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Peaky Blinders: la favola violenta della famiglia Shelby

Sei stagioni e un film finale per la saga criminale di Steven Knight con Cillian Murphy: tra storia operaia, eleganza gangster, magia gitana e mito pop.

di Francesca Sarah Toich
01/06/2026
in Articoli
Cover di Peaky Blinders per Mondoserie
845
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Peaky Blinders (2013-2022 per 6 stagioni e 36 episodi, più un lungometraggio finale uscito nel 2026, in Italia su Netflix) è un tuffo elegante e brutale nel cuore dei bassifondi inglesi dei primi del ’900: una saga che mescola storia, mito e violenza per raccontare l’ascesa della famiglia Shelby.

Questa saga potentissima e a tratti molto crudele è sorta dai ricordi del suo creatore Steven Knight, originario dei quartieri poveri di Birmingham, dove è ambientata.

“Peaky Blinders è una favola violenta nata dalle storie che mi raccontavano i miei parenti. Loro avevano conosciuto i veri Peaky Blinders, una gang di ex soldati della prima guerra mondiale che una volta a casa si erano trasformati in criminali e avevano cominciato a trafficare nei loro quartieri. Il fratello di mio zio era un membro della banda. Fin da bambino ai miei occhi questi malavitosi apparivano come personaggi mitici. Lo sguardo infantile può vedere della magia ovunque: tutto è più grande, impressionante, e più bello. Una fabbrica coperta di fuliggine può diventare brillante oppure misteriosa nelle sue volute di fumo.”

E così, attraverso lo sguardo di Knight – oggi adulto ma ancora stregato da questa storia – ci ritroviamo in un’Inghilterra industriale elegantemente patinata di grigio. Dove le scintille dei cantieri vanno a ritmo con la splendida e anacronistica colonna sonora.

Sono le voci di Nick Cave, P.J. Harvey, Tom Waits e di molti altri ad accompagnare la banda Peaky Blinders. Una scelta sonora che ha di certo caratterizzato la serie, attirando per questo raffinati seguaci. Addirittura David Bowie, grande fan di Peaky Blinders, prima di morire inviò alla produzione il suo album Blackstar, perché venisse usato nei nuovi episodi. Cillian Murphy, commosso, in risposta mandò a Bowie il cappello di Thomas Shelby, simbolo della serie.

Peaky Blinders: miserie, riscatto e l’origine del nome

In Peaky Blinders viene dipinta un’Inghilterra operaia in rivolta, sotto la perenne pressione di un’industria che avanza e distrugge, che piega i lavoratori onesti sotto giornate interminabili di lavoro, lasciandoli senza coperture sanitarie. Ogni stagione racconta i grandi scioperi degli operai, ancorandosi ad una cruda realtà storica e rimandando ad una domanda attualissima: è possibile, per qualcuno nato nella miseria, riscattarsi e ascendere ad un grado più alto e rispettabile?

È quello a cui mira la famiglia Shelby. E Thomas (Murphy) in particolare ne incarnerà il destino. Da criminale da bisca e scommesse clandestine, attraverso un riscatto spietato e intelligente riuscirà persino a mettersi in politica, portando la sua famiglia a diventare una delle più potenti di Birmingham. Thomas è sostenuto nelle varie stagioni dai membri importanti del suo clan tra cui spiccano zia Polly (la compianta Helen McCrory) e il fratello maggiore Arthur (Paul Anderson).

Nella Logica del Meraviglioso che regge tutta la storia, i nostri protagonisti prendono il loro nome dai berretti che hanno sempre in testa, dentro le cui falde nascondono affilate lame di rasoio. Con le quali accecano i loro più acerrimi nemici.

In realtà l’etimologia risulta piuttosto improbabile. Le lamette ad uso singolo furono messe in circolazione dalla Gillette solo nel 1903, e il nome della banda appare sui giornali già nel marzo 1890. Ci sembra più facile far derivare il nome dalla sommità (peak) del cappello con cui davano delle forti testate agli avversari, lasciandoli momentaneamente senza vista. “Blinders” è poi un modo ancora in voga a Birmingham di definire qualcuno vestito a puntino. Talmente elegante da accecare chi lo guarda.

Eleganza, potere, magia: un mondo violento e grandioso

A quanto pare i veri Peaky Blinders, e in generale le bande criminali di quegli anni, passarono alla storia per la loro abitudine di vestirsi dai migliori sarti. Ci racconta sempre l’autore della serie:

“Questi uomini si aggiravano per le strade più sordide splendidamente abbigliati, tirati a lucido. Era un modo per proteggersi, per nascondere il trauma profondo di aver combattuto nella Prima Guerra Mondiale.”

E naturalmente per mostrare il loro potere. Nella realtà storica la banda Peaky Blinders non ebbe vita lunga. Già negli anni ‘20 del Novecento questa gang di uomini (e donne) tra i 12 e i 30 anni scomparve, sconfitta dai suoi rivali. Il loro nome però divenne sinonimo di tutte le bande di strada dell’epoca, dando vita alla leggenda.

