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Veleno tra horror e fantascienza: dal podcast alla serie

Da Mirandola alla CIA. Da un podcast di successo a un libro e a una serie: la sconvolgente vicenda di Veleno continua a far discutere.

di RDB
16/04/2023
in Artwork, Documentari
Artwork: cover di Veleno la serie per MONDOSERIE
564
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Ai tempi, per chi ricorda le confuse cronache degli anni Novanta, quando ancora le notizie arrivavano solo dai giornali (magari, addirittura, dai giornali locali), l’espressione in uso era «i Diavoli della Bassa». Veleno è oggi invece il nome che si dà alla vicenda, incontrovertibilmente: prima il podcast, poi il libro, quindi la serie.

Il cambio di nome è arrivato con la riemersione del caso sepolto, con conseguenze umane e forse perfino giudiziarie enormi. I «diavoli» escono dall’Inferno: perché alla fine non erano demoni, ma davvero solo poveri diavoli, poveri cristi, persone qualunque travolte da una macchina mostruosa, per molti versi ancora inspiegata.

Luce, emozione, guarigione. Il merito va, incredibile dictu, al giornalismo. Tutto questo la docu-serie Veleno, in streaming su Prime Video di Amazon, lo mostra con una chiarezza disarmante.

La storia allucinante della docu-serie Veleno

Una storia semplicemente pazzesca: una setta diffusa tra Massa Finalese e Mirandola, nella profonda, piattissima provincia di Modena. Famiglie intere gettate nella fornace di una inchiesta su questo presunto gruppone pedosatanista capitanato dal parroco. Molti di essi finiranno in carcere. Come ha stabilito l’appello, da innocenti.

Cosa fosse successo laggiù non è difficile da capire, si è ripetuto tante volte: dei bambini – non solo di famiglie in difficoltà – accompagnati da assistenti sociali, rivelano crimini mostruosi perpetrati dai famigliari e dai loro amici. Crimini inesistenti, ma, per qualche motivo non ancora studiato, presenti nella fantasia dei bambini ovunque.

I bambini dicevano dei “diavoli”: ci portavano a fari riti al cimitero, ci facevano uccidere degli altri bambini, a decine. Nella serie non si dice, ma le forze dell’ordine spesero energie e danari per dragare il fiume limitrofo, perché i bambini dicevano che lì gettavano i corpicini, che, nonostante i numeri da strage, non si trovavano: ovviamente, non salta fuori nulla.

Famiglie distrutte, bambini separati dai genitori, accuse terribili impossibili da provare.

Nonostante le assoluzioni, non c’è stato lieto fine per i «Diavoli». Suicidi, morti di crepacuore (tra cui il parroco), una scia infinita di dolore che non poteva trovare soluzione. Ora «i Diavoli» sono divenuti Veleno. E il momento della catarsi, alla fine, pare essere per molti arrivato.

Il merito, incredibile a dirsi in quest’era di menzogna, è del giornalismo.

Dai «diavoli» a Veleno: podcast, libro, serie 

Non avevamo mai dato troppa fiducia a Pablo Trincia, perché, appunto, quello de Le Iene non lo riteniamo un modello di reportage ammirevole. Il poliglotta Trincia per la trasmissione di Italia 1, sempre con il grottesco completo bianco e nero (nessuno lo ricorda, ma è un rimando al film di Tarantino che ispirava i creativi Mediaset negli anni Novanta, Reservoir Dogs, tradotto per qualche motivo in Italia come Le Iene) aveva per esempio prodotto uno speciale riguardo l’industria del porno losangelena, entrando persino in casa di James Deen, pornoattore ebreo qui trattato con ogni riguardo – si era prima delle accuse di stupro e abusi che lo coinvolsero. Altri lavori fatti per Fanpage, come quello sulle droghe, erano encomiabili ma non indimenticabili.

Quando si è imbattuto in questa storia, nel lavoro di Trincia è scattato qualcosa di speciale e rarissimo: l’autenticità, la passione vera unita alla possibilità (ardua, davvero) di raccontare una storia di dolore enorme ed eternamente vibrante.

Foto: Veleno la serie
Pablo Trincia nella serie Veleno, lavoro che segue il suo podcast di grande successo e un libro con lo stesso nome

La storia del risveglio di Trincia è raccontata stupendamente nella serie – specie negli ultimi episodi, quando il giornalista entra in scena in prima persona.

