Ascolta il podcast con la nostra discussione su Wayward Pines.
Wayward Pines, podcast | Puntata a cura di Jacopo Bulgarini d’Elci e Livio Pacella.
Ci sono serie che nascono con una misura giusta, e che proprio per questo avrebbero bisogno di sapersi fermare. Wayward Pines – in Italia su Prime Video, e di cui prima di questo podcast abbiamo parlato più estesamente in questo articolo – è uno di questi casi. La prima stagione (che doveva essere l’unica), andata in onda nel 2015, funzionava piuttosto bene come piccolo mystery capace di diventare cult. Un racconto chiuso, teso, costruito intorno a un segreto forte e a una progressiva destabilizzazione dello spettatore. La seconda, arrivata nel 2016, è diventata invece l’esempio quasi didattico di come una prosecuzione produttivamente conveniente possa compromettere il senso narrativo di un’opera.
Il punto centrale non è solo il contrasto tra due stagioni di qualità diversa. È qualcosa di più interessante: il rapporto tra mistero e spiegazione, tra costruzione dell’enigma e capacità di non sfruttarlo oltre il necessario. Wayward Pines parla anche di questo, quasi involontariamente.
Per questo vale la pena tornarci. Non solo come serie curiosa, sospesa tra Twin Peaks, X-Files e il B-movie fantascientifico, ma come caso emblematico della serialità contemporanea: bravissima a costruire il mistero, molto meno a capire quando il mistero ha già dato tutto quello che poteva dare.
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Cos’è Wayward Pines: produzione, cast, trama
Wayward Pines è una serie mystery e science fiction andata in onda su Fox tra il 2015 e il 2016. È basata sulla trilogia di Blake Crouch (Dark Matter), sviluppata per la tv da Chad Hodge. Il pilot fu diretto da M. Night Shyamalan, che rimase anche tra i produttori esecutivi. La prima stagione ha per protagonista Matt Dillon nei panni dell’agente Ethan Burke, affiancato tra gli altri da Carla Gugino, Melissa Leo, Terrence Howard e Toby Jones.
La trama iniziale è fortissima nella sua semplicità: un agente federale “arriva” in una cittadina isolata dell’Idaho per indagare sulla scomparsa di due colleghi. Ma si ritrova intrappolato in un luogo dove tutto appare anomalo, regolato da un controllo totale, e da cui sembra impossibile uscire. La prima stagione costruisce molto bene questo senso di disagio: la cittadina è al tempo stesso utopia disciplinata, prigione orwelliana ed esperimento sociale. E quando arriva lo svelamento centrale, a metà stagione, il racconto cambia improvvisamente scala e ridefinisce tutto ciò che lo spettatore credeva di stare guardando. È qui che Wayward Pines, come spieghiamo nel podcast, tocca il suo apice.
La seconda stagione cambia invece protagonista e direzione. Al centro c’è Theo Yedlin, interpretato da Jason Patric, introdotto come nuovo personaggio guida dopo l’uscita di scena del nucleo iniziale. Con lui entrano in primo piano anche Hope Davis, Djimon Hounsou e altri membri della nuova gerarchia di Wayward Pines. Ma proprio qui la serie perde la sua qualità migliore: abbandona il mystery come motore principale e scivola verso un thriller fantascientifico più convenzionale. La tensione si abbassa, il senso si disperde, e ciò che nella prima stagione appariva inquietante e calibrato nella seconda finisce per sembrare soprattutto allungato.
Verità, controllo, misura
Il cuore tematico di Wayward Pines è una domanda classica e sempre attuale: è lecito nascondere la verità per il bene comune? La cittadina del titolo nasce precisamente su questa ambiguità. È un luogo pensato per proteggere, ma per farlo deve controllare; vuole salvare, ma finisce per imprigionare; promette ordine, ma lo fonda sulla menzogna.
La prima stagione regge benissimo proprio perché tiene aperta questa domanda senza esaurirla subito. Lo spettatore è spinto a interrogarsi insieme al protagonista, e il mistero funziona non solo come trucco narrativo, ma come forma di esperienza. La seconda stagione, invece, dimostra il contrario: un mistero ormai esaurito, o semplicemente sfruttato troppo, smette di generare inquietudine. E comincia a produrre stanchezza. Ed è qui che Wayward Pines – ne parliamo nel podcast – diventa quasi una parabola industriale oltre che narrativa. Racconta, suo malgrado, il conflitto tra la forma compiuta di una storia e la tentazione produttiva di continuare comunque.
Per questo Wayward Pines resta interessante anche nel suo parziale fallimento. Ci ricorda che il problema non è soltanto costruire un grande enigma – ma sapere quando smettere di raccontarlo.
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