Nella serie la famiglia Shelby ha origini gitane. La magia e il culto dei cavalli intrecceranno le complesse trame dei personaggi di stagione in stagione. Rimane indimenticabile la prima entrata in scena di Thomas Shelby. Sulle note di Red Right Hand di Nick Cave il protagonista attraversa i sordidi vicoli di Birmingham su un magnifico cavallo. La gente per strada si nasconde impaurita da quell’uomo così ben vestito, dallo sguardo di ghiaccio. All’improvviso da un vicolo vuoto appare una maga cinese, che soffia della polvere rossa sul muso del cavallo di Thomas: è un rito magico per far vincere il suo stallone alle scommesse.

Tommy non smetterà mai di credere alla magia e alla superstizione gitana. È un uomo pazzo delle sue radici, un criminale intriso di credenze e che vuole imporsi al mondo intero. Naturalmente a modo suo e seguendo i propri interessi.

Il mito globale di Peaky Blinders e le prime crepe

Il successo globale della serie ha superato lo schermo, trasformandosi in fenomeno culturale: pub, eventi, matrimoni a tema e uno stile iconico imitato in tutto il mondo. Ma alla base di tutto c’è la visione di Steven Knight, quella “favola violenta”, sospesa tra realtà e leggenda che per anni ha coinvolto masse di spettatori assetati di nuovi racconti sulla famiglia Shelby.

Il mito del criminale elegante, spietato, romantico e capace, forse, di salvare il mondo nella tiratissima sesta stagione lascia intravedere le prime crepe. 

Con l’andare del tempo in Peaky Blinders la costruzione mitologica di Tommy Shelby si fa più fragile: il ritmo rallenta, la violenza si attenua e molti personaggi perdono forza. Compreso l’atteso ritorno di Alfie Solomons, antagonista di Tommy, interpretato da Tom Hardy. Resta intatta l’atmosfera (anche grazie alle musiche di Anna Calvi e dei Joy Division), ma il finale somiglia più a una sospensione che a una vera conclusione.

È proprio da questa sospensione che nasce il film, Peaky Blinders: The Immortal Man. Ultimo atto di questa lunga storia, diretto da Tom Harper, che spinge ancora oltre la dimensione quasi sovrannaturale di Tommy. Ambientato nel 1940, il film ci mostra un uomo isolato, perseguitato dai fantasmi del passato, intento a scrivere le proprie memorie mentre il fedele Johnny Dogs gli fa da coscienza. Qui il racconto si fa più interiore: meno azione, più visioni, profezie e introspezione.

The Immortal Man: Tommy Shelby dentro la leggenda

A riportarlo nel mondo sono due forze: la famiglia e la guerra. Da un lato Duke, il figlio ribelle interpretato da Barry Keoghan, erede di un impero criminale sempre più spietato (quasi più di Al Capone). Dall’altro una minaccia nazista che sprona nuovamente Tommy a tuffarsi nel suo eterno conflitto tra sangue e patria. Ancora una volta, sono le donne a guidare il cambiamento: Ada (Sophie Rundle) e la misteriosa Kaulo (Rebecca Ferguson) lo spingono fuori dall’esilio, tra politica e magia.

Il film alterna momenti suggestivi a scelte narrative più deboli, appesantite da cliché e personaggi poco sviluppati. Incluso l’antagonista interpretato da Tim Roth. Visivamente, però, resta potente: il lavoro del direttore della fotografia George Steel e della scenografa Jacqueline Abrahams restituisce un mondo devastato ma tangibile, fedele all’identità della serie.

Tommy Shelby non poteva avere altra fine che scomparire nel proprio mito, inghiottito dallo stesso mondo che ha creato. Un immaginario criminale che oggi non è più possibile perché basato su un’antiquata perfezione.

E in fondo, è proprio questo che Peaky Blinders ha costruito in sei stagioni e un film: una improbabile e leggendaria figura che emerge dal fumo mentre la città trattiene il respiro. 

E le madri, al calare della notte, continuano a sussurrare ai figli: “Attento, se ti perdi nella nebbia, ti troveranno i Peaky Blinders”.

Ascolta il nostro podcast su Peaky Blinders!

Peaky Blinders e i suoi gangster: eleganti, brutali, musicali | PODCAST

Un’altra saga criminale familiare inglese? Leggi l’articolo su Gangs of London!

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Tags: crimeGran Bretagnain costumePeaky Blinders
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Francesca Sarah Toich è un’artista che vive e lavora a Parigi, dove ha una compagnia di teatro e magie nouvelle. Scrittrice, autrice, attrice, ha vinto il primo premio nel concorso internazionale di scrittura per lo spettacolo “Premio Goldoni Opera Prima” con la tragedia intitolata “Diotallevi” e ha pubblicato due romanzi fantasy per ragazzi. Ha prestato la sua voce a numerosi film, documentari, installazioni artistiche e radiodrammi (in particolare per RAI radio Italia). Specializzata in Commedia dell’Arte e letteratura italiana è stata premiata come migliore giovane interprete della Divina Commedia, vincendo per due volte il Lauro Dantesco a Ravenna. Insegna e recita in italiano, inglese e francese in numerose compagnie di teatro e ricerca, ed ha portato le sue performance in prestigiosi teatri e gallerie d’arte in varie parti del mondo tra cui recentemente a New York, Mosca e Tokyo.

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