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The Killing, podcast | Puntata a cura di Jacopo Bulgarini d’Elci e Livio Pacella.
The Killing è uno dei grandi crime americani degli anni Dieci, ma anche uno dei più peculiari. Quando arriva nel 2011, porta dentro la televisione americana qualcosa che fino a quel momento si era visto poco in quella forma: la lentezza, il grigiore, la malinconia, la centralità dell’atmosfera, la sensazione che un’indagine non sia solo un meccanismo narrativo ma una lunga immersione nel trauma. Adattamento statunitense della danese Forbrydelsen, la serie contribuisce in modo decisivo a importare e americanizzare il cosiddetto Nordic Noir, trapiantandolo in un’America stanca, depressa, sfibrata.
Il suo tratto più forte è forse proprio questo: non racconta un delitto come evento da risolvere, ma come ferita che si allarga. La domanda non è soltanto “chi ha ucciso?”, ma “quanto può durare un omicidio?”. Perché in The Killing – come discutiamo nel podcast – il delitto non finisce con il ritrovamento del corpo, né con la soluzione del caso. Continua a propagarsi. Trasforma i detective, travolge la famiglia della vittima, contamina la politica locale, modifica il clima morale di una città intera.
È una serie che oggi forse viene ricordata meno di quanto meriterebbe, anche se la sua influenza è stata notevole. Seattle diventa quasi un personaggio: pioggia, strade vuote, case grigie, interni spenti. Tutto contribuisce a costruire un mondo in cui il dolore più che esplodere ristagna. E proprio questa ostinazione nel restare accanto al dolore, invece che correre verso la soluzione, rende The Killing un crime ancora oggi così particolare.
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Produzione, struttura, personaggi
Sviluppata da Veena Sud, già sceneggiatrice e produttrice di Cold Case, The Killing va in onda tra il 2011 e il 2014: tre stagioni su AMC, poi una quarta e ultima su Netflix dopo la cancellazione. In tutto sono 4 stagioni e 44 episodi. Il cuore della serie sono Mireille Enos e Joel Kinnaman, nei panni dei detective Sarah Linden e Stephen Holder. Linden è introversa, ossessiva, incapace di separare davvero il lavoro dalla vita. Holder, ex infiltrato della narcotici, è più impulsivo, ironico, disordinato almeno in apparenza. Insieme formano una delle coppie investigative più riuscite del crime televisivo contemporaneo.
La struttura narrativa delle prime due stagioni rappresenta una novità notevole. Un unico caso – l’omicidio della diciassettenne Rosie Larsen – occupa integralmente due stagioni. Ogni episodio copre circa un giorno, e il racconto si articola su tre linee parallele: l’indagine di Linden e Holder, il lutto della famiglia Larsen, la campagna elettorale per il sindaco che finisce a sua volta coinvolta nel caso. Il risultato è un allargamento progressivo del delitto: falsi colpevoli, depistaggi, corruzione, interessi economici, sospetti politici. La serie scava, avvolge. E proprio questo la rese affascinante per molti e frustrante per altri.
La terza stagione cambia caso e tono, seguendo un’indagine legata ai ragazzi di strada e intrecciandola alle ultime ore di un detenuto nel braccio della morte, interpretato da Peter Sarsgaard. Molti la considerano la migliore: più compatta, più matura, meno dipendente dal puro meccanismo del depistaggio. La quarta (e scadente, argomentiamo nel podcast) stagione di The Killing, salvata da Netflix e ridotta a 6 episodi, ruota attorno allo sterminio di una famiglia benestante e porta in primo piano temi come trauma infantile, violenza domestica e adolescenza ferita, concentrandosi ancora di più sul rapporto tra Linden e Holder.
The Killing: il delitto come ecosistema
Una delle intuizioni più forti di The Killing è che l’omicidio non è un evento isolato, ma un ecosistema. Un delitto genera onde concentriche. Ogni persona toccata dal caso ne viene trasformata. Per questo la serie rallenta: perché vuole mostrarci non solo la caccia al colpevole, ma il modo in cui il crimine si deposita nei corpi, nelle case, nelle istituzioni, nei legami. In molti polizieschi il detective risolve il trauma. Qui no. Sarah Linden, in questo senso, è una figura decisiva del poliziesco contemporaneo. Una presenza che ha anticipato altre investigatrici e altri personaggi segnati dall’ossessione, dall’isolamento, dall’incapacità di condurre una vita “normale”.
Dentro questa figura c’è molto del Nordic Noir, ma anche qualcosa di profondamente americano. The Killing importa dal modello nordico la lentezza, il paesaggio, la malinconia, l’assenza di glamour. Però li innesta su un’America ferita, che nei primi anni Dieci porta ancora addosso le conseguenze della crisi del 2008 e una crescente sfiducia nelle istituzioni. La città, la politica, la polizia, le famiglie: tutto appare impoverito, stanco, incrinato. Nessuno è eroico. Tutti sono vulnerabili. Tutti sembrano sopravvivere più che vivere.
Così, The Killing racconta una verità semplicissima e durissima: i delitti si possono anche risolvere, ma il dolore no.
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