, basato su gag fisiche semplici. Ma nonostante ciò la serie risulta godibile, soprattutto nella seconda stagione dove il ritmo si fa più serrato e i personaggi iniziano a ingranare meglio con l’ambiente moderno.
Idiots Abroad, il grande romanzo picaresco dei Freak Brothers
Il “rovello” critico sta tutto qui: la serie animata e il fumetto originale hanno entrambi uno spirito leggero che si incrocia con la satira. Ma i due baricentri sono distanti.
La versione Lionsgate lavora sulle dinamiche tra i personaggi. Phineas, Franklin e Freddy interagiscono tra loro come in una puntata dei Griffin o di The Big Bang Theory. La comicità nasce dal “chi fa cosa”, dai litigi domestici e dalle reazioni del gruppo al mondo esterno. I tre fratelli sono il soggetto della storia.
Nei migliori episodi del fumetto di Shelton, i Freak Brothers sono quasi dei testimoni passivi. Loro sono l’osservatorio “sballato” attraverso cui guardiamo le storture di un mondo che ha perso la bussola. Col passare degli anni nel fumetto i tre quasi non hanno più bisogno di drogarsi: la realtà attorno a loro è diventata così psichedelica, paranoica e assurda che la loro “normalità” da sballati è l’unico punto di vista lucido rimasto.
Se nella serie ridiamo dei Freak Brothers che cercano di capire un iPhone, nel fumetto ridevamo con i Freak Brothers del fatto che il mondo intero fosse diventato un “bad trip” collettivo. La serie è un gioco di specchi tra personaggi; il fumetto era un gioco di specchi tra la società e il suo riflesso più deforme.
A tal riguardo mi sento di consigliare, per chi volesse fare un raffronto, la lunga Idiots Abroad: una vera e propria Odissea comico satirica. È il momento in cui Shelton decide di testare la tenuta narrativa dei suoi personaggi su una distanza lunghissima. Portandoli fuori dal loro appartamento di San Francisco e gettandoli nel tritacarne del mondo reale.
Il pretesto è un classico dell’assurdo. I tre fratelli, a corto di cocaina e convinti che andare a comprarla direttamente a Bogotà si rivelerà un affare, partono ognuno per una via differente. Inizia così un viaggio che li porterà in giro per il globo: dal mondo dei cartelli della droga alla Russia sovietica, passando per le tensioni del Medio Oriente, il terrorismo internazionale, la CIA del Deep State e le sette religiose. La genialità di Shelton sta nel portare i tre nelle situazioni più assurde mai scritte per poi far convergere le narrazioni in un finale pirotecnico dove tutto si incastra perfettamente.
Shelton usa Phineas, Franklin e Freddy come “idioti sapienti”, caratteristica che nel cartone conserva un pochino Fat Freddy. La loro totale ignoranza delle regole sociali e politiche dei paesi che attraversano diventa un’arma di satira micidiale. Attraversano zone di guerra, regimi totalitari e narcotraffici con un’unica preoccupazione: trovare un fiammifero o qualcosa da mettere sotto i denti. Questa loro “purezza” sballata mette a nudo l’assurdità del potere: i dittatori, i generali e i poliziotti di mezzo mondo appaiono infinitamente più folli e pericolosi di tre fricchettoni che vogliono solo divertirsi.
In Idiots Abroad emerge la statura intellettuale di Shelton. Non è un fumetto improvvisato: le architetture, i costumi, le dinamiche geopolitiche dell’epoca (siamo in piena Guerra Fredda e crisi mediorientale) sono descritte con una precisione quasi giornalistica, seppur deformata dal grottesco. Shelton cita la storia, la religione, il mondo dell’arte e l’economia, dimostrando che per ridere del mondo bisogna conoscerlo profondamente.
Visivamente, è il culmine della carriera di questo autore. Ogni tavola è densissima. Se i protagonisti sono disegnati con una linea elastica e gommosa, gli sfondi — le città mediorientali, le caserme sovietiche, le giungle colombiane — sono ricchi di dettagli realistici che rendono il contrasto ancora più esilarante. È un’opera che richiede più letture per essere compresa in ogni sua piccola gag di sfondo.
Recuperare Idiots Abroad significa capire perché i Freak Brothers sono diventati un culto mondiale. Non è solo una storia di ‘viaggi’ chimici, ma un viaggio reale nelle contraddizioni del ventesimo secolo. È la dimostrazione che tre sbandati, guidati dal caso e dalla fame, possono essere lo specchio più lucido per capire quanto sia impazzito il pianeta. Se la serie animata vi ha regalato un sorriso, il fumetto vi darà la vertigine.
Satira contemporanea: South Park
















