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C’è un equivoco rassicurante che ha accompagnato l’immaginario di Lupin III per oltre quarant’anni di trasmissioni televisive: l’idea che la sua banda sia un gruppo indistruttibile di simpatici furfanti, e che Fujiko Mine sia poco più di una parentesi comico-erotica, una spalla manipolatrice pronta a tradire per poi ripresentarsi sorridente nell’episodio successivo. Nel 2012, però, La donna chiamata Fujiko Mine (in originale Lupin the Third – Mine Fujiko to iu onna , visibile su Prime Video) prende questa gabbia di cliché consolatori e le dà fuoco.
Questa serie in 13 episodi non è semplicemente uno spin-off: è un’opera senza mezze misure, dove Fujiko non è un satellite che orbita attorno al ladro gentiluomo, ma il perno gravitazionale attorno a cui ruota ogni singolo fotogramma. Sia che appaia in carne ed ossa, sia che la sua presenza aleggi come un fantasma psicologico, è lei la lente attraverso cui sveliamo la fragilità dei protagonisti.
A guidare questa rivoluzione estetica c’è una coppia d’autori fuori dall’ordinario: il visual concept è affidato a Takeshi Koike, che rivisita l’iconografia di Monkey Punch abbandonando ogni tono scanzonato per immergerci in atmosfere torbide e allucinate. Ma la vera anima del progetto è Sayo Yamamoto, prima regista donna nella storia del franchise a dirigere un’intera serie dedicata a Lupin.
Yamamoto con La donna chiamata Fujiko Mine firma un prodotto d’autore sfacciato, che trae ispirazione visiva diretta dal capolavoro psichedelico Belladonna of Sadness del 1973, intrecciandovi una parentela strettissima con la Valentina di Guido Crepax e con l’erotismo raffinato del cinema europeo degli anni ’60 e ’70. Un cartone che non teme di citare Cime Tempestose, confrontarsi con la Tosca di Puccini o di accennare al filosofo Hegel.
La dissoluzione del mito e il fascino dell’ombra
Per comprendere la portata dell’opera, occorre immergersi nella sua trama, un racconto che si articola lungo tredici capitoli in cui la narrazione classica cede il passo all’ossessione visiva.
La donna chiamata Fujiko Mine si apre con una misteriosa setta religiosa dedita a culti esoterici accompagnati da massiccio uso di droghe lisergiche ed esperimenti sulla mente umana. È qui che Fujiko Mine, abile e letale spia, si infiltra per sottrarre i segreti dell’organizzazione, incrociando per la prima volta la strada di Lupin III. Tra i due nasce un gioco d’inganni e attrazione letale che li porterà a scontrarsi a più riprese. Man mano che le loro trame si intrecciano con quelle del micidiale cecchino Daisuke Jigen e del rigoroso samurai Goemon Ishikawa, emerge un quadro sempre più inquietante. Fujiko è perseguitata dai frammenti di un passato traumatico e rimosso, legato alla figura del sinistro conte Almeida e a un luogo d’infanzia infestato da ricordi distorti.
Nel frattempo, l’ispettore Zenigata e il suo giovane e ambiguo assistente Oscar inseguono l’enigma di questa donna fantasma. Tutti infine convergono in un viaggio finale attraverso il labirinto della memoria convinti che le rapine, le seduzioni e i furti di Fujiko non sono che il tentativo disperato di ricostruire la propria identità violata. Forse.
La donna chiamata Fujiko Mine segna un vero e proprio ritorno alle origini del manga originale del 1967. I protagonisti non sono una banda affiatata che si ritrova a cenare insieme a fine missione, ma quattro battitori liberi, spinti da interessi divergenti e divisi da una profonda diffidenza reciproca. È proprio la “femme fatale”, con la sua carica eversiva, a fare involontariamente da collante chimico tra Lupin, Jigen e Goemon.
Una menzione d’onore spetta alla rielaborazione dell’ispettore Zenigata. Dimenticate la macchietta comica della serie TV tradizionale. Qui Zenigata è un poliziotto cupo, apparentemente tutto d’un pezzo, guidato da un’ossessione quasi carnale per la giustizia. Attorno a lui si addensano zone d’ombra inquietanti. Esplorate attraverso il complesso rapporto con il suo giovane aiutante, l’androgino Oscar — un omaggio trasparente all’estetica di Lady Oscar di Riyoko Ikeda – dove il genere e il desiderio sfumano in una tragedia di sottomissione psicologica.