Il resto della serie, pur basato sul suo libro Veleno (a sua volta derivato dal podcast pubblicato nel 2017), cerca di discostarsi, per quanto possibile, dal solco del lavoro di Trincia e della collega Alessia Rafanelli. Vengono intervistati, e con grande agio ed equilibrio, gli assistenti sociali. Viene fatto parlare anche Claudio Foti, lo psicologo che pochi giorni prima dell’esplosione dell’affaire Bibbiano che lo coinvolge aveva lanciato una petizione contro il Veleno di Trincia.

Spremute d’occhi

Sono impressionanti le testimonianze dei protagonisti, famiglie intere – compresi gli zii, i nonni, tutti – buttate in carcere (e il lettore di certo sa cosa fanno in carcere ai pedofili…), bambini portati via in sala parto (sì – e cose del genere poi si sarebbero ripetute), mamme di quattro figli che non li vedranno mai più e riparano all’estero.

Impossibile non avere almeno un accenno di spremuta d’occhi davanti a queste persone che raccontano della loro devastazione interiore ed esteriore. Già questo, ci dice che si tratta di una serie da guardare: perché le immagini in movimento quello devono fare: emozionare, e se ci riescono, raccontare una storia unica, magari addirittura vera.

Assumono un rilievo particolare le immagini registrate delle udienze dei bambini, dove la grana dei vecchi nastri magnetici dell’epoca, forse leggermente «effettata» qui in post-produzione, sembra significare l’impossibilità di fissare davvero il ricordo: la memoria è debole, rarefatta, manipolabile.

Dalla videoregistrazioni originali delle testimonianze dei bambini emerge la sconcertante verità della serie Veleno

E proprio sulla questione della memoria qui si apre un abisso socio-filosofico senza fondo: com’è possibile che, intervistati nel documentario, molti di quei bambini, ora adulti, confermino le tesi dell’accusa, nonostante le assoluzioni giudiziarie e le retromarce, sempre più numerosi e forti dopo l’uscita di Veleno, di alcuni altri bambini, che dicono di essere stati indotti ad inventarsi tutto?

Il tema, apparentemente più vicino alla fantascienza di Philip K. Dick che alle cronache emiliane, è quello dei falsi ricordi, o meglio, della memoria indotta. Questioni, come ricorda la serie nel suo ultimo, denso episodio, tornate a galla poi con i casi di Bibbiano.

È possibile impiantare una falsa memoria in qualcuno?

Da Mirandola alla CIA

In realtà, la CIA – e scusate se da Mirandola passiamo a Langley, ma ci sta proprio – già da anni si era data una risposta: sì. Il servizio segreto esterno americano aveva infatti sviluppato un programma di studio chiamato MK Ultra che prevedeva la possibilità di quello che chiamava «psychic drive», o innesto psichico.

La CIA trovò interessanti in merito i lavori dello psichiatra canadese Donald Ewen Cameron, una cui versione hollywoodiana potete vedere interpretata da Patrick Stewart nella vecchia pellicola Ipotesi di Complotto con Mel Gibson e Julia Roberts. Con strumenti talvolta invasivi, Cameron mirava al depatterning, ossia all’alterazione delle formae mentis abituali del soggetto.

Il fine era disgregare la personalità umana e ricostruirla a piacere, ottenendo il controllo totale su pensieri e comportamento delle persone. Dicevano che doveva servire per de-programmare (e ri-programmare) le spie sovietiche catturate. La quantità di tecniche, chimiche e psicologiche usate, erano moltissime. 

Come si vede nella bella serie Manhunt: Unabomber, Ted Kaczynski, detto Unabomber, fu vittima giovanissimo di un esperimento MK Ultra: il bigamo e junghiano Henry Murray, professore di psicologia di Harvard (dove il genio della matematica Kaczynski era entrato giovanissimo) lo convinse seduta dopo seduta che tutto il mondo, compresa la famiglia, lo odiava e lo riteneva uno stupido. Quello che fece poi il ragazzo una volta cresciuto lo sappiamo tutti.

Theodore John Kaczynski, Unabomber, dopo il suo arresto nel 1996

Gli esperimenti di alterazione della personalità tuttavia possono essere più lievi, ed accettati dalla società e dalle sue pratiche terapeutiche.

