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Home Mondovisioni Documentari

Nature Boy, la struggente verità delle maschere del wrestling

Questo bel documentario racconta vita e leggenda di Ric Flair, uno dei wrestler più amati dell'ultimo mezzo secolo: mostrandoci la maschera e insieme l'uomo.

di Jacopo Bulgarini d'Elci
23/11/2024
in Artwork, Documentari
Cover di Nature Boy per MONDOSERIE
489
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Nature Boy è un documentario sul wrestling. Ma lo consiglio a tutti: agli appassionati, ai curiosi, ai detrattori di quel particolarissimo fenomeno a metà tra sport e spettacolo. Prodotto nel 2017 da ESPN e reso disponibile in Italia da Disney+, il documentario racconta la parabola esistenziale, professionale, divistica e umana di Ric Flair. 

Uno dei più grandi wrestler di tutti i tempi, ufficialmente riconosciuto come sedici volte campione del mondo, attivo in tutte le principali leghe della disciplina (NWA, WCW, WWF, WWE), con una carriera durata quasi 40 anni.

E ancor meglio conosciuto con il soprannome che dà il titolo al ritratto: appunto Nature Boy. 

A raccontarne la storia è Rory Karpf, ottimo filmmaker americano specializzato in temi e storie a sfondo sportivo, vincitore di un bel po’ di premi (quattro Emmy, un Peabody).

Che per indagare e cercare di svelare il vero Ric Flair costruisce due lunghe e intense interviste, a distanza di oltre un anno.

E poi una serie di colloqui col Gotha del wrestling: Triple H, The Undertaker, Baby Doll, Shawn Michaels, Jim Ross, Ricky Steamboat, Sting, Hulk Hogan. 

Foto: Nature Boy
Ric Flair in una delle interviste di Nature Boy, bel documentario del 2017

Prendere sul serio il wrestling: la lezione di Barthes

Che il wrestling vada preso sul serio è cosa che sappiamo, o meglio che dovremmo sapere, almeno da una sessantina d’anni. È il 1957 quando Roland Barthes, grande studioso francese del linguaggio, pubblica la sua fondamentale raccolta di saggi brevi intitolata “Miti d’oggi”. Al suo interno fa bella mostra l’intervento dedicato a “Il mondo del catch”. Cioè, appunto, il wrestling.

Barthes, molto giustamente, smonta la lettura usuale, intrisa di disprezzo, che assume spesso questa forma: il wrestling non è uno sport! È tutto falso! “Nel catch – scrive lo studioso – non c’è problema di verità come non c’è a teatro. In questo come in quello, quanto ci si aspetta è una raffigurazione intelligibile di situazioni morali abitualmente nascoste”. 

Nel wrestling non c’è problema di verità, come non c’è a teatro (Roland Barthes)

In altre parole: sappiamo bene che un incontro è predeterminato. Ma lo è nella misura in cui lo è uno spettacolo teatrale. O di danza: si dice infatti, oggi, che il wrestling è coreografato. Ed è coreografato prevedendo mosse e azioni difficilissime: i wrestler sono atleti eccezionali, capaci di far volteggiare tra le corde corpi immensi e pesantissimi. 

Il tutto mentre, di fatto, interpretano una storia. Incarnando maschere che sono le figure morali di una vicenda in bianco e nero, buoni contro cattivi, facili da identificare per il pubblico, con una chiarezza che è insieme – nei tempi complessi e sfumati che viviamo – esilarante e confortante.  

Roland Barthes (1915-1980), grande linguista e semiologo francese, autore di “Miti d’oggi”

Nature Boy, leggenda e ispiratore della comunità hip-hop

Confortati dall’autorità del grande studioso francese, torniamo a Nature Boy. Vale la pena vederlo anche solo perché riesce a distinguere – non è banale – tra uomo e leggenda. E Ric Flair leggenda lo è stato, eccome, con la sua maschera di successo giocata sull’impunità, la faccia di bronzo, gli eccessi: i soldi, la sfilata infinita di donne, l’alcool come costante, le macchinone, i capelli biondissimi, i vestiti sgargianti e folli. 

Può sembrare sorprendente, oggi, ma Nature Boy è stata una delle ispirazioni più forti della comunità hip-hop. Lo racconta benissimo Snoop Dogg in una delle più belle interviste del documentario: Ric Flair è stato un mito per i futuri rapper. Con la sua sfrontatezza. La rivendicazione a testa alta di un successo non ereditato ma conquistato: misurabile materialmente, e prima ancora visivamente esibibile. Lo Zarathustra di Strauss per entrare in scena. Un personaggio grandioso, che i fan amavano odiare. E se lo amavano!

Con la sua attitudine allo spettacolo, perfettamente sintetizzata da quell’urlo – un falsetto che somigliava a una vecchia locomotiva a vapore: “Woooo!“, grido di battaglia e sberleffo surreale imitato da infiniti atleti e musicisti e performer. 