La donna chiamata Fujiko Mine: l’estetica spigolosa di Koike e l’Eros come linguaggio
In questo contesto si inserisce la mano inconfondibile di Takeshi Koike. Koike è da sempre un autore spigoloso, un artista d’élite che vanta fan sfegatati e detrattori altrettanto agguerriti. Chi lo ama riconosce nel suo tratto schiacciato, pesante, fatto di contorni spessi e prospettive esasperate, l’essenza stessa dell’animazione come arte visiva autonoma. I suoi detrattori, di contro, lo accusano di essere un puro formalista che subordina la logica del racconto all’esibizionismo grafico.
In La donna chiamata Fujiko Mine, la narrazione risponde esattamente a questa visione: la serie sviluppa una trama orizzontale sotterranea all’interno di episodi apparentemente autoconclusivi. Rimanendo fedele allo spirito sregolato delle produzioni anni ’60, la narrazione non è mai rigorosa o cartesiana. L’opera privilegia programmaticamente la suggestione visiva rispetto alla coerenza di copione con ingenuità che ormai credevamo di aver del tutto perso.
Le splendide quanto irreali forme di Fujiko vengono mostrate senza veli in quasi tutte le puntate. Tuttavia, sarebbe un errore grossolano liquidare il cartone come un mero contenitore di sesso e sangue. L’erotismo di Sayo Yamamoto non è mai un fan-service voyeuristico; è un linguaggio espressivo, un’arma di potere e al tempo stesso un grido di vulnerabilità. È una rilettura stilistica che si riallaccia direttamente al Lupin dei manga di Monkey Punch che a sua volta era un’opera fortemente influenzata dalla cultura occidentale e dal fumetto d’autore europeo. La nudità qui è una superficie d’impatto, uno scudo emotivo che svela l’ipocrisia del mondo maschile che tenta continuamente di domarla.
La decontaminazione delle icone
Il terzo grande merito della serie risiede nel lavoro di decostruzione e rivitalizzazione compiuto sulle icone del racconto.
Lupin non è l’eroe romantico a cui siamo abituati: è un edonista puro, un uomo che vive per il piacere e per l’adrenalina dell’avventura. Che si tratti di impossessarsi di un gioiello inestimabile o di conquistare una donna inafferrabile, la sfida è l’unico carburante che lo tiene in vita.
Daisuke Jigen incarna il classico personaggio “hard-boiled”, ma qui la sua celebre diffidenza e la durezza del carattere ricevono una spiegazione amara. Jigen è l’eterno secondo, l’uomo a cui viene sempre e solo lasciato il compito di fare il lavoro sporco, consapevole di muoversi in un mondo dove la lealtà è una moneta svalutata.
Il trattamento riservato a Goemon Ishikawa è forse il più sorprendente. Ispirato a un personaggio storico realmente esistito — un brigante del XVI secolo diventato una sorta di Robin Hood nipponico —, Goemon è tradizionalmente il pilastro della solennità. Qui, al contrario, pur mantenendo la sua invincibilità con la spada, diventa la figura più comica e goffa del gruppo: un asceta impreparato ad affrontare le tentazioni del mondo moderno e la trappola della seduzione femminile.
E infine c’è Fujiko. La serie le regala finalmente la complessità tridimensionale che ha sempre meritato. Non più soltanto una ladra impenitente, una truffatrice o un’approfittatrice da commedia, ma una vera e propria “donna che visse due volte”. Che evoca la stratificazione psicologica di Faye Valentine in Cowboy Bebop. Fujiko è un essere umano frammentato, costretto a reinventarsi ogni giorno per sopravvivere ai propri traumi, una creatura che utilizza l’Eros non per sottomettersi al desiderio maschile, ma per padroneggiarlo e non essere mai più una vittima.
La donna chiamata Fujiko Mine non è una serie per tutti. Troverà sempre la resistenza di chi cerca il Lupin rassicurante dei cartoni del pomeriggio o di chi prefigge alla visione la rigidità di una trama lineare. Così come chi cerca un prodotto raffinato e intellettuale non potrà sopportare certe leggerezze. Ma per chiunque cerchi nell’animazione il coraggio di una nuova estetica, rappresenta una splendida pietra di paragone. È un’opera dotata di classe e stile, impenitente e sfrontata, che ha accettato la sfida di riscrivere un classico senza smarrirne l’anima.
Un altro complesso ritratto femminile: Cowboy Bebop
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