Anni dopo, a Bibbiano, secondo le cronache sarebbe stata usata la tecnica EMDR, erroneamente interpretata dal sensazionalismo di alcuni giornali e politici (come l’attuale ministro degli Esteri) come «elettroshock». La macchinetta, a quanto capiamo, era invece usata per le sessioni di EMDR, cioè «eye movement desensitization and reprocessing», un sistema di elaborazione dei traumi attraverso i movimenti oculari.

In molti trovano l’EMDR una terapia rivoluzionaria, in grado di curare i traumi (perfino Beppe Fiorello ha esaltato la tecnica avendola provata su se stesso!), anche se negli ambienti della psicologia clinica si parla di «EMDR Controversy», sottolineando lo status scientifico non ancora risolto della tecnica.

Langley High School
La sede della CIA (Central Intelligence Agency) a Langley, Virginia

Lo psychic drive esiste

Tuttavia, per le storie incredibili di cui parliamo, rileva un paper del 29 marzo 2018, intitolato «Lateral Eye Movements Increase False Memory Rates»: «i movimenti oculari degli occhi aumentano il tasso di memorie false».

I ricercatori dell’Università di Maastricht Sanne T. L. Houben, Henry Otgaar, Jeffrey Roelofs, Harald Merckelbach escogitarono un esperimento su alcuni studenti volontari, cui facevano vedere immagini traumatiche di un incidente d’auto.

«I partecipanti che avevano eseguito movimenti oculari [la base della tecnica EMDR, ndr] avrebbero mostrato livelli elevati di accettazione della disinformazione rispetto ai partecipanti al controllo che non si sono impegnati nel compito di movimento degli occhi».

«Successivamente, i partecipanti eseguivano movimenti oculari o tenevano gli occhi fissi; tutti i partecipanti hanno ricevuto disinformazione sotto forma di un racconto di testimoni oculari. I risultati indicano che i partecipanti al movimento degli occhi erano meno precisi e più sensibili all’effetto della disinformazione rispetto al gruppo di controllo».

Sì: impiantare false memorie è possibile. Lo psychic drive esiste. Non solo nei laboratori della CIA: forse anche nella bassa Emiliana e nelle stanzette di chissà quanti assistenti sociali di tutto il mondo.

Che slittamento di genere: pensavate alla terra di Giovannino Guareschi, invece era davvero Philip Dick. Pensavate ad un documentario, invece era fantascienza. Pensavata ad un dramma, invece era un horror. L’elemento satanico, di fatto, ha un suo perché.

Ricordi alterati, interrogatori coercitivi: alcuni dei temi angoscianti della docu-serie Veleno

Nella serie Veleno il panico satanico globale

La serie ha il merito di ricordare il caso del satanic panic degli anni Novanta. Si tratta di una categoria vera e propria nella società USA – si tratta della quintessenza di quello che chiamano moral panic, che possiamo tradurre come «caccia alle streghe»: il momento in cui la società impaurita per una minaccia passa all’attacco.

Il «Satanic Ritual Abuse» (SRA), l’abuso rituale satanico, è l’episodio recente di moral panic di maggior consistenza. Come detto in Veleno, potrebbe aver avuto origine nel 1980 con la pubblicazione del libro Michelle Remembers, il racconto di una supposta vittima di questi abusi satanici. La sua diffusione è stata capillare e globale: non solo ha toccato moltissimi Stati americani, ma è tracimata anche in Francia, in Italia e in molte parti del mondo – e persiste.

Le accuse di abuso satanico, talvolta, implicano una cospirazione di un culto satanico globale che include l’élite mondiale ricca e potente in cui i bambini vengono rapiti o allevati per sacrifici umani, pornografia e prostituzione. Non siamo lontani da QAnon, ed è un bel paradosso. Tale narrazione è riemersa anche con gli indagati di Bibbiano: secondo Avvenire, degli operatori avrebbero dichiarato che «i capi dei servizi sociali ci terrorizzavano. Parlavano di una rete potentissima di pedofili tra cui giudici e forze dell’ordine, la stessa della Bassa Modenese».