Basta riascoltare il simil rap con cui si presentava nei primi anni ‘80: 

«You’re talking to the Rolex wearing, diamond ring wearing, kiss stealing (WOOOO!),

Wheeling dealing, Limousine riding, Jet Flying, son of a gun

And I’m having a hard time holding these alligators down

Woooo!»

[«Stai parlando con chi indossa un Rolex, un anello di diamanti, il ladro di baci (WOOOO!), 

L’intrallazzatore, che viaggia in Limousine, vola in Jet, figlio d’un cane

E faccio fatica a tenere a bada questi stivali di pelle d’alligatore

Woooo!»]

Nature Boy: personaggio più grande della vita, wrestler amatissimo, pluricampione, uomo dai mille eccessi

L’uomo dietro la maschera

Ma, naturalmente, è anche l’uomo dietro la maschera. Un po’ come nello splendido e fortemente drammatico film di Darren Aronofski The Wrestler (2008), con un monumentale Mickey Rourke.

Quello che all’inizio della propria carriera precipita su un piccolo aereo e si spezza la schiena in tre punti. Che durante la riabilitazione passa da pesare 115 chili a superare appena gli 80. Quello che è costretto a rimettersi in piedi e ripartire da capo, e lì, nell’abisso che contempla, incontra e adotta il personaggio che interpreterà, a sua volta ripreso da un altro wrestler del passato: Nature Boy. Il ragazzo selvaggio. 

E ancora, l’uomo che deve trovare il modo di sopravvivere alla morte per overdose di un figlio wrestler. Quello così incapace di separarsi dal personaggio e di lasciarsi alle spalle le luci della ribalta da trascinare per anni e anni, sempre più stancamente e pateticamente, una carriera ormai finita. Stracciando ogni volta le promesse di ritiro, giuro, questa è l’ultima volta, questo è l’ultimo match.

Fino alle soglie – sembra incredibile ma è vero – dei 60 anni e delle ultime apparizioni: stremate, stremanti, nell’esibizione un po’ svergognata di corpi inflacciditi dall’età. Eppure ancora capaci, a tratti, di mostrare le tracce della passata grandezza. Di ricordarci perché lo si amava.

Ma poi, e ha il sapore della catarsi e del riscatto, il padre che si commuove e riempie d’orgoglio per i successi della figlia, anch’ella sul ring, anch’ella finita per seguire le sue orme di showman e atleta. 

L’incapacità di lasciare la scena: Ric Flair si è esibito fino alle soglie dei 60 anni (qui, con Hulk Hogan, altra leggenda del wrestling).

Verità e finzione si intrecciano in Nature Boy

Così, in Nature Boy abbiamo modo di incontrare e soppesare non solo il frutto di questa lunga danza tra uomo e maschera. Ma anche, separatamente, le due facce. Che pur essendo state per decenni così sovrapposte da finire per sembrare una cosa sola, ancora a tratti affiorano nella propria separatezza, nella propria indipendenza. 

E il bello, e la complessità di questo pur divertente e coinvolgente documentario, è che riusciamo a cogliere con molta chiarezza come non vi siano – neppure qui, come nel wrestling – un vero e un falso. Separati. Distinti. C’è verità nella maschera, come c’è nel suo portatore. E, in entrambi, l’eccesso iperbolico diventa alla fine un modo per mettersi non solo in scena ma anche a nudo. Senza pudore. Ma, forse, non senza paura.

E così, eccoli entrambi. Richard Morgan Fliehr, alias Rick Flair: Nature Boy. L’atleta incapace di uscire una volta per tutte dal ring. Eppure, insieme, l’uomo capace oggi di guardare dentro se stesso, lontano dal palcoscenico. Rievocando storie e personaggi di ieri. Ripetendosi ancora una volta il mantra della propria grandezza. Contemplando con quieta commozione i fantasmi della vita intrecciarsi alle ombre della leggenda.

In quell’oscurità un po’ struggente che lasciano i riflettori quando si spengono, ma ancora per un momento sembra che facciano luce, e ti chiedi se è successo davvero – o era solo un’illusione.

Giudizio: educativo, profondo, intelligente, intrigante.

Foto: Nature Boy

Una versione parziale di questo articolo è stata pubblicata il 21 marzo 2021 su The Week, settimanale dei quotidiani del gruppo Athesis. 

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Fondatore e direttore del progetto MONDOSERIE, prende le serie terribilmente sul serio. In una vita precedente è stato assessore alla cultura della città di Vicenza. In altre e non meno reali esistenze, si è perso sull’isola di Lost, ha affrontato i propri gemelli oscuri in Twin Peaks, ha avuto il cuore spezzato da Breaking Bad. Autore e critico tv, scrive interventi sulle trasformazioni dell’immaginario pop (Doppiozero), tiene conferenze, coordina e realizza pubblicazioni. Soprattutto, guarda e riguarda show da quasi 30 anni.

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