2021 storming of the United States Capitol 09 (cropped)
I sostenitori di QAnon, delirante teoria del complotto dell’estrema destra USA, sono stati tra i terroristi responsabili dell’attacco al Parlamento americano del 6 gennaio 2021, nel tentativo di rovesciare le elezioni a favore di Trump.

Il documentario di Prime ha il merito di ricordare il caso più conclamato di satanic panic, quello dei coniugi Dan e Fran Keller, che lavoravano in un asilo in Texas. Furono condannati per abusi sessuali sui minori nel 1991 con 48 anni di carcere a testa; nel 2013 furono liberati e dichiarati 4 anni dopo «davvero innocenti» – dopo aver passato solo 22 anni di carcere.

Ma, tornando all’Italia, questi casi non sono in nessun modo isolati. C’è il caso di Rignano Flaminio (un altro asilo), c’è il caso di Sagliano Micca, quello forse più tremendo, con lo sterminio completo di una famiglia che si suicida in gruppo al primo giorno del processo – un processo basato su accuse infondate del bambino, che parlava di una botola sotto il letto che conduceva al sotterraneo delle torture, ma ovviamente tale botola, e tale sotterraneo, non esistevano.

 

La lezione di Mads

Un’opera che analizza questi racconti straordinariamente simili – e falsi – dei bambini è Il sospetto, film del 2012 non molto considerato in Italia, interpretato da un ottimo Mads Mikkelsen e diretto dall’ex Dogma 95 Thomas Vinterberg.

Vi si racconta la disavventura di un maestro d’asilo di un piccolo paesino della Danimarca, accusato ingiustamente di abusi. Prima da una bambina, poi – per una strana emulazione – da altri. E con le medesime fantasie: abusi, enormi sotterranei a cui si accede da casa, etc.

La pellicola di Vinterberg racconta in modo molto convincente il calvario infinito degli accusati di questi crimini, con il pregio di azzardare anche delle spiegazioni scomode: oltre alla «insistenza» dei servizi sociali, che mettono in bocca ai bambini parole e concetti che i piccoli neanche capiscono, vi è anche la questione dei problemi domestici scaturiti da divorzi e separazioni… percependo la crisi domestica, il bambino comprende intuitivamente che il dramma, tutto diretto verso l’esterno, può ricompattare i genitori, i quali son ben felici di dare la colpa dei loro problemi e di quelli magari evidenti dei figli al pedosatanista di paese.

La serie Veleno: legge naturale e ruolo della tragedia

L’effetto della riapertura del cold case portata avanti da Trincia non sta cessando di produrre conseguenze. È di pochi giorni fa la confessione, pubblicata in video su Repubblica, del «bambino-zero», il primo a muovere accuse prima ai genitori e al fratello e poi a tutti quanti: «erano tutte bugie, fui costretto a inventare gli abusi sessuali». A corredo della confessione, il video originale delle sue testimonianze a giudici e assistenti sociali: uno spettacolo difficile da guardare.

Gli interrogativi che pone questo caso sono enormi. Da un punto di vista filosofico rispunta, anche qui, Antigone: cos’è più importante, la legge naturale – quella della famiglia – o quella dello Stato, che può (magari basandosi su falsi indizi, false prove, falsi ricordi) disintegrarla?

Quella di Veleno, del resto, è davvero una tragedia: e per alcuni, nei pochi casi di famiglie che si sono riunite dopo decenni, si è avuta anche la catarsi.

Foto: Veleno la serie
La serie tv Veleno aggiunge, rispetto al podcast, riprese video d’epoca particolarmente disturbanti, come quelle degli interrogatori ai bambini

Ripetiamolo ancora una volta: abbiamo bisogno di opere così, abbiamo bisogno di tragedie, di storie che alla fine risolvano i conflitti e purifichino il male della società, sistemando le idee sbagliate che vi si innestano.

Guardare Veleno, quindi, può essere sul serio un atto terapeutico. Anche se la storia, purtroppo, non è del tutto finita…

Giudizio: fattura eccellente. Equilibrio, emozione. Essenziale per capire casi di cronaca degli ultimi anni. Da vedere, decisamente.

Il fenomeno QAnon nell’articolo su Q: Into the Storm

Q: Into the Storm. Dentro la tana del bianconiglio.

Tags: documentariofamigliagiustizia e ingiustiziaItaliaVeleno
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